Non c’entra la destra, non c’entra la sinistra, c’entra piuttosto capire il sentiment del pubblico di quel momento. Se lo sbagli, hai sbagliato tutto. È già successo in passato, e i fischi a Maurizio Crozza da Fabio Fazio in un Festival di Sanremo di molti anni fa lo raccontano.
Oggi con il comico Andrea Pucci sta accadendo qualcosa di molto simile. L’errore è l’aver ignorato il percepito del pubblico e aver fatto una scelta divisiva in una fase in cui la televisione perde ascolti e la gente cambia canale anche per polemiche che nascono, vivono e si espandono sui social.
Nel 2026 i protagonisti di Sanremo non possono essere decisi in modalità top down (cioè dall’alto in basso). Devono emergere bottom up, dal basso, come ha fatto Carlo Conti quando ha deciso di portare sul palco del Festival artisti ignorati per anni da molte etichette discografiche, come Sal Da Vinci ed Eddie Brock, tuttavia già ampiamente legittimati dal pubblico del web.
Solo che la politica questa potenza dei social non l’ha ancora capita. Pensare che basti imporre una scelta dall’alto per trasformarla automaticamente in consenso è un errore strategico. Un errore che il Berlusconi imprenditore televisivo, per fare un esempio, non avrebbe mai fatto, perché avrebbe prima fatto una sentiment analysis reale del personaggio.
E la reazione di poche ore fa di Giorgia Meloni sui social può apparire agli occhi del pubblico come un episodio di reattanza psicologica: scegliere “per principio”, per ripicca, a prescindere, per riaffermare un senso di libertà che appare compresso (“i comici a Sanremo sono perlopiù stati di sinistra, e quindi adesso, per dispetto, è giusto che ce ne sia uno di destra, a prescindere) è un errore di comunicazione che rischia di non cogliere l’aspetto critico di tutta questa vicenda.
Perché la comunicazione non funziona “a prescindere”: il consenso nasce infatti quando una scelta viene capita, condivisa e percepita come credibile, non quando appare calata dall’alto. Magari soltanto per dispetto.
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