La prima newsletter dell’anno è dedicata a una scrittrice provinciale, fuori da ogni canone, forse fraintesa, bravissima.
Ma prima un po’ di aggiornamenti.
Inserto sull’addio e la sua parte offline di workshop ed eventi continua.
In questi mesi, ci siamo presi una pausa dai social per immergerci con maggiore profondità nel progetto Letters to me. Un laboratorio formativo, rivolto a studentesse e studenti delle scuole superiori che intreccia lettura e analisi degli epistolari e scrittura autobiografica per promuovere consapevolezza di sé, pensiero critico e rispetto delle differenze. L’attività si concluderà a marzo ed è frutto della partnership tra Inserto sull’addio (quindi noi <3), Rete STEI e il progetto della Regione Veneto sulla parità di genere e il superamento di stereotipi e discriminazioni AEQUITAS di cui è capofila l’agenzia sociale Lavoro e Società.
Ora la frase, tratta dalle lettere, per cominciare:
«Devo scrivere per scoprire cosa sto facendo. […] Non so mai bene cosa penso finché non vedo cosa dico; dopodiché devo dirlo e ridirlo».
Flannery O’Connor
Quando esce in cortile, inciampa sulle code dei suoi pavoni. Ne ha tantissimi, arriva fino a quaranta esemplari, nella sua casa che è una grande fattoria immersa nell’America degli anni Cinquanta, in quel “Sud infestato da Cristo”.
Flannery O’Connor vive il cattolicesimo come ribellione in una terra di protestanti. La lente religiosa non le può essere appiccicata. La devozione è una quota totalizzante della sua personalità. Non la nasconde mai.
«Scrivo come scrivo perché sono (non sebbene sia) cattolica. È un fatto, tanto vale dirlo a chiare lettere».
Eppure non è pudica o moraleggiante nella scrittura che compone con ritratti melodrammatici, frasi spesso feroci. I suoi personaggi procedono per opposti, e così fa lei nella vita, con una letteratura ordinatissima nella testa e il disordine ovunque, a casa e nel pollaio pieno di pennuti.
Flannery O’Connor ci mostra che ci sono supremazie della testa, un metodo meticoloso per scrivere e poi, accanto, l’inadempienza su tutti gli altri fronti, anche domestici. Così, dice, sacrificando tutto quello che non è scrittura, si può riuscire a fare una letteratura ancora ineguagliata.
La scrittrice americana ci fa vedere che si può camminare come una papera, con le stampelle, fino a quando le gambe cedono, mangiate dalla malattia, (il lupus eritematoso sistemico ereditato dal padre, ndr), ma allo stesso tempo si può mantenere un’andatura regale nelle pagine, una dopo l’altra. Frasi che stanno in piedi senza il minimo balbettio o il rumore lontano del nostro zoppicare, nella vita, nelle relazioni, soprattutto nell’amore.
O’Connor ci dice, nelle lettere e nei racconti, che si può essere dei bravi scrittori, anche e specialmente, se nella vita, di persona, si fa quasi scena muta.
Stare in disparte, a volte, può avere conseguenze letterarie…
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