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Come stai? Nel momento in cui ti scrivo per me sono “i giorni del Salone del Libro” e quindi per forza di cose sono un po’ sbattuto qua e là da mille impegni. Grazie al cielo lo spunto per questo nuovo Patrilineare è arrivato da una doppia segnalazione (un incrocio di flussi protonici che però non è stato catastrofico, anzi) sulla quale ho cominciato a lavorare un po’ prima dell’inizio del Salone, e quindi bando alle lunghe introduzioni, passiamo subito alla ciccia.
Qualche giorno fa ho ricevuto una mail da Mica Macho, associazione che da anni lavora in Italia sui temi delle maschilità, degli stereotipi di genere e della salute emotiva maschile. Nello stesso momento - quasi come se l’algoritmo avesse deciso di coordinare le cose - Alice Orrù mi ha segnalato la stessa cosa che era oggetto della mail di Mica Macho: la nuova campagna Unobravo For Men, iniziativa della piattaforma di supporto psicologico online Unobravo dedicata specificamente alla salute mentale maschile.1
La mail di Mica Macho iniziava così:
“Cresciamo pensando sempre che dobbiamo cavarcela da soli, che bisogna resistere, che bisogna tenere duro. Che poi passa tutto. E invece poi non passa.”
E dentro queste poche righe a me sembra che sia già evidenziata gran parte del problema.
Perché maggio sarà pure il mese della salute mentale, ma quando si parla di uomini il tema non è soltanto il disagio psicologico in sé. Il punto è il rapporto culturale che noi maschi abbiamo con l’idea stessa di avere bisogno di aiuto, di non riuscire a venire a capo da soli delle nostre emozioni, delle nostre paure, delle nostre contraddizioni. Gli uomini vanno meno in terapia, lo sappiamo: chiedono meno supporto psicologico, tendono a parlare più raramente del proprio disagio in termini espliciti. Spesso riescono a convivere per anni con forme anche profonde di sofferenza senza riconoscerle davvero, perché continuano a lavorare, a scherzare, a stare in coppia - in una parola a sembrare perfettamente operativi. È una funzionalità apparente che però molte volte nasconde isolamento, rabbia repressa, dipendenze, anestesia emotiva o semplicemente una gigantesca incapacità di nominare quello che si prova.
E qui entra in gioco qualcosa che con la psicologia ha certamente a che fare, ma che riguarda anche l’educazione sentimentale maschile e il modo in cui la maschilità viene costruita culturalmente. A noi uomini viene insegnato molto presto che il dolore è tollerabile soltanto finché non interferisce con la performance: puoi essere stressato ma produttivo, triste ma non troppo, esausto ma comunque efficiente. La richiesta implicita è sempre la stessa: continuare a funzionare.
Dettaglio da uno screenshot di unobravo.com
Per questo motivo la campagna di Unobravo mi sembra interessante non tanto (o non solo) come operazione pubblicitaria, ma come vero e proprio caso di studio comunicativo. Il copy della pagina prende di petto alcune delle resistenze più tipiche del “maschio chiuso”: l’idea che la terapia sia inutile, troppo astratta, una perdita di tempo, qualcosa riservato alle persone fragili o a chi ormai “ha superato il limite”. E lo fa evitando accuratamente certi linguaggi da “introspezione instagrammabile” o da spiritualità motivazionale che probabilmente molti uomini percepirebbero come respingenti. Al contrario, Unobravo sembra aver capito una cosa molto semplice e molto vera: moltissimi uomini non arrivano nemmeno alla soglia della cura se prima non viene neutralizzato il loro sistema difensivo.
Così la terapia viene raccontata come uno strumento concreto, un luogo in cui fare chiarezza, capire cosa ci blocca, orientarsi meglio dentro le relazioni e dentro sé stessi. Mi ha colpito, ad esempio, il fatto che il copy insista poco sul “parlare delle emozioni” in senso astratto e molto di più sulla sensazione di essere inceppati, fermi, incapaci di leggere quello che succede dentro di noi. È una traduzione molto intelligente del linguaggio terapeutico dentro un immaginario maschile pragmatico, operativo, quasi funzionale.
