Nella mia personale percezione, la catena alimentare dei lavoratori italiani è così composta:
in vetta ci sono gli statali, avviluppati in una calda copertina di privilegi e occupazione sempiterna,
sotto, i lavoratori dipendenti con un contratto a tempo indeterminato, capaci di fare della parola futuro quantomeno una stima realistica,
poi i dipendenti con contratto a termine, che si barcamenano tra una Naspi e l’altra, aprendo ogni sera il frigo di mamma e papà.
E poi ci sono loro. Le partite IVA. Ma non quelle che vi fanno piangere quando varcate la soglia del loro studio, come i dentisti e i notai. No. Intendo quella nube indistinta di piccoli e medi freelance che lavorano nella comunicazione, nell’editoria, nel marketing, nella produzione di contenuti: dai traduttori agli illustratori, dagli editor ai fotografi matrimonialisti.
Un mondo a cui guardo con reverenziale rispetto, perché costituito da persone che fanno cose che io non devo fare, come andare dal commercialista, rincorrere i clienti, dare un prezzo al proprio lavoro e spiegare perché vale e perché no, tuo cugino non lo sa fare.
Ma è davvero così? Davvero le partite IVA sono il Chuck Norris della lotta per arrivare a fine mese? Oppure sono più felici di noi, dediti alla muta adorazione della busta paga? L’ho chiesto a Miriam Bertoli, che di freelance se ne intende davvero. (A dirla tutta, ho chiesto aiuto a quel faro nella notte che è Gianluca Diegoli, che poi mi ha messo in contatto con lei.)
Miriam è Digital e Content Marketing Strategist, consulente, formatrice e divulgatrice di marketing digitale. Tra le altre cose, ha creato questo format bellissimo, le Venice Lessons, che trovo un’idea geniale e che mi sembra consonante con un’immagine positiva ed energica del lavoratore autonomo, capace di lavorare come, con chi e dove gli pare, persino in gondola. Ma questo è di nuovo il regno del mio percepito. Chiediamo direttamente a lei.
Di recente ho partecipato a una tavola rotonda molto interessante in cui erano presenti piccoli studi editoriali e alcuni freelance, oltre a qualche editore. Tutti condividevano le difficoltà di un mercato percepito come sempre più selvaggio. I freelance – soprattutto se alle prime esperienze – raccontavano di doversi piegare a ricatti economici di ogni tipo pur di tenersi il cliente, soprattutto quando il cliente è grosso.
I più “anziani” – tra cui me, che freelance lo sono stata e ho sbagliato tutto in quel periodo – incitavano gli altri a non piegarsi troppo e a fare network per formarsi, informarsi e non essere totalmente alla deriva.
Qualche settimana dopo scopro che tu, Gianluca e Alessandra Farabegoli avete creato da anni proprio una cosa che va in quella direzione: il Freelancecamp. Me lo racconti?
Abbiamo fondato il Freelancecamp nel 2012, praticamente una vita fa.
Dopo più di 10 anni da dipendente in un’agenzia, avevo aperto da poco la mia gloriosa partita IVA e parlando con colleghi freelance sentivo che i temi erano sempre gli stessi: come trovare altri professionisti complementari con cui collaborare, cosa fare con quel cliente che chiede sempre le cose all’ultimo minuto, come tenere insieme tutto senza lavorare nei fine settimana, come farsi pagare le fatture in tempi decenti &Co.
Ne ho parlato un giorno con Gianluca e da lì con Alessandra abbiamo organizzato il primo Freelancecamp.Ora siamo un’associazione e facciamo sostanzialmente due cose: formazione e networking per freelance, attraverso eventi in presenza, incontri online, una community sempre attiva su Circle. Le persone che vengono ai Freelancecamp sono freelance di lungo corso ma anche nuove partite IVA, più o meno giovani anagraficamente. Ci divertiamo, impariamo, conosciamo i colleghi per il prossimo progetto o semplicemente qualcuno a cui chiedere un consiglio.
