Buongiorno!
Qui si squaglia, si cuoce, si fa la colla, ditelo come volete ma fa caldo. Ne usciremo? Chissà, intanto parliamone ancora un po’.
Notizie e storie che mi hanno colpito questa settimana? 1. Giugno è stato il giugno più caldo di sempre per l’Europa, evvai. 2. Trump ha nominato un critico del cambiamento climatico a capo di un’agenzia federale che studia il cambiamento climatico. Come mettere un terrapiattista a capo della Nasa, insomma. 3. Questo passaggio di un articolo uscito su La Stampa (scritto da Paolo Varetto):
«Negli ultimi 44 anni, la temperatura media di Torino è cresciuta di 1,8 gradi. Considerando che per neutralizzare un aumento di 0,6 gradi è necessario salire di quota di 100 metri, è come se la Mole Antonelliana dovesse traslocare sulla collina di Superga per ritrovare il clima degli anni Sessanta».
Niente male, pensate ai simboli delle vostre città e spostateli un po’ più in su.
Ma vi scrivo in realtà per un altro motivo, ovvero i risultati di uno studio appena uscito del Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici (Cmcc).
Ci tocca aggiungere una nuova espressione al nostro vocabolario degli Anni Roventi: spread climatico. Il surriscaldamento globale rallenta la crescita dei Paesi e aggrava il peso del debito pubblico. E lo fa in maniera asimmetrica: alcuni Stati sono maggiormente colpiti di altri. Tra i Paesi più esposti d’Europa, indovinate… c’è il nostro Paese.
Lo ha calcolato, appunto, un nuovo studio del Cmcc secondo cui entro il 2050 il riscaldamento globale potrebbe ridurre il Pil italiano tra l’1,5% e il 6%. Nello scenario più estremo, con temperature globali più alte di 3-5 gradi rispetto all’epoca preindustriale (oggi siamo vicini a +1,5°C), l’Italia risulta il Paese più penalizzato tra le grandi economie d’Europa e supera anche la Spagna, che invece risulterebbe la più penalizzata nello scenario più moderato. Se condideriamo tutti i 27 Stati, il Pil più in sofferenza sarebbe quello della Grecia, ma con dati molto simili all’Italia (-6,36% nello scenario peggiore).
L’analogia con lo spread finanziario è abbastanza intuitiva. Vi ricordate quando, durante la crisi del debito sovrano ai tempi del governo Berlusconi, si parlava ogni giorno della differenza tra il rendimento dei titoli di Stato italiani e quello dei Bund tedeschi? Più aumentava quella distanza (spread), più cresceva il costo per finanziare il debito pubblico italiano. Era il simbolo della nostra fragilità, e dell’alto rischio che gli investitori correvano.
Lo spread climatico funziona in modo simile, ma lo calcoliamo non tra Italia e Germania, ma tra Italia senza cambiamento climatico e Italia con cambiamento climatico: il rischio economico-finanziario è maggiore rispetto a quando le temperature crescono.
L’Italia parte svantaggiata non solo per la sua posizione nel Mediterraneo, tra le aree più esposte al caldo e alla siccità, ma anche perché combina una crescita strutturalmente debole con uno dei debiti pubblici più elevati del continente. Se un’economia cresce meno, il debito pesa di più e chi presta denaro allo Stato chiede interessi più alti.
Spiega Massimo Tavoni del Cmcc, tra gli autori dello studio:
«Questo è il primo studio che quantifica il rischio climatico per le finanze in Italia. Il rischio climatico è anche un rischio sovrano con impatti macroeconomici che si propagano alle finanze pubbliche, agendo da fattore di stress su una vulnerabilità economica e fiscale già esistente».
Matteo Calcaterra, un altro autore dello studio, aggiunge:
«I nostri risultati mostrano che mitigazione e adattamento non sono solo strumenti di tutela ambientale, ma vere e proprie leve di stabilità macroeconomica e finanziaria: agire tempestivamente nell’affrontare la crisi climatica significa proteggere la traiettoria di crescita del Paese e la sostenibilità del debito nel lungo periodo».
