Ciao!
Questa è Pain de Route, cioè pan di via, la newsletter più imprevedibile dell’Est. Di Eleonora Sacco, che poi sarei io. Se te l’hanno inoltrata, puoi iscriverti da qui.
È lo spazio dove provo ad arrotolare i fili ingarbugliati di una vita senza copione, annuncio in anteprima gli eventi e i viaggi di gruppo e raccolgo qualche consiglio di ascolto e lettura. Esce quando deve uscire.
Info importanti in breve:
- ho scritto un nuovo libro, di cui puoi leggere un estratto gratuito (più giù). Oppure ci vediamo a qualche presentazione: prossimamente a Bergamo, Torino, Verona, Pavia, Trieste.
- l’1 settembre alle 19.00 aprono le iscrizioni per i tour in Iraq di Kukushka Tours
Di pochi luoghi ho avuto la sensazione netta che fossero proprio appoggiati, come se un soffio di vento potesse spazzarli via da un momento all’altro. In Mongolia ogni cosa è appoggiata temporaneamente, lì da appena qualche decennio, in attesa di essere spazzato via di nuovo. Anche in Siberia, a Krasnoyarsk, Irkutsk, o Ulan-Ude, guardando le case in legno sprofondare di anno in anno nel terreno, avevo avuto la stessa impressione. Non sono posti dove radicarsi, i terreni col permafrost, non sono posti dove scavare nell’illusione di seppellire qualcosa di noi perché sia trovato in futuro - sono solo posti dove guardare in faccia la propria effimera esistenza.
Lo pensavo dell’eredità sovietica della Mongolia, che sembrava atterrata per sbaglio da un pianeta alieno, o di quel matto reazionario di Ossendowski che si nascondeva dai bolscevichi e dagli orsi nelle cavità delle radici di grossi alberi, o di noi vedendoci sollevare la polvere della steppa a bordo dei bukhanka. La prossima pioggia laverà via le nostre tracce, e sarà quasi come se non fossimo mai passati di lì.
«In dieci ore a Pechino avremo visto più gente che in due settimane in Mongolia», ha detto Arevik. Sembra un’esagerazione, ma è stato letteralmente così. A Pechino, un po’ come facevo quando vivevo a Mosca, incrociavo lo sguardo delle persone nella metro sapendo che statisticamente non le avrei riviste mai più nella vita. Una frazione di secondo per osservare due pupille altrui, poi via, le prossime e l’oblio.
In Mongolia invece era tutta un’altra storia. Escludendo la Groenlandia, il Sahara Occidentale e qualche dominio britannico antartico, la Mongolia è il Paese riconosciuto più «densamente spopolato» al mondo, come cantavano i C.S.I. Ma più il vuoto si espande, immenso, abbagliante, in ogni direzione, più le maglie tra le poche, sparute persone si fanno strette. Lo sforzo per sopravvivere e la reciproca necessità avvicinano le persone. Ci si deve venire incontro, si deve credere alla fiducia reciproca, che è il fondamento di tutto. È un qualcosa che accomuna i luoghi estremi di ogni continente, dall’Islanda alla Val Grande, dalla Siberia all’Antartide, dai gelidi altopiani del Javakheti ai deserti del Turkmenistan, dai jailoo kirghisi ai passi del Pamir, che in fondo funzionano tra loro in maniera più simile di quanto pensiamo.
È un tema che avevo incontrato per la prima volta una vita fa in Islanda, in un febbraio senza neve che sapeva già di cambiamento climatico, con due italiani che si erano trasferiti lì, scoprendo un modo diverso di stare con gli altri, e che ritrovo ogni giorno in chi, anche in Italia, ha deciso di trasferirsi in montagna proprio per vivere una vita diversa con gli altri. Meno persone intorno, ma più vicine.
Una volta, una signora con gli occhi di ghiaccio si era seduta di fronte a me sul regionale lento per Trieste, quello che taglia tutto il Friuli passando da Udine anziché dalla costa, mettendoci piacevolmente una vita in mezzo alle campagne del nordest. Sul computer aveva ben sei sticker dell’Antartide, così con una scusa mi ero fatta coraggio e le avevo rivolto la parola. Era una delle scienziate che lavorava per la missione italiana sul continente bianco: rilevamenti geologici sottomarini. Avevamo parlato di tante cose, ma soprattutto di come sono i rapporti tra le persone quando si vive così isolati, quando si ha bisogno veramente l’uno dell’altra per sopravvivere, che è una cosa che dalla pianura, in un clima mite, non si può capire. Io le parlavo di come stavamo tra noi a Socotra, lei degli umani della calotta polare, ma ci capivamo perfettamente. Tornando in Italia, quella sensazione di vicinanza concreta, di piccolo guscio, le mancava visceralmente. Nell’Italia urbana si sentiva fuori luogo, e così mi sentivo anch’io a ogni ritorno dopo lunghi periodi passati ad abbracciarsi molto, e a nutrirsi a vicenda, dialogando a cuore aperto, in Yemen o in Caucaso.
