Ciao Orecchiabilinə,
oggi vi portiamo nel cuore di quello splendido continente che si trova giusto a sud del nostro, per parlarvi di come la musica può essere usata come strumento rivoluzionario con Chiara e Fela Kuti: Fear No Man e per raccontarvi la tragedia che molte persone devono affrontare nel viaggio che, passando per la Libia, dovrebbe portarle verso quella terra promessa che è l’Europa con Giacomo e Testa o croce.
Pronti, partenza, play!
Dodici anni fa ho scelto di emigrare in Germania, e se mai avrete la sfortuna di sentirmi pontificare su come la mia vita da expat mi abbia cambiato, il fulcro del mio racconto non saranno di certo le poche ore di viaggio che separano Genova da Berlino. Ho fatto una valigia, preso un aereo e, senza neanche preoccuparmi di controllare se avessi un passaporto valido o meno, mi sono trasferito con armi e bagagli a Berlino. Sapevo dove sarei andato, come ci sarei arrivato e avevo una casa e un’idea di vita ben precisa pronte ad aspettarmi in terra teutonica. Non tutti sono così fortunati. Anzi, quasi nessuno lo è. E per molti il viaggio è solo il primo enorme e dilatato ostacolo da provare a superare.
Di questo parla Testa o croce, di quel lasso di tempo senza una vera definizione che esiste nel passaggio da, scusate la parola, “nativo” a “emigrante”. Di viaggi che durano settimane, mesi o addirittura anni. Di vite interrotte nel vano tentativo di raggiungere un altro posto nel mondo. A portarci in questo buco spaziotemporale è Antonella Ferrara, giornalista siciliana che, a un certo punto della sua vita, inizia a chiedersi da dove arrivino le persone che affollanno quei gommoni carichi di gente che sbarcano nella sua regione. E, soprattutto, come su quei gommoni ci siano finite.
Per far luce su queste domande, Testa o croce si concentra sulle storie di Chris e Musa, due adolescenti che lasciano l’Africa subsahariana nel tentativo di arrivare in Europa per inseguire i loro sogni: fare il musicista l’uno, diventare un calciatore l’altro. Partiti da Nigeria e Gambia, riescono entrambi ad arrivare in Libia dove le loro storie, per puro caso, prendono pieghe diversissime.
Dirvi di più significherebbe diminuire il forte, fortissimo, impatto emotivo che il racconto di queste due giovani vite avrà sulle vostre orecchie, quindi mi contengo e vi dico solo quello che già tutti sappiamo: arroccati nei nostri fortini, stiamo lasciando che il controllo e la gestione dell’immigrazione siano gestiti in maniera brutale e disumana dallo stato libico, chiudendo gli occhi di fronte a orrori indicibili. E qui mi fermo. Un po’ perché, da ex studioso di politiche e fenomeni migratori, vi annoierei a morte. Un po’ perché Ferrara ha scelto, con saggezza, di non dare un taglio politico al suo podcast e di lasciare semplicemente che siano le storie dei ragazzi a parlare da sole.
Ho iniziato ad ascoltare Testa o croce con un vago senso di scetticismo, chiedendomi cosa avrebbe potuto aggiungere a un racconto che ho già sentito tante, troppe volte. A pensarci bene, avrei anche qualche appunto da fare sulla scrittura, non sempre centratissima e con qualche evitabile eccesso nella ricerca della frase ad effetto. Però non posso negare che Testa o croce funzioni. Le storie di Chris e Musa arrivano dritte al cuore, si piantano lì e ci costringono a prendere ancora una volta coscienza del privilegio incredibile che ci è capitato nel nascere nella nostra bistrattata nazione. E allora teniamola lì questa presa di coscienza, conserviamola tra le orecchie e ricordiamocela quando parliamo di (e con) persone delle cui storie sappiamo poco e niente. Non è una questione politica. È una questione di umanità.
