Buongiorno, oggi vi spedisco un approfondimento diverso dal solito. Cerco di ragionare su ciò che ci rende umani.
Nella seconda parte della mail, invece, un riepilogo dei programmi e delle promesse del governo Meloni sul nucleare, visto che giovedì la Camera dei deputati ha avviato un iter legislativo per far tornare le centrali in Italia.
Partiamo.
La meraviglia della scienza è che più la impari meno la conosci. Più la comunità scientifica scopre cose, su di noi, sullo spazio, sugli animali; più capiamo di saperne ancora pochissimo.
Un esempio recente mi ha colpito molto. Abbiamo scoperto solo un paio di mesi fa che i capodogli, i più grandi predatori al mondo, assistono e supportano travaglio e parto degli esemplari femmina. È una caratteristica che fino a oggi pensavamo appartenere solo all’uomo e diverse specie di primati. L’abbiamo scoperto quasi per caso. È successo al largo della Dominica, nel luglio 2023: un gruppo di ricercatori del Project Ceti stava osservando un gruppo di capodogli quando si è accorto che una femmina, soprannominata Rounder, era in travaglio. Attorno a lei c’erano undici esemplari, quasi tutte femmine: parenti strette adulte, ma anche membri di altri nuclei familiari.
I filmati della scena, analizzati per due anni e resi pubblici insieme a due studi a fine marzo, dimostrano che il travaglio e il parto sono assistiti con molta cura e con gesti precisi da tutti gli esemplari presenti.
La madre Rounder è al centro, le sue parenti più prossime sono le più vicine. Tutti compiono movimenti continui per fare “cerchio”, e aggiustare la loro posizione. Per più di tre ore si dedicano esclusivamente alla madre e al nascituro.
Il gruppo allontana altri animali che arrivano nell’area, e vocalizza con diversi “versi” e frequenze. Secondo i ricercatori questi richiami sono un modo per esprimere eccitazione per la nascita del piccolo e per affermare la loro identità e la loro appartenenza a quel gruppo.
Una giovane capodoglio, non appartenente alla famiglia, sembra essere rimasta nel gruppo “per imparare”, ovvero avere un’esperienza ravvicinata con la maternità.
Il più grande sforzo collettivo viene compiuto al momento della nascita del cucciolo. Anche perché per i capodogli, mammiferi che respirano fuori dall’acqua, partorire è un’impresa complicata. I neonati di capodoglio nascono con la coda in avanti, per evitare di annegare. Non sono in grado di nuotare, quindi devono essere sollevati in superficie per i primi respiri all’aria aperta.
Appena Rounder partorisce, i membri della famiglia si raggruppano per sollevare insieme il piccolo in superficie. Il primo respiro arriva con la spinta della madre e dei suoi parenti. Tutti insieme partecipano alla nuova vita. E nelle ore successive a quel primo respiro, tutti i cetacei del gruppo si danno il cambio per sostenere il piccolo vicino al pelo dell’acqua. Per oltre due ore.
Perché vi racconto oggi questa storia? Perché, come scriveva l’israeliano Amos Oz, a volte “capita che quando si guarda un animale si pensa che forse lui ricorda qualcosa che le persone hanno dimenticato”. L’assistenza e l’amore… anche se forse nella lingua dei capodogli l’amore non si chiama amore, ma certo è qualcosa che prescinde dai legami familiari… è messo a disposizione anche nei momenti più complicati, come partorire per un animale femmina, o prendere il primo respiro di una vita.
C’è qualcosa che sento bruciare dentro di me quando penso a questi undici capodogli, quasi tutte femmine, che sollevano il neonato, in uno sforzo naturale e allo stesso tempo complicatissimo, fatto di 30 milioni di anni di evoluzione. La nostra specie è sulla terra da un centesimo del tempo.
E per qualche stranissimo cortocircuito della mente, quel qualcosa che brucia e che mi dà un senso profondo della vita, poi mi ripiomba addosso come un macigno quando vedo delle foto e dei video che arrivano da Napoli.
La settimana scorsa, il 25 maggio, un gruppo di attivisti di Life for Gaza ha sorretto e portato per le strade della città un enorme lenzuolo con su scritto il nome di 18.000 bambini e ragazzi uccisi a Gaza negli ultimi due anni. Un sudario lungo decine di metri, sollevato da centinaia di mani che lo spingono verso il cielo. Perché lasciarlo andare significa accettare di perderli per sempre.
Sollevato verso l’alto, teso, forse nell’ancestrale bisogno di ridare vita e ritrovare il respiro. Un bisogno che ha ciascuna madre per i propri figli e per i figli degli altri: alzatevi, respirate, il mondo è per voi.