L’impatto economico è già noto. Tra il 1980 e il 2024 gli eventi meteorologici estremi hanno provocato nell’Unione europea 822 miliardi di euro di perdite economiche. Più di un quarto di questo totale, 208 miliardi, si concentra negli ultimi quattro anni. A incidere sempre di più sono il caldo estremo e la siccità. Oggi la riduzione della produttività dovuta alle ondate di calore vale tra lo 0,3% e lo 0,5% del Pil europeo, e oltre l’1% nelle aree più vulnerabili. Entro il 2070, senza ulteriori misure di adattamento, queste perdite potrebbero superare ogni anno l’1,1% del Pil europeo.
Che conclusione si può trarre da questo studio? Innanzitutto che agire per ridurre l’impatto del cambiamento climatico non è solo un modo per salvaguardare ambiente o salute, ma una politica economica. Una bella risposta da dare a chi dice che gli ambientalisti sono “idealisti” o poco pragmatici.
È un’ottima politica economica sia la mitigazione, ovvero la riduzione globale delle emissioni, sia per l’adattamento, ovvero le risposte locali per non subire le conseguenze peggiori.
Per l’Italia, il costo annuo stimato per l’adattamento all’aumento delle temperature è di circa 10,08 miliardi di euro, pari allo 0,4% del Pil. Un’enormità, ma il costo dell’azione resta inferiore a quello dell’inazione: lo studio del Cmcc ricorda che ogni euro investito in prevenzione e resilienza infrastrutturale può evitare circa cinque euro di danni futuri.
I ricercatori sottolineano che il Piano nazionale di adattamento (Pnacc) non è sufficiente. L’attuazione non è omogenea e molte amministrazioni locali non hanno ancora risorse tecniche e finanziarie sufficienti. Nel frattempo, circa il 95% delle perdite causate da disastri naturali in Italia a oggi non è assicurato o sottoassicurato, con una quota rilevante dei costi destinata a ricadere sui bilanci pubblici.
Spread climatico, un’espressione che sentiremo ancora.
— Il 17 luglio l’Ue presenta i suoi obiettivi sull’elettrificazione, per ora trapelano bozze abbastanza coraggiose
— Aruba, quella dei siti e della Pec, ha comprato 3 centrali idroelettriche in Piemonte. Ne ha 11 nel Nord Italia. Un trend di tante aziende tech: server e data center hanno bisogno di energia. Lo ha raccontato Arcangelo Rociola su La Stampa.
— Ieri erano i 50 anni dal disastro di Seveso. Se non conoscete la storia, partite da questo pezzo. Se volete approfondire, ci sono diversi podcast usciti in questi giorni, li trovate un po’ ovunque.
— Lo sapevamo già, ma meglio ridircelo: i gelati sono più piccoli e costano di più
— Calùra, il romanzo sul caldo estremo che parla al nostro presente
— Ciclo-roulotte e ho detto tutto
— Un album di musica elettronica che parla di ghiacciai che scompaiono
Le due nuove puntate del podcast che curo per la Stampa sono state: le donne siriane che provano a ricostruire la democrazia, con Flavia Amabile; e il Mondiale che ha già cambiato il calcio sotto i nostri occhi, con Giulia Zonca.
Come diceva Kant? Il cielo stellato sopra di me, due grossi coccodrilli sotto di me. Due coccodrilli americani tra le mangrovie delle Everglades della Florida.
Se siete qui, vuol dire che Il colore verde vi piace davvero e vi è utile. La newsletter è nata nel marzo 2020, è fatta a mano e arriva oggi a più di 9.000 persone. Io sono Nicolas Lozito, friulano, 35 anni. Sono un giornalista e lavoro a La Stampa. Insegno alla Scuola Holden e modero incontri dedicati alla sostenibilità e all’innovazione.
La comunità de Il colore verde ha un bosco di 300 alberi in Guatemala, piantato da ZeroCO₂: trovate la sua storia qui. Se volete adottare un albero anche voi da ZeroCO₂, usate il codice ILCOLOREVERDE per uno sconto del 30%.
Se volete fare una domanda o dirmi qualcosa, potete usare i commenti o rispondere a questa mail 🍀

Comments
Nothing yet. Say the first thing.
Sign in to join the conversation.