Quando vogliamo sedare la paura dell’AI, puntualmente facciamo riferimento ad altre rivoluzioni tecnologiche che hanno terrorizzato l’umanità, per poi lasciarla più o meno identica a se stessa. Forse un po’ più pigra, più confusa o più stressata, ma comunque la solita accozzaglia di persone che si dannano dalla mattina alla sera per ottenere sempre le stesse cose: un pezzo di terra, una manciata di soldi, il brivido del potere, una sudata tra le lenzuola, un bacio sulla fronte.
Questa cosa del “ci siamo già passati” è l’argomentazione regina di chi non vuole farsi travolgere dalle previsioni catastrofiste che ci vedono tutti disoccupati, nel migliore dei casi, o sottomessi a un esercito di chatbot, nel peggiore.
Ed effettivamente, da quando abbiamo capito che il pollice opponibile serviva a qualcosa di più utile di tirarsi via i peli dalle caviglie, ne abbiamo fatte di scoperte. Molte ci avranno tolto il fiato e ci avranno fatto scuotere la testa. Altre ci avranno gettato in uno stato di sacro orrore. Eppure siamo ancora qui. Almeno per ora.
La rivoluzione tecnologica dell’AI Generativa ha però almeno due caratteristiche inedite rispetto alle innovazioni del passato, anche quello più recente.
La prima è la velocità: non ci sono precedenti storici di una tecnologia che cambia così tanto e così in fretta da rendere obsoleto ciò che è stato introdotto pochi mesi prima. La ruota è rimasta ruota per millenni. Il telaio meccanico ha impiegato decenni a diffondersi. Ma anche invenzioni molto più recenti, come il personal computer, progredivano perlomeno seguendo il ritmo delle stagioni e non l’alternanza notte/dì.
Questa cosa della velocità è una delle peculiarità più disturbanti dell’AI, perché pone anche i più volenterosi e i più ottimisti in una condizione di perenne affanno. Non importa quanti video guarderai, quanti report spulcerai, quanti podcast ascolterai. Tutto ciò che apprendi oggi sarà pressoché inutile domani. E questa cosa genera, indovinate un po’, una certa ansia.
L’ansia da AI ha tanti nomi e tante facce: AI FOMO, AI Fatigue, AI Anxiety, AI Imposter Syndrome. Si tratta di varianti dello stesso disagio: la paura di restare indietro e di essere sostituibili e irrilevanti, l’esaurimento da rincorsa continua, ma anche la vergogna e il senso di colpa nell’affidarsi a una macchina che ci fa sentire dei truffatori.
La seconda caratteristica specifica dell’AI è ancora più rilevante e delicata: con l’AI abbiamo un rapporto relazionale. Circa un anno fa scrivevo un pezzo attorno a un report che mostrava come l’uso effettivo di questa tecnologia fosse legato alla dimensione privata: l’AI come confidente, assistente, amico che non si stanca mai dei tuoi sfoghi notturni o di analizzare la discussione che hai avuto con il capo.
Ma quella che l’anno scorso era una notizia ormai è un dato di fatto.
Chi utilizza l’AI assiduamente ne ha fatto un fedele alleato per tutte le piccole incombenze pratiche ed emotive del quotidiano, un alleato che però non usa alla stregua di un software, ma di cui cerca la voce “umana”: quando faccio analizzare all’AI i dati di una corsa, mi rendo conto di volere anche un feedback relazionale che mostri il bicchiere mezzo pieno delle mie scarse prestazioni. Potrei settarla in modo che sia più fredda e professionale, ma non lo faccio.
È stato scritto molto negli ultimi tempi su quanto questo nostro rapporto con l’AI possa condizionare il modo di relazionarci con gli esseri umani, soprattutto quando si parla di giovani e giovanissimi. È possibile che l’untuosa condiscendenza dell’AI impedirà ai nostri figli di avere relazioni sane? Forse sì.
Ma è anche possibile che loro – essendo cresciuti in un mondo AI based – siano maggiormente portati a guardarla per quello che è: una macchina come la lavatrice o il frigo, ma più verbosa. Staremo a vedere.
