Grazie per leggere Prossime Generazioni, il blog che esplora l’eredità delle nostre scelte: il futuro dell’uomo che cambia il clima e della tecnologia che cambia l’uomo.
Tre ore che ti tengono incollato allo schermo come solo uno dei più grandi registi viventi sa fare. E, per quanto mi ritenga oggettivamente un fan-boy di Christopher Nolan, non sono le scene spettacolari, le inquadrature geniali, il montaggio fenomenale, le performance degli attori o persino il casting – che ha fatto discutere inutilmente – ad avermi colpito più di tutto. È il fatto che un’opera del 700 avanti Cristo, riletta attraverso gli occhi di un grande regista contemporaneo, riesca a parlare con una tale chiarezza a noi, uomini e donne del 2026.
È questa la sensazione che mi è rimasta addosso quando le luci in sala si sono riaccese. Non l’eroe, non l’astuzia del cavallo di legno. Mi è rimasto addosso un uomo che, nel finale, non festeggia una vittoria: fa i conti con il male che ha commesso. L’Ulisse di Matt Damon torna a casa spezzato, non trionfante.
E ora anche basta Matt: non so se dopo questo, Salvate il soldato Ryan, Interstellar e The Martian qualcuno a Hollywood abbia ancora voglia di aiutarti a tornare a casa.
La guerra di Troia viene raccontata a generazioni di adolescenti più o meno attenti così: Paride rapisce Elena, l’onore dei greci è offeso, e mille navi salpano per giustizia, per famiglia, per riportare a casa una donna. Onore, giustizia e famiglia. Sembra una serie TV turca per Canale 5, ma in effetti sono anche le tre ragioni con cui – sottolineati in una splendida lezione sull’Odissea del professor Jiang, di cui vi avevo già parlato – Ulisse stesso si giustifica il fatto di abbandonare moglie e figlio per vent’anni.
Ma sotto il mito c’è la geografia, e forse anche la geopolitica. Troia sedeva sui Dardanelli, il passaggio obbligato tra l’Egeo e il Mar Nero: un nodo commerciale che consentiva il controllo dei traffici di mezzo Mediterraneo1. Le guerre di ogni epoca si legittimano con l’onore e si combattono per le risorse.
C’è un passaggio nell’Iliade (chissà se Nolan girerà mai il prequel di questo suo ultimo successo), che ci ricorda una verità che attraversa i millenni: le guerre vengono innescate da un piccolo numero di persone, ma sono combattute – e pagate con la vita – da un numero immensamente più grande. Agamennone, il re dei re, nell’adattamento hollywodiano il Cavaliere Oscuro acheo, per testare i suoi soldati dice loro: «Potete tornare a casa». Si aspetta un grido di orgoglio, qualcosa tipo «no, restiamo a combattere per la tua gloria!». Invece succede quello che non ti aspetti: tutti corrono alle navi. Perché i soldati non sanno più perché stanno combattendo: sono lì da dieci anni, hanno nostalgia di casa, e la guerra “di tutti” era in realtà la guerra di pochi. Serve Ulisse, che trasforma la vergogna e l’orgoglio ferito in nuova voglia di combattere, per ricacciarli in battaglia.
Provate a cambiare i nomi. Al posto dei Dardanelli mettete lo Stretto di Hormuz; al posto di Agamennone, uno qualsiasi dei leader che oggi decidono le sorti di milioni di persone. Il meccanismo è identico: guerre giustificate con l’onore/l’appartenenza/la sicurezza/… e combattute sui colli di bottiglia dell’energia – Hormuz, Suez, Bab el-Mandeb, Malacca.
Il 13 luglio Donald Trump ha annunciato sul suo personalissimo Truth Social il ritorno del «blocco iraniano», autonominando gli Stati Uniti «Guardian of the Hormuz Strait» – con tanto di pedaggio del 20% su tutto il carico transitante, come rimborso per il disturbo. Dopo più di sei mesi di teatrini di questo tipo, possiamo dirlo abbastanza serenamente: siamo di fronte all’ennesima trollata, ma sicuramente non all’ultima.
Vi avevo già raccontato dell’atteggiamento trumpiano ormai acronomizzato in TACO, o della realtà di questa guerra in Medio Oriente che, come al solito, si muove molto più lentamente dei titoli. Stiamo infatti monitorando i movimenti attraverso lo stretto dopo più o meno seri tentativi di cessate il fuoco: la narrativa della pace correva, le petroliere no. Oggi lo diciamo di nuovo con i dati alla mano: i flussi in uscita da Hormuz restano ben sotto la norma, con un’irregolarità che racconta più di mille comunicati. Il tutto mentre le scorte di greggio continuano a mettere una pezza sulla crisi energetica.
La novità – e qui la faccenda si fa seria – è che la minaccia non riguarda più un solo stretto. In risposta al blocco americano, l’Iran ha lasciato intendere di poter colpire anche il Bab el-Mandeb, la porta del Mar Rosso, con la sintesi agghiacciante secondo cui «gli export energetici della regione o sono di tutti, o di nessuno». Secondo un recente articolo pubblicato su TIME, se entrambi gli stretti dovessero rimanere bloccati, salterebbe circa un quarto dell’energia mondiale e c’è chi stima il barile ben oltre i 200 dollari.
