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MEDUSA newsletter · Jul 29, 2026

BOTOLE

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Entrando nel parcheggio dell’ospedale, Giampaolo Silveri si ricordò di abbassare il volume della musica. La notizia della morte imminente di Giovanni Deliani si accompagnava da settimane alle solite considerazioni che si scambiano tra colleghi e sottoposti in questi casi. Manzini tratteneva appena la curiosità riguardo alle eventuali promozioni nell’area vendite, ora che Calò sarebbe salito, con ogni probabilità, tra i quadri. Calò invece pensava all’impatto dell’aumento sul mutuo, e di come il suo compagno si sarebbe rimangiato tutte quelle discussioni sul tasso variabile. Per quanto riguardava Giampaolo Silveri, la vita non poteva essere più strana. L’uomo che gli aveva insegnato tutto, prendendolo come un figlio, stava morendo. Giampaolo non riusciva ad abbracciare tutte le conseguenze del fatto, se non quella più evidente e straordinaria: stava per diventare l’amministratore delegato più giovane nella storia dell’azienda.

La portiera di quell’auto invidiabile, ogni volta che veniva chiusa con slancio, faceva il suono di una vanga che butta la terra. Non era forse buffo che Giampaolo, a quarant’anni, avesse ancora quelle piccole mani tozze? Che spuntassero dal cappotto di lana come delle bacche ghiacciate, arrossate dal gelo? Le città si affidavano a uomini che erano stati bambini, e tutto questo lo divertiva.

Ad accoglierlo nel giardino dell’ospedale, parallele al sentiero, stavano delle grandi pietre scure. Sembravano scie di meteoriti caduti dal cielo, pronte a indicargli la via. Quanto era bella la natura! Gli occhi si chiudevano abbagliati dalla luce del sole, il respiro faceva delle piccole nuvole; e le mani, per quanto gelide, erano le mani di un uomo in salute, pronto finalmente a dirigere la sede centrale dell’Eden di Milano.

Preso a sfregarsele tutto distratto, non si accorse che dalle porte scorrevoli dell’ospedale gli veniva incontro Barbara, la moglie del capo. L’aveva riconosciuto appena sceso dall’auto.

Era sempre lei, con la sua solita acconciatura, eppure la testa sembrava pesarle più del solito. Andandole incontro, Giampaolo si ricordò di tenere un certo portamento. Ci si aspettava che si togliesse gli occhiali, che parlasse a una voce più bassa.

– Cosa?!

– Sono felice di vederla, Barbara.

– Oh anch’io, anch’io… Lo sai che sei come un figlio, per noi.

Anche lei cercò in qualche modo di adattarsi al tono dolente che conveniva, guardandolo con un’espressione che sembrava chiedergli il conto di quegli occhi rossi. Non si vedevano da anni, ma gli sembrò identica. Barbara Montini era riuscita in qualche modo a ripararsi dal tempo; la vita non si mostrava nelle apparenze ma più che altro negli occhi, nello sguardo stanco che le toccava portarsi dietro, e che gli chiedeva una reazione di qualche tipo. Da qualche parte allora gli uscirono delle piccole lacrime, lente, e lei gli strinse il braccio.

– Vieni, si sieda, mettiamoci alle macchinette.

In un angolo dell’atrio erano stati piazzati tre distributori di vetro e metallo a servizio di chi attendeva notizie dai piani di sopra. L’attenzione di Giampaolo si rivolse per qualche motivo ai prodotti mancanti, segnalati da una luce rossa. La fame gli dava un piccolo vuoto nello stomaco, come ogni volta che si allenava la mattina.

Verso il corridoio vide spuntare la figura di Panera, un consulente dell’Eden, tutto intento a girare il caffè della macchinetta. Era vestito bene, impeccabile, come si conviene; a vederlo così in forma gli venne la voglia di corrergli incontro per abbracciarlo. Panera, quasi leggendolo nel pensiero, gli fece un minuscolo occhiolino per ricordargli il padel della sera. Al pensiero della partita Giampaolo si lasciò andare in un sospiro profondo, poi ripetuto dalla signora Barbara, che gli strinse di nuovo l’avambraccio come per dire: “è dura lo so, è dura”.

Non lontano da Panera c’era a parlottare un gruppo di coppie sulla sessantina; alcuni in loden e guanti, altri invece con quei piumini colorati che vendevano nei centri commerciali. Dovevano essere i cugini del capo, che non aveva fratelli né sorelle.