🎧 Consigli di ascolto: se volete ascoltare l’argomento da un altro punto di vista, qualche tempo fa, vi avevamo parlato de La Nave, il podcast di Luca Misculin su una delle navi che soccorrono migranti in mare.
🎧 Consigli di ascolto bis: Chris delle canzoni è riuscito a farle uscire e non sono davvero niente male.
Giacomo
«In un mondo che va a fuoco, cosa facciamo con l’arte? Cosa può davvero fare la musica?», è con questa frase che inizia la descrizione del podcast e che, in effetti, riassume perfettamente Fela Kuti: Fear No Man, il nuovo podcast di Jad Abumrad, già creatore di Radiolab e autore di Dolly Parton’s America, due dei miei lavori per le orecchie preferiti. Queste domande sono la chiave di lettura di un podcast che non si limita a raccontare la vita di Fela Kuti, ma che si spinge un po’ più in là, cercando di spiegare come la sua produzione artistica abbia contribuito a una delle più grandi prese di coscienza nella storia della musica.
In dodici episodi (di cui solo cinque disponibili nel momento in cui scrivo), Abumrad si mette comodo e ci racconta la storia del nigeriano Fela Anikulapo-Kuti, musicista, ribelle e profeta dell’afrobeat, intrecciando le sue vicende personali con mezzo secolo di storia politica africana. Dalla Nigeria appena uscita dal colonialismo, nel bel mezzo di una feroce repressione da parte del regime militare, Fela Kuti costruisce una nuova sonorità mescolando jazz, funk e ritmi tribali, inevitabilmente intrecciati con la situazione politica in corso.
Fela Kuti: Fear No Man va oltre la semplice ricostruzione biografica e diventa così il racconto di come il linguaggio musicale possa diventare forma di resistenza. Per regalarci questa visione Abumrad utilizza un coro di voci, a partire da quelle dei figli di Fela e dei suoi amici e compagni di palco, ma andando anche a pescare tra quelle quelle di artisti e intellettuali come Brian Eno, David Byrne, Santigold e perfino Barack Obama. Un mosaico che, puntata dopo puntata, si apre sempre di più al presente: perché la musica di Fela, bandito e perseguitato in vita, continua a risuonare nelle manifestazioni di oggi, dalle proteste contro la brutalità della polizia nigeriana all’eco globale di Black Lives Matter.
L’ascolto è travolgente anche dal punto di vista sonoro: la produzione è di quelle che solo un orecchio esperto come Abumrad sa orchestrare, un ritmo narrativo fluido, voci graffiate, basi musicali afrobeat che esplodono nel mixer. È un ascolto che pulsa, respira, vibra come quando sei sotto cassa, o come quando senti il fuoco del mondo che brucia e allora tutto diventa memoria, politica, arte.
🎧 Consigli di ascolto: è difficile smettere. Poi, quando avete finito, passate a Dolly Parton’s America.
Chiara
Nel mondo dei podcast accadono cose un po’ in continuazione e non sempre riusciamo, per motivi di spazio, tempo o (addirittura) linea editoriale, a segnalarvi tutto quello che vorremmo. Quindi eccovi un po’ di notizie fresche fresche in poche comode parole:
Oggi alle ore 18 trovate il buon Giacomo a parlare di audio, comunità e pratica artistica con le amate Studiolanda da Studio Florida, a Genova. Nel prossimo mese passeranno da quelle parti anche il Collettivo Panothi e Wundertruppe. Vediamoci li.
Se invece siete tra i nostri fortunati lettori romani, questo sabato Collettivo Panothi porta in Italia Stalker, una passeggiata sonora in inglese da ascoltare a coppie, liberamente ispirata all’omonimo film sci-fi di Tarkovsky. Ci dite com’era?
Bene, anche per oggi è tutto. Ora, srotolate i fili delle cuffiette e iniziate ad ascoltare! Sentiamoci su Instagram e se vi va, condividete questa newsletter con qualcuno che pensate possa apprezzarla.
Chiara & Giacomo
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