Naturalmente questa operazione apre anche una domanda interessante. Per rendere accessibile la salute mentale agli uomini, fino a che punto bisogna adattarla ai codici della maschilità dominante? Quando una campagna ti rassicura implicitamente sul fatto che “in terapia non si chiacchiera e basta”, sta facendo una scelta comunicativa efficacissima - perché parla a uomini cresciuti con l’idea che il dialogo emotivo sia inconcludente, imbarazzante o addirittura sospetto - ma nello stesso tempo mostra quanto profonda sia la diffidenza culturale nei confronti della vulnerabilità maschile. In altre parole: per convincere un uomo a prendersi cura di sé, spesso bisogna prima convincerlo che la cura non lo renderà meno uomo.
E per me è proprio questo il nodo più interessante. Perché nel frattempo a noi maschi è perfettamente consentito investire quantità enormi di tempo, soldi ed energie sul nostro corpo: palestra, alimentazione, biohacking, performance, produttività, testosterone, disciplina, sonno, integratori. Tutto ciò che riguarda l’ottimizzazione fisica o performativa viene percepito come legittimo, quasi doveroso. Quando però il discorso si sposta sulla salute mentale, emerge immediatamente una specie di barriera invisibile, come se la mente non fosse parte integrante del corpo o come se il dolore emotivo fosse meno reale di quello fisico. È anche per questo che nella mail di Mica Macho mi ha colpito soprattutto una frase:
“A volte però non basta. A volte serve un approccio più psicologico.”2
Secondo me qui c’è dentro una questione enorme, che riguarda direttamente anche tutti gli spazi di riflessione sulle maschilità - Patrilineare incluso.
Parlare tra uomini è importante.
Fare autocoscienza è importante.
Creare comunità e costruire spazi di confronto maschile è importante.
Ma non sempre è sufficiente.
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Capire il patriarcato non equivale automaticamente a stare meglio. Si può essere lucidissimi dal punto di vista politico, leggere libri femministi, riconoscere i propri privilegi, perfino mettere in discussione gli stereotipi maschili… e continuare comunque a essere incapaci di abitare davvero le proprie emozioni o di costruire relazioni sane con sé stessi e con gli altri. Ti dico questo mettendomi in mezzo in prima persona, perché da un lato (ora che siete quasi 3.000 iscritti) ogni tanto trovo qualcunə che mi parla come se fossi un bodhisattva,3 ma dall’altro io sono perfettamente consapevole di essere… imperfetto a mille!
Perché ci sono ferite, paure, meccanismi difensivi e forme di sofferenza che non si sciolgono soltanto attraverso la consapevolezza culturale. E forse una delle cose più importanti che possiamo fare oggi insieme, parlando di maschilità, è smettere di considerare la terapia come una specie di ultima spiaggia riservata al momento in cui veramente andiamo in pezzi. L’idea che si possa chiedere aiuto soltanto quando tutto è già collassato - quando una relazione è esplosa, quando il corpo presenta il conto, quando la rabbia è diventata ingestibile o la solitudine insopportabile - è probabilmente una delle conseguenze più devastanti della nostra educazione emotiva.
Forse la terapia può essere anche qualcosa di meno drammatico e più quotidiano. Un luogo in cui smettere, almeno per un momento, di dover tenere duro a tutti i costi. E se può servire Unobravo For Men (tra l’altro con eventuale codice sconto Mica Macho), allora ben venga!
Articoli, post, notizie che mi hanno fatto pensare “aspetta che me lo segno per Patrilineare”… E se le notizie non sono qui, non disperare: a volte ce le scambiamo sulla chat di Patrilineare!