Intanto la signora Barbara, ignorandoli, provava a sedersi su una di quelle grosse sedie di plastica dura, sedie in realtà da terrazza, e lo invitava a fare altrettanto. La procedura le risultava complicata da una borsa che portava disegnata una vecchia mappa del mondo, con dei lunghi manici di cuoio. Giampaolo si ricordò di quando il capo, in trasferta ad Anversa, aveva mandato Calò a prendere un regalo per sua moglie. Prendi qualcosa da donne, una borsa, cose del genere…

– Vi avrei chiamato presto per capire se… siediti caro, mettiti comodo –

La sedia era più larga del normale, e la seduta reclinava leggermente incassando Giampaolo nel mobile. Nel frattempo la moglie del capo continuava a spostarsi e agitarsi sulla sedia, schiacciando la borsa sotto il suo peso; Giampaolo provava a liberarsi per raggiungerla, ma non gli era chiaro se fosse il caso toccarla, toglierla dall’impiccio, dal momento che lei, piangendo ormai per abitudine, andava avanti con i discorsi da ospedale facendo come niente fosse, ciancicando la borsa intanto che gli raccontava dell’ultimo ciclo di chemio, delle irrorazioni di argento, dei massaggi…

– Sta soffrendo molto?

– È terribile, è terribile…

Giampaolo si limitò ad aprire le braccia, di poco, i palmi verso il soffitto.

– Signora… Forse è meglio salire subito?

– Sì? In che senso?

– Panera dice che con le visite sono fiscali.

Le sembrava che quel ragazzo avesse una bocca enorme.

– Ah! La visita, certo certo… Non preoccuparti. È ridotto in un modo, guarda… Veramente…

Un brivido lo prese al ventre, più in basso del ventre. Che la vita potesse finire così… Eppure, eppure: non era la sua. Lui, per dire, non fumava mica. Un’ora prima aveva completato novanta squat, sessanta piegamenti (a diamante), cinque chilometri di riscaldamento… Si stava distraendo. Giampaolo tentava di guardarla negli occhi, alla ricerca di istruzioni. Lì tra gli occhi, dove avrebbe dovuto esserci un solco, la fronte abbronzata era stesa come quella di una bambina. Si cercò un fazzoletto nella tasca interna della giacca, e glielo passò.

– Grazie, tesoro. Sei sempre stato il suo preferito lo sai? Perché non bevi un po’ di succo, eh? Bevi, bevi.

Dalla borsa uscì una bottiglia di succo all’albicocca aperto da qualche giorno. Barbara Montini Deliani se lo stava portando da casa, perché non era certo il caso di buttare soldi in quelle macchinette. Glielo passò con una certa urgenza che le cambiò lo sguardo. Si asciugò delle lacrime, o almeno così sembrava, mettendo su un’altra voce.

– C’è una cosa che vorrei sapere.

– Signora Barbara – non aveva mai pronunciato una frase così seria, con un’emozione così forte, come quella – qualsiasi cosa.

Lei lo guardò solenne, come si poteva fare solo a quell’età.

– Esistono ancora i… come le chiamavate, le botole? Per far entrare Ludo nel Consiglio?

Giampaolo non vedeva Ludovica Deliani Montini da più anni ancora, anche se quasi ogni giorno su Instagram vedeva le sue cose di lavoro, le foto in costume. Tirò fuori un sorriso che gli sembrò da subito inopportuno, forse era la tensione; la portò su allora verso la fronte, aggrottandola. Le spiegò con voce gentile di come, per colpa dello stato canaglia, le botole non esistessero più da qualche anno. Era impossibile far entrare anche uno spillo senza passare dai voti. La moglie di Deliani ascoltava attenta, come se qualcosa già sapesse, guardandolo distante. Una volta finita la spiegazione accorata, gli sorrise come se fosse a uno sportello.

– Sei un amore, sei un amore…

Intanto con gli occhi faceva cenno a un uomo che Giampaolo non aveva mai visto prima, dicendogli che era un cugino del capo. L’avrebbe portato volentieri su al piano, lei c’era già stata prima, e doveva riprendersi un attimo.

Riverso sul fianco Giovanni guardava fuori, oltre ai cancelli, dove una fila di cipressi correva parallela all’ansa di un grande fiume che un giorno, per scommessa, aveva attraversato a nuoto. Puzzava di tombino. Dai cancelli all’ingresso invece, un piccolo marciapiede filiforme accompagnava gli uomini dalla vita di prima, in salute, a quella dopo. A proteggere il marciapiede, minacciose, c’era una doppia fila di pietre che ricordavano delle grosse lapidi.

Arrivato alla soglia dei sessant’anni, gli era stato vietato di invecchiare davvero. Non gli era del tutto chiaro se la figlia l’avesse capito, e se non l’aveva capito di chi fosse la colpa. Ludo continuava a pubblicare articoli sulle relazioni sane e quelle “tossiche”, fotografie delle conferenze. Si era pure tagliata i capelli e non gliel’aveva detto.