In Mongolia invece di queste cose non serve parlare - si possono già dare per assodate più o meno con tutti, fuori dall’agglomerato informe e intossicato dal carbone di Ulaanbaatar. Le cose qui funzionano così, sembra che dica ogni minuscolo agglomerato umano in mezzo alla steppa, sottintendendo che l’accoglienza minima è assodata, incrollabile.
La seconda volta (di molte) in cui ci si è rotto lo UAZ, la macchina-pagnotta con cui giravamo, eravamo a duecento metri da un paio di gher appoggiate su un prato in mezzo al nulla. Non c’era un albero nel raggio di chilometri, come quasi dovunque in Mongolia, e la gher era l’unico riparo dal sole che d’estate, nonostante l’aria fredda, anche nella steppa schianta ogni cosa. Gli adulti erano in giro col bestiame, e a casa c’era solo un ragazzino di undici anni che, senza battere ciglio, ci ha detto che potevamo entrare e stare, in cambio di nulla. Ci sarebbe successo altre volte: lo spazio c’è, quando ci si siede per terra senza problemi, l’airag delle giumente che hanno appena partorito pure: ce n’è un barile intero in cui tuffare una scodella rituale, a cui appoggiare le labbra per bere (o far finta di bere, per il bene dell’intestino). Quattordici italiani che ti piombano a casa all’improvviso, casa che peraltro è sempre aperta, proprio per ogni evenienza: è successo davvero, ed è stata una cosa normale.
Proietto per gioco la stessa scena a Lambrate, a Milano. Fa un caldo assurdo, sono le tre del pomeriggio di un mercoledì di metà luglio, ti si è rotta la macchina e non c’è un ritaglio d’ombra dove aspettare, né una fontanella. Così citofoni a una persona a caso di un condominio in piazza Bottini e chiedi se puoi salire un attimo a ripigliarti, bere un bicchiere di latte fermentato e un po’ d’acqua. Siete un gruppo di quattordici mongoli nei vostri migliori abiti tradizionali, perché è pure la settimana del naadam e bisogna farsi belli. Praticamente una delegazione, anzi, una delegacija kukushkiana in tutto e per tutto. Gracchia la voce poco entusiasta di un ragazzetto di undici anni, che mette in pausa la Xbox per rispondere al citofono. Non sembra stupito. «Ok, salite».
In Mongolia è andata esattamente così ma all’incontrario, senza che nessuno battesse ciglio.
Per tutto il viaggio ho avuto la sensazione di correre aggrappata, appoggiata, in uno scivolare continuo su un piano inclinato, al bordo della ‘fine della società agricola’ pasoliniana, che in Mongolia è più forte che altrove. È un Paese dove l’abisso tra città e campagna è distante secoli, e non chilometri, ma in cui il mondo urbano non ha bordi netti: si sfilaccia in distese sconfinate di quartieri-gher, dove chi non riesce più a vivere di pastorizia migra ai margini con la sua tenda e tutto quello che possiede, in cerca di un modo per sopravvivere. Attraversarli a piedi è come camminare di qua e di là in un passaggio temporale di un centinaio d’anni, in un processo che si intensifica sempre di più - in Mongolia, su 3.5 milioni di abitanti, 1.7 vivono a Ulaanbaatar. A Ulaanbaatar, oltre il 60% della popolazione vive in un quartiere gher, cioè circa 900.000 persone. Sono numeri impressionanti per un Paese essenzialmente vuoto, dove l’assenza pesa più della presenza praticamente dovunque, eccetto a Ulaanbaatar.
Quartiere gher poi non significa per forza vivere in una tenda, anzi: negli anni c’è chi è riuscito a costruirsi una casa più solida, ad allacciarsi alla linea elettrica, e così via. Il punto vero è l’assenza di servizi nella città informale, che gli abitanti devono crearsi da sé perché loro per l’amministrazione comunale non esistono. L’acqua si prende alla casa dell’acqua, con una serie di regole particolari perché quando d’inverno fa -30° non è banale nemmeno prendere l’acqua da una fontana. Le scuole, gli asili, gli ospedali sono cose da città formale, che si può raggiungere con la propria auto, oppure a piedi, se come la maggior parte degli abitanti dei quartieri-gher non si possiede un’auto, perché non esistono autobus o altri mezzi pubblici che arrivano fin lì.