Nel frattempo, non possiamo far altro che sbracciarci in maniera scomposta cercando di ficcare le parole consapevolezza e pensiero critico in ogni discorso attorno al rapporto tra giovani e AI, ricordandoci sempre che i primi a dover essere consapevoli e critici siamo noi. (Aiuto.)
L’AI non sta diventando solo il nostro confidente e assistente privilegiato, ma anche il simulacro di un partner vero e proprio. Negli ultimi mesi sicuramente vi sarete imbattuti in qualche articolo che mette in guardia dalla possibilità di innamorarsi di chatGPT. Solitamente questi articoli si concentrano sui rischi d’innamoramento a cui sono esposti gli adolescenti.
Ed effettivamente il fenomeno esiste ed è documentato: sono diversi gli studi (ad esempio qui e qui) che mostrano quanto i ragazzini si confidino regolarmente con un chatbot, fino a provare sentimenti d’affetto, e perfino qualcosa che assomiglia all’innamoramento.
Ma se gli adolescenti sono naturalmente più esposti a fenomeni come questo, noi come siamo messi? Siamo sicuri di essere corazzati dal rischio di indugiare nel confortevole dialogo solipsistico con l’AI?
Quanto è rilassante – dopo decenni di relazioni disfunzionali – parlare con qualcuno/qualcosa che non ha reazioni imprevedibili, che non fa ghosting, gaslighting, love bombing e tutte le altre parole che abbiamo trovato per descrivere quanto facciamo schifo nei rapporti umani?
E non si tratta neanche di un uso poco accorto o di ignoranza del mezzo. Anche i cervelli più fini, quelli che si piccavano di saper tutto del prompt engineering (una delle hard skills invecchiate peggio a memoria di uomo, e di donna) e che oggi rincorrono i modelli di Claude come Willy il Coyote rincorre Beep Beep, anche loro se ne vanno in giro con lo smartphone in mano a chiacchierare con l’AI del più e del meno.
E anzi, illudersi di avere la famosa consapevolezza o il tanto decantato spirito critico non ci salva dallo sviluppare una dipendenza relazionale dall’AI, ma può paradossalmente ovattare le nostre antenne: convinti di dominare la macchina, finiamo per esserne dominati. Diventiamo pigri, insicuri, ossessionati da quel check finale che dovresti fare con l’AI e da quel consiglio che è meglio chiederle, per avere almeno un altro riscontro.
Sì, effettivamente la situazione può solo peggiorare. Oppure, se non vogliamo vederla proprio così, possiamo dire che la nostra parabola evolutiva, a livello relazionale, sta prendendo quella piega. È un dato di fatto e difficilmente torneremo indietro.
I rapporti con l’AI diventeranno sempre più connaturati al nostro modo di stare al mondo e questo tipo di dialogo, con le sue evidentissime storture, limiterà la nostra capacità di fare amicizia, di innamorarci, di fare sesso (cosa su cui i GenZ si stanno già portando avanti, come raccontavo qui).
Quindi? Moriremo chiusi in una stanza a parlottare con chatGPT?
La soluzione è banale, e utile solo nel breve e medio periodo: cercate di utilizzare di più gli esseri umani. Davvero. Un consiglio del cazzo di un vostro amico è un pezzo di vita vissuto più intensamente di quello che vi può offrire il modello più performante sul mercato. Perlomeno potrete raccontare (o raccontarvi) che avete sbagliato perché avete un amico cretino, e non perché avete settato male il vostro chatbot.
E soprattutto, per l’amore e per il sesso, lasciate perdere l’AI. Per tutte quelle cose che prevedono un certo afflusso di sangue in zone periferiche del corpo, ricordatevi che esistono gli esseri umani.
Esiste la pelle d’oca. Esiste guardarsi negli occhi troppo a lungo per poi pentirsene. Esistono le risate sguaiate. Le parole che vivono solo al buio.
Esistono i litigi perché ci tieni troppo o troppo poco, perché sei fragile o perché sei stato cresciuto nella convinzione di non doverlo essere.
Esistono le ginocchia, i polpastrelli, i cucchiaini affondati nel gelato, le canzoni urlate in macchina.
Esistono umori che è molto rischioso imparare a conoscere, ma che è davvero un peccato rassegnarsi a perdere.

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