Ci sono tante caratteristiche che ci rendono straordinariamente diversi dagli animali: la parola, la tecnica, la consapevolezza. Purtroppo ce n’è una che nessun animale ci invidierà mai: la capacità di annientarci. Condividiamo lo stesso patrimonio genetico, culturale ed emotivo eppure non lo stesso destino: potremmo prosperare insieme, invece ci distruggiamo a vicenda.
E allora forse dovremmo fare come i capodogli, stare lì e proteggere ogni nuovo esemplare della specie che nasce, anche quelli delle altre famiglie, anche quelli dall’altra parte del mare. E avere, per qualche ora o per una vita intera, l’unica missione di farlo venire al mondo e poi innalzarlo, perché prenda i suoi primi respiri.
Se solo riuscissimo a essere un pochino capodogli.
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1. Cosa è successo. La Camera dei deputati ha approvato giovedì un disegno di legge delega per riportare il nucleare in Italia, o meglio per ridare un quadro normativo (= leggi e regolamenti) sullo sviluppo di centrali nucleari. Il decreto, che deve passare ora al Senato perché sia valido, darà al governo la delega per emanare decreti che disciplinino la materia, e definisce i campi d’intervento: costruzione ed esercizio delle centrali, produzione di idrogeno tramite energia nucleare, gestione del combustibile esaurito e sicurezza, istituzione degli organi di controllo.
2. Tempi e reattori. Il governo, e il ministro dell’ambiente Pichetto Fratin in particolare, raccontano di voler portare in Italia gli SMR (Small Modular Reactor), reattori di piccola taglia e pensati per essere prodotti “in serie”, molto più piccoli delle centrali dell’immaginario comune, che potrebbero essere utili in aree particolarmente energivore, come le zone industriali. Ovviamente producono meno energia, ma dovrebbero costare di meno ed essere più facili da progettare e realizzare. Pichetto è molto ottimista e ieri ha detto “i primi reattori arriveranno nel 2034”. Il governo più cautamente parla di obiettivi al 2040 (3,5% dell’energia totale prodotta con nucleare) e per il 2050 (11% dei consumi totali). Attualmente gli SMR sono ancora in fase di sviluppo: ci sono alcuni prototipi, diversi esperimenti funzionanti, ma non sono prodotti in scala. E costano ancora tantissimo. (Ma proprio perché sono tecnologie nuove, hanno bisogno di tempo).
3. La questione politica. Il governo Meloni prova ad andare veloce perché sa che il tempo stringe: il prossimo anno si vota la nuova legislatura. Se rivince il centrodestra, avrà comunque ancora tantissima strada da fare sul nucleare, visto che tra l’altro il nostro Paese arriva da due referendum contro centrali ed energia nucleare (1987 e 2011).
Alcune letture:
— Il riassuntone imparziale del ddl e di cosa vorrebbe Fratin, sul Sole 24 Ore
— Una riflessione di Luca Carra per Scienza in rete: Nucleare? Chissà, intanto recuperiamo i ritardi delle rinnovabili
— L’Italia non ha ancora trovato un deposito unico delle scorie radioattive (e litiga da anni, pagando dei depositi stranieri). Ne ha parlato la newsletter Il Punto Meridiano - di Gianluca Coviello
— Esattamente oggi, 82 anni fa, avveniva lo sbarco in Normandia. Un film appena uscito in America, Pressure (qui sotto il trailer), racconta il ruolo decisivo dei meteorologi per capire il momento giusto (erano giorni di tempeste e piogge). Nel frattempo Copernicus, servizio europeo di studio del clima, ha creato uno strumento che si chiama Weather Replay, si possono vedere con molta precisione le condizioni meteo dal 1940 a oggi, compreso quel 6 giugno 1944.
— A Malta non c’è più spazio, altra grande puntata della newsletter Mappe
— A proposito di bebè: le “coliche” dei neonati sono ancora un mistero, tanto che gli scienziati hanno cambiato nome per definirle
— Intervista alla biologa Toby Kiers: “Il noi non si può riferire solo al genere umano”
Il mondo a pezzi è il podcast sulle guerre e le crisi che curo per La Stampa. Questa settimana:
— Disarmare l’Ai è umanamente impossibile, con Arcangelo Rociola e Giacomo Galeazzi
— Gli 80 anni di Trump tra arti marziali e Iran, con Iacopo Luzi
Un po’ di invidia per questo leone marino che si gode il sole su un molo di Seattle.
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