Nascono amicizie e altro, insomma, sì: proviamo anche a porre rimedio alla famosa solitudine del freelance.
Una delle dannazioni di tutti noi è la gestione del tempo: cerchiamo di comprimere una quantità enorme di attività nell’arco di una giornata che in origine prevedeva solo le azioni minime per la sopravvivenza, come trovare del cibo e accoppiarsi.
A proposito di tempo, mi pare che lo stereotipo del freelance oscilli tra queste due immagini: il placido contemplatore dell’orizzonte che lavora dal suo terrazzo e alle 11 del mattino decide di fare un giro in centro, salvo poi rendersi conto di aver bucato una deadline, oppure – sul versante opposto – la vittima delle scadenze folli che deve lavorare di notte, sommerso da tazzine di caffè e fazzoletti accartocciati.
Come si impara a non cadere in questi due estremi?
Ah, che bella parola che hai usato! Si impara, appunto. C’è chi di suo nasce organizzato e spacca il minuto anche quando deve preparare la valigia per le vacanze. C’è chi parte in vacanza e in coda al check-in si ricorda che non ha preso il passaporto. Siamo una specie variegata.
Io di mio sono organizzata, lavoro molto durante la settimana ma salvo urgenze o situazioni particolari non lavoro nei fine settimana, non salto le feste comandate e le ferie, mai. Raramente manco le scadenze sui progetti e, se succede, avviso prima i clienti.Poi, se guardo fuori devo dirti che penso che funzioni il freestyle: il mito dell’efficienza e della buona pianificazione penso sia anche sopravvalutato. Non dirò mai che gli unici freelance che possono lavorare bene sono quelli che “stanno nel mezzo”, sanno gestire il tempo a meraviglia, non bucano le consegne, non accettano scadenze folli.
A mio avviso è un equilibrio variabile, sia verso se stessi per il proprio benessere, che verso i clienti. Anche questo è parte del concetto di free che sta alla radice della parola freelance. Ho colleghi poco puntuali, che bucano la scadenza e si prendono la mezza giornata per andare a fare surf perché si è alzato il vento giusto, ma che curano il cliente in molti altri modi dandogli qualità eccellente e disponibilità extra nei momenti che contano. Ho colleghi che si gasano a lavorare di notte, che la prossima scadenza folle la accettano senza nemmeno provare a negoziare perché l’adrenalina di quel modo di lavorare lì, gli piace.
Tornando alla tua domanda: per prima cosa, valuterei se davvero stare nei due estremi sia un problema, per se stessi e per i clienti. If yes, ho imparato che la prima cosa da fare è decidere quali sono i nostri paletti, metterli nero su bianco, condividerli con i clienti, tenere traccia di quando “ci stiamo” e quando invece “sfondiamo il paletto”, ripetere e migliorare.
In tutte le conversazioni di valore c’è un elefante nella stanza. Nel nostro caso è il tema delle “finte partite IVA”, cioè quei lavoratori che sono autonomi sulla carta ma che di fatto lavorano unicamente per un’azienda e di quell’azienda “subiscono” modalità di lavoro, orari, obiettivi ecc.
Io ho l’impressione che questa zona grigia a volte sia un salvagente per le aziende che non riescono ad assumere ma vogliono comunque garantire una continuità ai propri collaboratori, altre sia una comoda soluzione mossa da ragioni ben più ciniche. A questi autonomi-non-autonomi che consiglio daresti per riuscire a sganciarsi da questa “relazione tossica” senza perdere del tutto il loro principale (o unico) cliente?
L’unico cliente, soprattutto se non è una situazione voluta ma è più o meno cinicamente imposta, è “il bacio della morte”: rassicurante e piacevole perché riduce la complessità, rischioso perché basta un cambio di management, una revisione dei costi, un’IA qualsiasi che arriva e puf, il fatturato va a zero o lì attorno.