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Visto che il 16 maggio è stata la Giornata nazionale contro la denigrazione dell'aspetto fisico delle persone (aka “body shaming”), volevo per l’appunto aprire su questo tema - un tema per la verità sul quale intercetto di continuo notizie “spicciole”, ma che non tratto da diverso tempo perché a volte sfocia nel gossip.4 Parto da un pezzo di Vincenzo Falabella su Vita che identifica chiaramente il fenomeno sistemico non (solo) come maleducazione o insensibilità, ma proprio come una forma di violenza discriminatoria. Proseguo con un articolo tratto da Focus Junior che è tanto più importante quanto più si rivolge a un target di giovanissimi, spiegando in parole povere sia il fenomeno, sia come reagire correttamente. E chiudo con una cosa che non avrei mai pensato di linkare, e cioè un’intervista del Corriere a Renato Brunetta che parla della sua - inequivocabile - esperienza con il body shaming e di come questa abbia segnato la sua vita in modo tale da farlo diventare il sostenitore più accanito della nuova legge voluta dalla deputata Martina Semenzato.
Erika Riggi su IoDonna, dati alla mano, analizza il backlash generazionale relativo alla parità di genere che colpisce la Gen Z.
Chiara Poma su Giovani Reporter racconta l’interessante correlazione tra mascolinità egemonica e cambiamento climatico.
Rolling Stone Italia torna sul fenomeno del maxxing raccontando i - prevedibili - guai con la giustizia di Clavicular, al secolo Braden Eric Peters, l’influencer più noto della fetta di manosphere dedita al “miglioramento personale”…
A proposito di questi temi, non posso non metterti il nuovo intervento di Maïa Mazaurette su Internazionale a proposito della “invenzione del maschio alfa”. Divertentissimo.
Hate speech: secondo l’indagine Kapusons richiamata da Elisa Campisi su Avvenire, è ormai più diffuso in politica che nelle tifoserie sportive - ed è tutto detto. E, come sottolinea Nadia Somma Caiati sul Fatto Quotidiano, una buona metà dei contenuti d’odio on line è diretta contro le donne (cfr. la relazione della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio e su ogni forma di violenza di genere).
Youth for Love (Y4L) è un progetto di ActionAid e dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai per portare nelle scuole percorsi su affettività, consenso e prevenzione. C’è un bando per associazioni giovanili, diffondi a chi vuoi tu (candidature entro il 31 maggio). Mi fa piacere segnalare anche questo lavoro del collettivo Fammi Capire che a Reggio Emilia, durante il festival Internazionale Kids, ha parlato “senza tabù” di corpi, genere e sessualità.
Al WeWorld Festival di Milano è stato lanciato il “kit affettivo”, uno strumento di autoformazione in tema di educazione sessuo-affettiva da distribuire nelle scuole (rivolto a insegnantə e studentə).
Come ci poniamo nei confronti della fruizione di pornografia anche da parte dei giovani e giovanissimi? Io personalmente l’ho detto più volte: se il porno prospera è perché la domanda non muore mai, ma in Italia ci muoviamo sempre sull’onda del panico morale. Guarda invece ‘sti Svizzeri come ci mangiano in testa! Perché sì, anche un video porno può diventare occasione di un confronto sano sulla sessualità, volendo.
HuffPost Italia riprende in mano il dibattito sul consenso libero, attuale e revocabile - che in effetti è passato un po’ in secondo piano dopo il tradimento politico di Daniela Bongiorno e Giorgia Meloni.
Il panico morale è una brutta bestia, e - anche se non se lo sono inventato loro - gli statunitensi lo hanno portato a livelli altissimi (vedi questo divertente pezzo del Post sul satanismo, che pure da noi è spesso tirato in ballo). Ma se stai a sentire la redazione del Sole 24 Ore, la realtà è molto più sfumata, e gli USA si dimostrano un paese moralmente contraddittorio, dove il porno è più immorale della pena di morte.
Altra questione un po’ di panico morale ma anche molto di salute sessuale (infatti ne parla anche Marco Bastian Stizioli nella sua ultima newsletter) è quella del chemsex, cui Il Post ha dedicato ben due articoli di recente, uno di quelli che “spiegano bene” e uno più centrato sulla scena milanese.
