CIAO! E buona estate: il solstizio cade domattina, domenica 21 giugno, alle 10.15 — festeggiate a dovere.
Nel frattempo, eccomi con la nuova puntata, puntuale nonostante a Torino facciano tremila gradi e si faccia la colla.
Partiamo!
Oggi parliamo di effetti collaterali delle rinnovabili. Anzi, delle loro esternalità positive: un termine che nasce nel mondo dell’economia e si riferisce agli effetti non previsti che avvantaggiano dei soggetti terzi.
Sul Corriere della Sera è uscita una storia piuttosto curiosa sulle pecore del più grande impianto fotovoltaico del mondo, che si trova in Cina, il Talatan Solar Park.
L’impianto si trova nel Qinghai, sul versante nord-orientale dell’altopiano tibetano, in quella che è considerata un’area desertica. L’installazione dei pannelli però cosa ha comportato? Il vento, che di solito soffia forte, ora viene rallentato dai pannelli. Sul terreno batte meno sole. Quando piove, raramente, i pannelli fanno prima da collettori d’acqua e poi rallentano l’evaporazione. Soprattutto, l’acqua arriva dagli operai manutentori che devono pulire periodicamente i pannelli.
Così in alcune zone dell’impianto è cresciuta l’erba e ora i pastori della zona, che prima portavano il bestiame a pascolare lontano dalla zona desertica, ora possono sfruttare delle aree più vicine del parco solare per fare quello che viene definito “ecopascolo fotovoltaico”.
Si è creato un nuovo microclima che ora offre ospitalità, gratuita, a circa 20.000 pecore su oltre 400 chilometri quadrati di terreno. Il modello è diventato celebre in tutta la Cina e sta iniziando a essere preso a modello anche altrove nel mondo, racconta l’articolo, tanto che le pecore vengono chiamate proprio “pecore fotovoltaiche”, 光伏羊, un brand che lo stesso governo locale vuole diffondere. (Brutta notizia per i vegetariani come me: queste pecore vengono macellate e la loro carne venduta).
Le pecore sono perfette per tenere sotto controllo la crescita dell’erba: brucano solo dal terreno, quindi non fanno danni agli impianti.
L’esempio cinese racconta una doppia esternalità dell’impianto fotovoltaico: genera un nuovo microclima e, di conseguenza, un nuovo ecosistema che favorisce le pecore.
Anche in Italia ci sono sempre più impianti fotovoltaici dove agricoltura e/o allevamento convivono insieme. In questi casi si parla di impianti agrivoltaici: attorno o sotto l’impianto sono presenti coltivazioni di vario tipo, che sfruttano l’ombra o l’effetto serra del pannello; oppure vi pascola del bestiame. Quasi sempre pecore, perché vacche o capre rischiano di fare danni all’impianto. L’associazione Legambiente ha istituito un premio, “Ambasciatori dell’agrivoltaico”: l’anno scorso ha selezionato sei aziende. Una di queste è La Bersagliera, che si trova in Campania (tra Eboli e Battipaglia). Intervistato da Repubblica, il fondatore Antonino Cerrore, “pastore” da tre generazioni, ha detto:
“Un anno fa, da allevatore, ero contrario al fotovoltaico. Oggi dico che se c’è un impianto in qualsiasi parte d’Italia che può ospitare un gregge per il pascolo, sono pronto a portare lì le mie pecore”.
La Bersagliera pascola le pecore in campi di proprietà e altri in affitto, come quello dove ora c’è l’impianto fotovoltaico.
“È nato su un terreno di 20 ettari che noi affittavamo da anni per il pascolo. Il proprietario un giorno ci ha detto: l’azienda che ci metterà i pannelli mi offre più di voi… All’inizio non l’ho presa tanto bene, voleva dire un pascolo in meno. Poi abbiamo preso accordi con l’azienda che l’ha costruito. Ora siamo loro partner e abbiamo le chiavi del parco fotovoltaico”.
Storie così sarebbero da raccontare davvero ogni giorno. Come conclude Antonino Cerrone:
“Una collaborazione del genere può essere un incentivo per rilanciare la pastorizia, che in Italia sta sparendo”.
Le esternalità positive per la natura riguardano anche l’eolico offshore, spesso invece considerato una tecnologia “ecocida”. Non so vi è mai capitato di leggere o sentir dire che gli impianti eolici in mare aperto causano grossi problemi alle balene, perché le frequenze e le vibrazioni le disorienterebbero. Ecco, è una fake news, largamente smentita dalla scienza. I disturbi e i rumori degli impianti sono molto minori di quelli delle navi. E le principali cause di mortalità delle balene sono gli urti con le imbarcazioni (il 75% delle morti causate dall’uomo) e l’intrappolamento negli attrezzi da pesca.
In realtà, poi, le fondamenta sottomarine degli impianti sono diventate o stanno diventando delle scogliere artificiali, casa di una moltitudine di specie. Cozze, ostriche, anemoni, crostacei e pesci che colonizzano le strutture sommerse e creano ecosistemi che prima non esistevano. Inoltre, in molte aree la pesca è limitata attorno agli impianti, trasformandoli in involontarie aree protette.
C’è anche chi sostiene che l’eolico massacri i volatili. Questo è in parte vero, nel senso che diversi esemplari finiscono contro le pale. Ma diversi studi hanno provato a quantificare il numero di morti provocate, e sono meno di altre cause più comuni (ne uccidono di più i gatti, per esempio), e sono anche meno rispetto a impianti energetici a fonti fossili, che distruggono ecosistemi e inquinano l’ambiente. Per essere precisissimi allo sfinimento: uno studio ha calcolato che gli impianti eolici causano la morte di circa 0,269 uccelli per ogni gigawattora di elettricità prodotto, contro i 5,18 uccelli per gigawattora associati agli impianti alimentati da combustibili fossili.