I miei consigli per sganciarsi dalla “relazione tossica”: mettersi ogni anno come obiettivo quello di differenziare il parco clienti, per ridurre il rischio. Poi: mai smettere di seminare, stare in gruppi di lavoro con altri professionisti, coltivare progetti paralleli anche piccoli (partecipare all’organizzazione di un evento di settore nella propria città, per esempio). Certo, bisogna trovare il tempo per farlo… ma è meglio trovarlo prima di averne troppo, di tempo libero :)
Una volta una persona mi ha detto “tu hai l’attitudine perfetta per aprirti la partita IVA”. Non so se sia così, ma questa affermazione mi ha fatto sorgere una domanda: esiste una sorta di profilo umano adatto a diventare lavoratori autonomi? È vero che molti sono in qualche misura costretti dal mercato, ma è vero anche che tanti altri decidono di mollare la vita d’azienda perché “sentono” che quello non è lo stile di vita che si confà alla loro natura.
Qual è – se esiste – il set di doti caratteriali indispensabili per diventare un freelance?
Se dovessi sceglierne una, ti dico l’ottimismo. Il freelance è un imprenditore in piccolo… hai mai incontrato un bravo imprenditore avvolto nel pessimismo? Io no.
Se vuoi fare impresa, in grande o in molto piccolo, per prima cosa devi guardare al futuro con un certo grado di positività, per poter costruire opportunità, investire tempo e/o soldi per formarti oggi sapendo che magari quel corso ti sarà utile fra 6 mesi e così via.L’altra caratteristica fondamentale, a mio avviso, è la disponibilità a fare anche cose che non ti piacciono. Il freelance raccoglie nella stessa persona praticamente tutte le aree aziendali, dal Prodotto alle Vendite all’Amministrazione (non a caso il simbolo che abbiamo scelto per il Freelancecamp è una Dea Kali con molte braccia). Ti piace fare social media management ma detesti trovare clienti e fare i preventivi? Se vuoi lavorare, devi trovare il tuo modo per farti conoscere e i preventivi devi farli comunque (e anche bene, se vuoi lavorare bene). Adori fare fotografie ma ti sale la rabbia quando devi mandare una fattura? Devi metterti lì, farla giusta e mandarla comunque.
Poi ci sono tante altre caratteristiche come la propensione al rischio – che si ricollega al punto 1 – l’autonomia e una certa stabilità emotiva.
Mi sono studiata il tuo sito e ci sono tante cose che mi sono piaciute di te. Se dovessi riassumerle in una frase direi che ciò che mi ha conquistata è la tua capacità di trasmettere in modo solido, pulito e onesto ciò che sei e ciò che fai. In un mondo che vive un costante sovraccarico cognitivo per una sovrapproduzione di termini che nessuno capisce, trovare una comunicazione come la tua mi fa respirare e crea un immediato senso di fiducia.
Ti capita mai di avere clienti che arrivano da te perché in fuga dalla fuffa?
Beh, prima di tutto, GRAZIE. Ti farà piacere sapere che trovo il mio sito datato, ogni volta che lo apro cambierei almeno 5 cose, subito. Però sui fondamentali avevo lavorato bene e sono contenta che ancora tenga.
A proposito della fuffa. Mi capitava in passato che i clienti arrivassero da esperienze “tanto fumo – pieno di parole inglesi incomprensibili, un latinorum attuale – e niente arrosto”.
Ora i miei clienti colgono il tema della fiducia e della solidità e arrivano da me perché pensano che quella fiducia, solidità ed esperienza possano essere loro utili in un momento critico: per esempio l’azienda sta diventando parte di un gruppo e hanno bisogno di strutturare piani e azioni di marketing in modo più solido, il team di marketing/comunicazione/content sta crescendo e hanno bisogno di un metodo di lavoro oltre che di strategie, l’IA cambia tutto e hanno bisogno di capire come orientarsi tra le mille proposte di tool, workshop & Co. che ricevono.
Cose così.

Comments
Nothing yet. Say the first thing.
Sign in to join the conversation.