Indovina chi rientra dalla finestra? Alessandro Zan racconta a Repubblica che non è ancora detta l’ultima parola sul suo ddl, “tematicamente ripescato” da una direttiva europea!
Una buona notizia da Bari: riconosciuti come genitori di un bambino una coppia di uomini e un’amica di lunga data. C’entra la cosiddetta stepchild adoption, non c’entra un cazzo invece la gestazione per altri, e insomma… è una sentenza storica perché mette nero su bianco la possibilità di una genitorialità aperta, plurale e condivisa.
La queerness come strumento di propaganda sionista? Ci può stare, quando si parla di Israele e del massiccio pinkwashing5 messo in atto dal governo Netanyahu, che vorrebbe dipingere lo stato come un “paradiso LGBTQIA+”.
Per la serie: “la Lega potrebbe fare anche cose buone”, la senatrice Elena Murelli punta allo stop ai conti correnti cointestati (tradizionalmente, uno dei baluardi della violenza economica e in ultima analisi del gender gap tipicamente italiano). Sempre a proposito di violenza economica, Myriam Defilippi su Donna Moderna propone una serie di libri e di spunti per una formazione finanziaria al femminile sempre più necessaria (e comunque sono libri che anche io - maschio totalmente inetto in ambito economico - dovrei leggere ogni giorno).
Chi ha paura del femminismo marxista? Certo non noi! Sul Manifesto, un pezzo a proposito della nuova edizione ampliata di un testo chiave del 1981: “L’arcano della riproduzione. Casalinghe, prostitute, operai e capitale” di Leopoldina Fortunati. Leggi, che è interessante.
Tutto dove va Gino Cecchettin porta un’onda di vibrazioni positive. Daria Capitani su Vita racconta il confronto di Cecchettin con i settori giovanili della Juventus. Perché la parità di genere si insegna anche nello spogliatoio.
Confesso che questo articolo di Francesco Bianco su OK Salute mi ha fatto sorridere, però racconta una grande verità. Riguarda il fenomeno della “iniquità erotica” causato dal fatto di vivere sotto lo stesso tetto dei tuoi genitori quando hai iniziato ad avere una vita sessuale attiva.
Ogni tanto ne parliamo: pare ci siano un po’ di novità interessanti sulla contraccezione maschile.
Presentato a Cannes e in arrivo su Mubi (ad agosto), un film queer che ha uno dei titoli più belli di sempre: “Teenage Sex and Death at Camp Miasma“. Il film si presenta come un incrocio tra il mélo sirkiano e lo slasher anni ‘80 e segna il ritorno in grande stile di Gillian Anderson sugli schermi.
Un webcomic molto carino, “The Scarlet V” sul New Yorker (paywall, ma aggirabile). La “V” è quella di “vergine”, che nel mondo delle scuole medie statunitensi è ad oggi sinonimo di sfigato (ma… meglio sfigato che idiota, come chiosa il protagonista).
Infine, un lungo video di uno dei miei youtuber preferiti (Enrico Gamba 151eg) che parla di JK Rowling, boicottaggi e in generale di problemi nel separare gli artisti stronzi dalla loro arte. Per me, merita.
L’highlight cinematografico di questi giorni è stato quando sono andato a vedere The Sea, il film che tanto ha fatto incazzare Netanyahu, in una piccola sala vicino al mio ufficio con la coda fuori per entrare. The Sea ha una storia distributiva particolare - diciamo pure che nessuno voleva proiettarlo - ma per i dettagli puoi leggere la mia recensione su Letterboxd. Qui basti sapere che è una notevolissima aggiunta al filone dei film coming of age: il protagonista Khaled ha 12 anni e negli occhi gli leggi continuamente il passaggio da un’infanzia spensierata (quella che vive con i suoi compagni di classe all’inizio) alla comprensione sempre più disperata dello scontro tra due culture apparentemente incompatibili (ma il regista Shai Carmeli-Pollak è un israeliano abituato fin da giovane a collaborare con palestinesi in un’ottica di curiosità e rispetto tra i due popoli). Vallo a vedere, se riesci: oltre ad essere un dovere morale, è proprio bello in sé.