Come nel caso degli uccelli, tutto ciò che facciamo e costruiamo, compresi gli impianti rinnovabili, ha anche esternalità negative. La corsa alle rinnovabili ha un impatto devastante nelle zone dove sono presenti miniere di metalli e terre rare, come nel deserto di Atacama, in Cile, dove l’estrazione del litio avviene pompando enormi volumi di salamoia dal sottosuolo e lasciando evaporare l’acqua. Il risultato è una crescente pressione sulle risorse idriche in uno degli ecosistemi più aridi del pianeta, con effetti sull’ambiente, gli animali e le comunità indigene che vivono lì attorno.
Oppure le miniere di cobalto in Congo, Paese che nei suoi altipiani ha il 70% delle riserve globali di questo minerale prezioso per impianti e batterie. Oltre agli enormi danni agli ecosistemi, le aziende offrono scarsissime misure di sicurezza ai dipendenti, e chi ci lavora si ritrova in una situazione di semi-schiavitù e conseguenze gravi per la salute.
Non si può mai guardare con un solo occhio ciò che ci sta di fronte, ma bisogna essere capaci di comprendere i fenomeni con attenzione e complessità, altrimenti si casca nella trappola della disinformazione, che può stare da entrambi i fronti: disinformazione troppo verde o troppo nera.
Sono anni in cui stiamo ridisegnando il futuro della nostra civiltà. Non commettiamo gli errori del passato e non facciamoci fregare su chi ci vuole raccontare una storia a senso unico. Se in un deserto tibetano possono convivere pecore e impianti fotovoltaici, vuol dire che in situazioni ben meno estreme possiamo fare ancora di meglio. Rivoluzioni simultanee.
L’articolo che hai letto è gratuito e accessibile da chiunque. Se vuoi sostenere questo progetto editoriale passa a un abbonamento a pagamento a Il colore verde. L’abbonamento base è di 30 euro all’anno, c’è anche una versione da 60 euro (in quel caso ti regalo due libri).
— Sull’ondata di calore estrema cito solo due dati, piuttosto folli. Alla Capanna Margherita, il rifugio più alto d’Europa che sta sul Monte Rosa, per due giorni di seguito sono stati registrati più di due gradi centigradi (alle 13 di mercoledì e alle 10 di giovedì). A Parigi si prevede, per lunedì 22, il giorno più caldo di sempre, con temperature intorno ai 40 gradi. Online è riemerso dagli archivi il video del 2014 di una famosa meteorologa, che per denunciare il problema del cambiamento climatico mostrava le temperature del 2050, tra i 35 e i 40 gradi. Ci siamo arrivati con 24 anni d’anticipo.
— Vi avevo detto che a Bonn erano in corso i negoziati “preliminari” della Cop31. Non sono finiti benissimo, anzi, quasi tutto è stato messo sotto stallo a causa di grandi divisioni politiche. Le analisi dell’Italian Climate Network e di Carbon Brief.
— La millenaria quercia di Sherwood è morta
— Dagli ultimi calcoli, l’Italia è diventata una “nazione forestale”, ci sono più boschi che campi agricoli
— I quattro libri che hanno appena vinto il Premio Demetra, dedicato all’ambiente
— “Funziona a meraviglia”: la capacità di stupirsi rende più socievoli, riduce lo stress e migliora la comprensione del mondo. L’articolo da cui è stata tratta una delle tracce degli esami di maturità di quest’anno, di Wenke Husmann, tradotto su Internazionale.
— La guerra in Ucraina ha già cambiato la fauna selvatica
— Per chi vive (o ama) il Friuli, c’è “Gumala Gumala”, che gli organizzatori raccontano così: un weekend a Sauris per creare con le mani, respirare il bosco, raccogliere erbe, ritrovarsi insieme intorno a un fuoco. Qui il programma.
Il mondo a pezzi è il podcast sulle guerre e le crisi che curo per La Stampa: 20 minuti dove “intervisto” i miei colleghi e colleghe. Questa settimana è uscita solo una puntata, dedicata all’accordo Usa – Iran. Ne parlo con Giordano Stabile e Fabiana Magrì, paragonando il rapporto tra Washington e Teheran a quello di Achille e la tartaruga del paradosso di Zenone.
Un’upupa mooolto fotogenica sfama il suo piccolo in un giardino di Bursa, in Turchia.
Se siete qui, vuol dire che Il colore verde vi piace davvero e vi è utile. La newsletter è nata nel marzo 2020, è fatta a mano e arriva oggi a più di 9.000 persone. Io sono Nicolas Lozito, friulano, 35 anni. Sono un giornalista e lavoro a La Stampa. Insegno alla Scuola Holden e modero incontri dedicati alla sostenibilità e all’innovazione.
La comunità de Il colore verde ha un bosco di 300 alberi in Guatemala, piantato da ZeroCO₂: trovate la sua storia qui. Se volete adottare un albero anche voi da ZeroCO₂, usate il codice ILCOLOREVERDE per uno sconto del 30%.
Se volete fare una domanda o dirmi qualcosa, potete usare i commenti o rispondere a questa mail 🍀

Comments
Nothing yet. Say the first thing.
Sign in to join the conversation.