Ciao Orecchiabilinə,
Lo sentite questo tintinnio? Sì, esatto, sono proprio loro, le campanelle natalizie della procrastinazione: quelle che ti ricordano che mancano x giorni a Natale, e quante cose ancora dovete fare? Solo una: fermarvi e ascoltare questi due podcast. È l’unica. Lasciate perdere le festività e chiudetevi in una bolla audio, da una parte Chiara vi porta nella vita di Anna Kuliscioff, dall’altra Giacomo vi conforta con un caro vecchio genere, il true crime.
Pronti, partenza, play!
Quando mi approccio a podcast che raccontano pezzi di storia italiana, mi ritrovo spesso a fare i conti con un grande senso di frustrazione che mi si appiccica addosso e non mi lascia più. La domanda che mi faccio è un po’ sempre la stessa: com’è possibile che io non ne sapessi nulla? Ascoltando la storia di Anna Kuliscioff, raccontata con delicatezza da Sara Poma, mi sono di nuovo sentita così.
Il racconto inizia quasi in medias res, con la voce di Poma che si aggira per il centro di Milano alla ricerca della targa che dovrebbe essere sulla casa in cui ha vissuto Kuliscioff. È da quella targa che entriamo dritti nel mondo di una donna che ha vissuto molte vite: giovane rivoluzionaria russa che rinuncia ai privilegi borghesi per unirsi alle lotte contadine, esule forzata quando la sua Russia le volta le spalle, attivista nei movimenti radicali europei, medica che cura le donne e i bambini. Con gli occhi di Anna riesce a condensare e raccontare in sole quattro puntate tutto questo, intrecciando momenti di vita personale con la consapevolezza politica che ha guidato ogni scelta di Kuliscioff. L’amore con Andrea Costa, una maternità fuori dagli schemi dell’epoca quando sceglie di trasferirsi con la figlia appena nata per andare a studiare medicina (una delle prime donne in Italia a farlo), la lunga complicità con Filippo Turati, con cui rimarrà legata per tutta la vita, e la sua attività di medica, come si faceva chiamare, il tutto rivendicando sempre la sua autonomia.
Sara Poma tesse questo intreccio come sa fare lei: con delicatezza, ma anche con una lucidità che cerca di riportare nel presente un personaggio solitamente confinato nei convegni o nelle pagine di qualche polveroso manuale. E mentre si ascolta bisogna fare i conti con un paradosso difficile da ignorare: molte delle battaglie per cui Anna Kuliscioff si è battuta quasi 150 anni fa sono ancora dolorosamente attuali: tutela delle lavoratrici, indipendenza economica delle donne, sanità pubblica. Temi che oggi, più che mai, chiedono di essere guardati con la stessa ostinazione che guidò lei. Mentre scrivo ho ascoltato le prime due puntate, ma mi è già chiaro che ascoltare Con gli occhi di Anna è un invito a guardare il nostro presente con la stessa lungimiranza, ostinata e radicale, di una donna che aveva già visto e capito tutto.
Chiara
Qualche giorno fa ho fatto uno di quei viaggi tragici in cui passi un numero interminabile di ore in aeroporto, entrando e uscendo a ripetizione dagli stessi negozi nella speranza di trovare qualcosa, qualunque cosa, che ti permetta di sopravvivere alla melassa di noia che ti circonda. Preso dalla disperazione sono ricaduto in un vizio che pensavo di essermi lasciato alle spalle: ho ascoltato un true crime e l’ho ascoltato tutto in un solo colpo.
Come nella più svogliata puntata di un procedurale televisivo, Sea of Lies parte dal ritrovamento in mare di un cadavere non meglio identificato, ovviamente impigliatosi nelle reti di due sfortunati pescatori. Da lì però la vicenda inizia a prendere una serie di tortuose deviazioni talmente assurde e talmente stupide che, inutile dirlo, stimolano una gioiosa produzione di endorfine per chi ascolta (e di cui ovviamente non vi anticipo niente).
Sam Mullins, come già avevamo avuto modo di apprezzare anni orsono in Wild Boys, è bravissimo nel trattare in maniera asciutta il racconto, lasciando che sia la storia a parlare da sé, senza caricarla di eccessivo pathos o di inutili riflessioni sulla vita umana. Invece di cercare di coinvolgere l’ascoltatore con la suspence a tutti i costi, Mullins decide di farlo attraverso divertite strizzatine d’occhio, sottolineando quei dettagli inutili e irresistibili che non servono a spiegare il fatto in sècrimine, ma che gli permettono di avvicinarsi e sussurrare: «“hai visto quanto è assurda questa storia?»”.
Tutto bene quindi? Quasi. Come la maggior parte dei podcast del suo genere, Sea of Lies ha dei gran momenti di stanca, dati dalla chiara necessità di allungare il brodo per arrivare a un numero sufficiente di puntate. A voler esser pignoli, si potrebbe parlare anche del sound design, talmente telefonato da chiedersi perché non abbiano semplicemente deciso di farne a meno.
Detto questo, mi sembra un po’ ingeneroso mettermi a far le pulci a un podcast che ha il solo, nobile, scopo di intrattenere chi lo ascolta e che riesce a farlo senza ricorrere a disdicevoli trucchetti. Fossero tutti così. Quindi, la prossima volta che avrete sei ore da passare con il cervello spento, pensate a queste poche parole, mettetevi Sea of Lies in cuffia e godetevelo. A volte la vita è semplice così.
Giacomo
Bene, anche per oggi è tutto. Ora, srotolate i fili delle cuffiette e iniziate ad ascoltare! Sentiamoci su Instagram e se vi va, condividete questa newsletter con qualcuno che pensate possa apprezzarla.
Chiara & Giacomo
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