Muhammad Gazawi in The Sea di Shai Carmeli-Pollak © Majdal Films
Per quanto riguarda la musica, nelle ultime settimane sono stato un po’ con lo sguardo rivolto all’indietro. Per me c’è qualcosa di profondamente rassicurante e al tempo stesso sorprendente nel riascoltare oggi la carriera solista di Paul McCartney. Forse perché dopo anni passati a considerarlo “il Beatle melodico”, quello più innocuo o più popolare, mi sono accorto che la sua discografia post-Beatles è invece una delle più irrequiete e curiose della musica mainstream. Già da giovanissimo mi rendevo conto confusamente che - dai pasticci domestici di McCartney (1970) alla perfezione artigianale dei Wings, fino alle stranezze sintetiche di McCartney II (1980) - Sir Paul non ha mai davvero smesso di sperimentare. E, ascoltando tutta la sua discografia fino all’album più recente (una specie di challenge che ho fatto con me stesso), mi sono ritrovato a sorprendermi del fatto che la sua vitalità creativa è rimasta intatta anche negli ultimi vent’anni, in cui non mi era mai nemmeno passato per la mente di ascoltare un suo nuovo album. Ho apprezzato in particolare Driving Rain (2001), forse un disco più fragile e meno rifinito, ma anche uno dei più sinceri, con momenti di intimità quasi disarmante. Poi Chaos and Creation in the Backyard (2005), prodotto da Nigel Godrich, in cui McCartney si lascia mettere in discussione e ne esce un disco malinconico, elegantissimo, che sembra guardare tanto ai Beatles quanto all’indie adulto dei Duemila. Belli anche NEW (2013) dove prova apertamente a dialogare con il pop contemporaneo senza risultare patetico o nostalgico e Egypt Station (2018) in cui torna il gusto del concept album leggero e psichedelico, un viaggio un po’ discontinuo ma pieno di trovate.6 Ma soprattutto McCartney III (2020), registrato in isolamento durante la pandemia, che chiude idealmente il cerchio iniziato cinquant’anni prima: un disco casalingo, minimale, spesso bizzarro, in cui un ottantenne continua a divertirsi trafficando con melodie, rumori e idee come se fosse ancora chiuso in una stanza a cercare il pezzo perfetto. Affascinante. Adesso ovviamente attendo il nuovo disco che dovrebbe uscire a giorni!
Questa è la parte della mail in cui ti dico che dovresti cliccare sul pulsante “Invita un amico” e mandare il link a una - o più - persone che potrebbero iscriversi così puoi vincere dei premi. Ma sono sicuro che tu già lo sai, quindi: tieni d’occhio la leaderboard e procedi a gonfie vele!
La volta scorsa abbiamo parlato di modelli femminili accettabili, di sorveglianza reciproca e odio on line sui social: se te lo eri perso, eccolo qua!
Inutile ricordarti, a questo punto, che se ti piace Patrilineare sarebbe cosa buona e giusta lasciare un paio di euro nella tazza di Ko-fi qui sotto.
Tutto questo pezzo di oggi non te l’avrei scritto se non fosse venuto fuori questo interessante aspetto comunicativo della campagna di Unobravo, probabilmente. Ma ora che l’ho scritto non posso fare a meno di chiederti se per esempio tu hai dei pregiudizi nei confronti della psicoterapia. In molti li hanno, e non sono certo qui a giudicare. Per me è pane quotidiano da quando sono piccolo, avendo anche avuto per madre una paziente psichiatrica, e ancora oggi a tratti mi ci appiglio per ri-orientarmi meglio. E se un po’ di pregiudizi li hai, cosa ne pensi di questo approccio pragmatico? Ti convince? O resti della tua idea? Fammi sapere. Nel frattempo, prenditi cura di te come riesci (ma con un po’ di terapia ci riesci meglio).

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