Rivedere il boom edilizio fuori controllo di Ulaanbaatar da quelle colline mi ha fatto impressione. Era una cosa da fare a fine viaggio, per chiudere il cerchio e spezzare l’immagine idilliaca della Mongolia da cartolina. Mi ha provocato lo stesso senso di impotenza e straniamento che sento di fronte ai nuovi quartieri tutti uguali, che sanno solo alludere a un altrove sempre migliore, cresciuti senza un piano urbanistico; alle foreste di grattacieli che luccicano di finto lusso, sapendo di essere scadenti - a Tbilisi, Batumi, Dushanbe, Tashkent e non solo. Persino a Ulaanbaatar è così: foreste di grattacieli inaccessibili destinati a rimanere vuoti, circondati da un manto di piccole gher in collina.
Oltre Ulaanbaatar, nelle steppe sterminate del medio Gobi, più lontano da quei grattacieli di quanto si possa immaginare, due bimbe di 7 anni ci accolgono, da sole, nella gher di famiglia dove vivono per badare ai loro cammelli battriani, come i loro antenati hanno fatto per secoli, esplorando i vuoti sconfinati di quelle steppe senza lasciare traccia.
La loro gher è ancora lì, uguale a se stessa, con solo qualche lieve adattamento alla modernità - da un piccolo pannello solare al fornello a gas, dalla televisione allo spazzolino da denti rigorosamente tenuto incastrato tra i pali del tetto. nelle distese verdi del medio Gobi così come sulle colline affacciate sulla città.
Quei grattacieli rivestiti in plastica saranno invece cadenti già tra qualche anno, i suoi abitanti soffocati dalle polveri delle stufe a carbone, in una città troppo intasata e divorata dalla solitudine per viverci. Non è un posto per radicarsi, la Mongolia. È un posto per stringersi tra di noi, per spostarsi senza lasciare tracce, e per accogliere chi passa - a porte sempre e rigorosamente aperte.
Ci vediamo ancora dal vivo a settembre e poi in autunno e inverno per portare le voci di Socotra in giro per l’Italia. Vi aspetto qui:
13/9 Bergamo, biblioteca Gavazzeni, con Shilpa Bertuletti, ore 11.00
18/9 Torino, incontro aperto al pubblico col gruppo di lettura Lettorə in Calzamaglia di +SpazioQuattro, piazza Paravia, ore 19.00
4/10 Volargne (VR), alla Villa del Bene, ore 18.00
6/10 Pavia, Aula Magna del Collegio Giasone del Maino, via Luino 4, con Gianluca Favre, ore 21.00
fine ottobre Torino, tbd
22/1 Trieste al Trieste Film Festival, libreria Ubik, con Martina Napolitano e Giorgia Spadoni, orario tbd
La data di Genova del 27/11 purtroppo non è più disponibile. Stiamo ancora lavorando a prossime date, nel nordest e anche al sud. Se avete proposte, rispondete pure a questa mail. Grazie!
A questo link potete leggere gratuitamente un capitolo di Socotra. Viaggio sentimentale in un’isola impossibile, EDEA, febbraio 2025
Buona lettura e buona fine estate!
Dall’1 settembre riapriranno le iscrizioni per i tour d’autunno e inverno in Iraq. Per quest’estate rimangono solo gli ultimi posti liberi al fine settimana a Sofia con Giorgia Spadoni.
Belgrado è già sold out ma abbiamo aggiunto una nuova data: 16-19 ottobre.
Settembre
Sofia da leggere, 18-21 settembre, con Giorgia Spadoni, 190€ / Posti liberiArmenia Syunik, 20-28 settembre, con Eleonora Sacco, 1450€ / SOLD OUT
Ottobre
Belgrado, 9-12 ottobre, con Giorgia Spadoni, 190€ / SOLD OUTBelgrado, 16-19 ottobre, con Giorgia Spadoni, 190€ / Posti liberi
Novembre
Iraq esteso, DATE AGGIORNATE 15-26 novembre, con Manuel Mezzadra, 2290€ / Iscrizioni dall’1 settembreEritrea, 28-8 dicembre, con Gianluca Pardelli e Eleonora Sacco, 2490€ / SOLD OUT
Dicembre
Iraq esteso, 25-5 gennaio, con Eleonora Sacco, 2290€ / Iscrizioni dall’1 settembre
Iraq esteso, 27-7 gennaio, con Manuel Mezzadra, 2290€ / Iscrizioni dall’1 settembre
Vi aspettiamo!