Il mondo di Omero non è un mondo felice: è fatto delle storie di un’età dell’oro perduta. Quando i poemi vengono messi per iscritto, la civiltà micenea che li aveva ispirati non esisteva più da secoli.
Intorno al 1200 a.C. il Mediterraneo orientale visse quello che gli storici chiamano il collasso dell’età del bronzo. Micene, gli Ittiti, i grandi regni palaziali: caddero come tessere di un domino, nel giro di pochi decenni. Nel suo 1177 B.C.: The Year Civilization Collapsed, l’archeologo Eric Cline insiste su un punto che dovrebbe suonarci familiare: non ci fu una causa. Ci fu un systems collapse – una cascata di crisi intrecciate: i misteriosi Popoli del Mare, terremoti, siccità prolungate, rotte commerciali recise. E soprattutto: fu proprio l’interdipendenza tra quelle civiltà ad accelerarne il crollo (qui una bella intervista a Cline).
Vi ricorda qualcosa? Una rete globale, fittamente interconnessa, in cui il blocco di un nodo si propaga a tutti gli altri. La lezione – e le cause di quel collasso restano dibattute, quindi la prendo come ipotesi e non come verità rivelata – è tanto semplice quanto scomoda: il progresso continuo non è garantito. Le civiltà complesse non declinano dolcemente lungo una china. Crollano. In fretta, in modo caotico, spesso irreversibile.
A questo punto dovrei sembrarvi un catastrofista. Non lo sono, anzi: mi ritengo un technoptimist convinto – ho fiducia, non fede, nel progresso. Nonostante i suoi danni, soprattutto ambientali, gli ultimi due secoli di tecnologia hanno reso gli esseri umani mediamente più liberi, più longevi e – credo – anche più felici. Penso che l’intelligenza artificiale e la transizione energetica siano le due leve più potenti che abbiamo mai avuto per migliorare la qualità della vita di miliardi di persone.
Ma è esattamente questo che mi tiene sveglio: le stesse due leve hanno il massimo potenziale distruttivo. Da un lato, il mondo cambia ogni giorno sempre più velocemente: un’accelerazione tecnologica senza precedenti che l’AI promette di continuare a garantire. Dall’altro, grandi guerre su più fronti e un processo di de-globalizzazione, avviato ormai dalla pandemia in poi, stanno erodendo quella prosperità che per decenni avevamo finito per dare per scontata.
E come reagiamo, di fronte a una tecnologia come l’AI che non capiamo del tutto? Spesso come Agamennone: facciamo qualcosa, purché sia qualcosa. In queste settimane è circolato un manifesto, “We Must Act Now”, firmato da decine di economisti di primo piano, che invoca genericamente di “orientare” l’AI. Noah Smith ha spiegato benissimo perché non l’ha firmato, chiamando in causa la Politician’s Fallacy: «dobbiamo fare qualcosa → questo è qualcosa → quindi dobbiamo fare questo». Un testo, scrive, “completamente vago”: chi è il «noi»? Quale azione, di preciso? Con quali vantaggi rispetto alla non azione?
È la stessa fallacia di Agamennone. La mossa di pochi – firmata con le migliori intenzioni, o presa nella foga di una battaglia – ricade su tutti, senza che nessuno sappia bene verso dove. La tecnologia, di per sé, non decide: può essere lo strumento con cui costruiamo una nuova età dell’oro, oppure il moltiplicatore che accelera il crollo. Dipende da quali mani la impugnano, e con quale lucidità.
Mi fermo un attimo sull’obiezione più onesta: non stai esagerando col parallelo? Forse sì. Il presente presenta differenze strutturali enormi rispetto all’epoca in cui sono ambientate e da cui traggono ispirazione le storie di Omero: le armi nucleari, un’interdipendenza economica profondissima, l’informatica, il riscaldamento globale. Elementi che renderebbero un eventuale collasso diverso: forse più contenibile, forse più catastrofico. E il disimpegno delle superpotenze potrebbe non essere un errore di calcolo, ma una scelta deliberata. Non ho la risposta, e diffido di chi ce l’ha, pur ascoltando con interesse.
Quello di cui sono certo è dove ci riporta l’Odissea. Il messaggio di Omero, in fondo, non è la guerra: è il ritorno. Ulisse guarisce l’anima spezzata soltanto quando smette di raccontarsi bugie sul passato e riesce a guardare in faccia il male che ha fatto, per poter tornare da chi ama. La riparazione passa dalla responsabilità, non dalla rimozione. La domanda, allora, è la stessa che si porta a casa Ulisse dopo vent’anni di mare: sapremo guardare in faccia ciò che stiamo facendo, prima che sia il mare a decidere per noi?
Vi lascio con una bellissima intervista del bellissimo Alberto Angela che intervista i citati Nolan e Damon.
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Il nucleo storico della guerra di Troia è incerto – l’archeologia data la distruzione di Troia VII intorno al 1180 a.C. e Troia stava in Anatolia (l’odierna Turchia), non in Grecia – e la motivazione commerciale è una lettura plausibile, non un fatto provato.
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