📖Per prepararmi al viaggio in Mongolia, ho letto Bestie, uomini e dèi di Ferdinand Ossendowski. Un libro disorganico ed estremo, ma che, al netto delle aggiunte sicuramente fantasiose, descrive meravigliosamente quel clima di anarchia, misticismo, pericolo imminente e selvaticità che pervadeva la Siberia e la Mongolia della guerra civile tra bianchi e rossi, nei primi anni ‘20. Ossendowski è polacco e un feroce antibolscevico, ma nel suo viaggio di sopravvivenza tra passi montani sommersi di neve, steppe desolate e orsi nella taigà emerge un lato delle truppe bianche altrettanto spietato e sanguinario, che si affianca alle promesse di salvezza del buddismo mongolo e tibetano. È un libro degli anni ‘30, da leggere per quello che è, ma a me è piaciuto tantissimo.
📖Dopo aver ascoltato dal vivo un incontro di Georgi Gospodinov al Salone del Libro, sono letteralmente caduta dentro il suo Il giardiniere e la morte (Voland, 2025), che racconta degli ultimi mesi di malattia e morte di suo padre, e dell’attaccamento al suo giardino. Un tema di cui non sapevo di aver così bisogno di leggere, al punto da sentire quella sensazione soffocante di quando non riesci a staccarti dalle pagine. Doloroso ma anche inaspettatamente comico, appagante, guaritore. Mi ha fatto molto bene, ma non lo consiglio a chi ha vissuto lutti troppo recenti.
📖Il pozzo-Gospodinov mi ha portato anche a Cronorifugio, con cui ha vinto lo Strega Europa nel 2021 e il Booker Prize nel 2023. Lo sto assaporando piano piano tra un viaggio e l’altro, vi dirò come sempre sul gruppo Telegram :)
🗞️La breve newsletter Estera de Lo Spiegone che fa il punto sul disarmo del PKK e sul futuro dei curdi tra Turchia, Iraq, Siria e Iran.
🗞️Seguo sempre con interesse la newsletter del Central Asia Caucasus Institute. L’ultimo numero parla della ‘pace’ tra Armenia e Azerbaigian, dal punto di vista dell’Iran.
🎵Ho riascoltato a fondo Tabula rasa elettrificata dei C.S.I., per entrare nell’atmosfera lugubre e mistica della Mongolia postsovietica.
🎵Ha intercettato i miei radar anche l’ultimo disco de La Niña, Furèsta, in napoletano ‘selvatica’, è veramente interessante e pieno di spunti, e ho sentito dire che dal vivo lei è davvero eccezionale.
🎵Sono tornata sugli altopiani del Javakheti, in Georgia, e a settembre tornerò in Syunik, in Armenia. Non c’è niente che suoni più Armenia dell’Esprit d’Arménie di Jordi Savall, una colonna sonora evocativa o un trip emozionante da fare guardando il soffitto sdraiate sul letto.
🎧 Sono caduta anch’io nel pozzo di Altri orienti di Simone Pieranni, un podcast davvero fatto molto bene e pieno di spunti e stimoli anche per chi si interessa di Est meno lontano. Avevo ascoltato questa puntata sulla Mongolia, ma poi il tunnel mi ha portato a sentirne anche una sul rock cinese e un’altra sulla Corea del Nord.
🎧 Sempre sulla Mongolia avevo sentito questa imperdibile puntata di Fedeli alla linea: la linea non c’è fatta di stralci di interviste, alcune con audio decisamente rovinato, di Zamboni e Ferretti dei C.S.I. sul loro viaggio nelle steppe. Molto poetica e bella, provocatoria, indifendibile e contraddittoria, in pieno stile Giovanni Lindo Ferretti.
🎧 Il Post sta facendo alcune puntate dedicate al turismo e l’ultima di Globo su turisti e viaggiatori con Marco Aime potrebbe essere la prima volta in cui sono d’accordo con Eugenio Cau :D gli interventi di Aime, come spesso succede con gli ospiti di Globo, sono molto pregnanti, anche se la puntata è un po’ confusa e mette insieme tanti temi diversi senza distinguere bene gli ambiti. Consigliata. Anche l’ultima puntata di Wilson sui numeri del turismo racconta alcuni dati interessanti.
🎧 Consigliatissima la puntata di The Red Line Podcast “Abkhazia: Client or Catalyst?”, che rende bene l’unicità della situazione del Paese e la sua ricerca di indipendenza tanto dalla Georgia quanto dalla Russia, della cui ingombrante presenza è sempre più difficile liberarsi.
Per oggi è tutto, alla prossima!
Eleonora
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