Avevano provato a educarla basandosi su solidi principi: nessuna paranoia, nessuna scemenza. Quando si aveva fame era bello mangiare, era bellissimo, e anche bere l’acqua fresca quando si aveva sete. Se faceva caldo, si doveva cercare una piscina o un ventilatore; se si camminava nella neve, non si vedeva l’ora di rintanarsi al caldo, magari con una coperta, qualcosa di caldo da bere. Eppure aveva paura di tutto; eppure si metteva a inseguire la sua ombra di bambina.

Le domande della bambina arrivavano da tutte le parti, avventandosi su qualsiasi forma di resistenza. Si era partiti chiedendo perché la mamma non è il papà, perché la pioggia bagna a puntini, per arrivare poi a chiedersi perché gli alberi del giardino non portassero le mutande. Di fatto ogni domanda portava ad altre tre; dietro a una domanda buffa poteva nascondersi una abissale, seguendo un ritmo che non sembrava stancarla mai, anzi: le possibilità della vita si moltiplicavano a ogni risposta, e così le sue ragioni per vivere.

Di quelle ragioni ormai, all’epoca così ovvie, Giovanni andava alla disperata ricerca. Gli ci volevano ore per uscire dal morso di quei risvegli. Attraversavano sempre, quei risvegli, la solita trafila. Prima c’erano i suoni senza significato. Arrivavano dal giardino dei suoni giallo limone, come pungenti. Erano i canti dei passeri e delle capinere dell’ospedale. Poi l’occhio sinistro metteva insieme, a caso e ignaro, le forme degli oggetti della stanza, i primi riflessi sui profili del comodino grigio. I suoni e le immagini venivano allora raccolti dalla sua mente come indizi e prove dell’esistenza del mondo.

Fino a quando quei contorni non portavano nessun significato, era salvo. Ma inesorabile, categorica, faceva sempre capolino quella voce che cercava di dare un ordine a tutto, sistemando i pensieri in forma di trama, a ricordargli che era stato un bambino timido, poi un dirigente con la berlina, e ora un moribondo in pigiama. All’inizio in bagno si guardava allo specchio, giorno dopo giorno, senza riconoscersi. Senza le sopracciglia sembrava sempre in collera. Per settimane si era chiesto per quanto ancora, fino a quando gli era venuta l’idea di smettere quell’abitudine. Ecco i risvegli che gli aveva portato in dono una vita di sacrifici, di riunioni a mezzanotte, di convegni a Bucarest e Odense.

Le notti, va da sé, gli erano altrettanto penose. Larghe e oscene, si prendevano tutta l’aria della stanza. Mentre tutti a casa dormivano, lui fissava le piccole luci oltre alla porta e stava a pensare. Dal fondo del corridoio, ogni notte, arrivavano delle urla senza conseguenza. Erano soffocate, impossibile distinguerle per stanza. Girando la testa verso la finestra, spuntavano delle enormi gru arancioni che di giorno costruivano e costruivano ancora; case, altre case, altri genitori insonni e giardinetti sabbiosi. Nel buio l’arancione si vedeva appena, ma si vedeva ancora…

La notte dell’ospedale era poi riempita da un suono regolare, ritornante, come di un campanello avvolto in un panno. Quel campanello, insieme alle corsie dipinte sui muri e alle lucine del corridoio, parlavano un linguaggio che si prendeva cura dei malati escludendoli dal suo vocabolario.

Li lasciava di fronte ai bilanci di un’esistenza, a tutti gli stratagemmi per evitarli. Invano. La porta aperta a metà verso il corridoio buio, fatta eccezione per le lucine annidate nel soffitto, dove si tendevano le ragnatele, gli ricordarono un’altra porta e un’altra penombra, quella di una casa di tanti anni prima. Era la casa in cui era nato e cresciuto, e una sera come altre ci stava tornando quando il paese dormiva, lasciando girare i ventenni per i bar della campagna.

Giovanni si era chiuso la porta del garage senza fare troppo rumore, come se ci fosse ancora qualcuno a sentire, e una volta aperta quella di casa dovette stare immobile per un tempo indefinito:

– Mamma? Mamma? – Riuscì a muoversi solo quando gli tornò in mente, ovvia come quel silenzio, la morte della madre. Era morta da quasi un anno. Il padre aveva disseminato la casa di santini e cimeli, piccoli ma ineludibili. Appena poteva andava in montagna a fare lunghe passeggiate, scattare foto che non sviluppava, e dormire da sua sorella.

Era morta insomma, e lui orfano. Un mezzo orfano? Eppure il dubbio persisteva. La mente gli dava le notizie dei fatti, ma i sensi gli dicevano che nella casa qualcuno muoveva dell’aria, qualcuno che conosceva quei muri meglio di chiunque altro. Qualcuno che andava chiamato a voce alta, che preferiva però non rispondere.

Allora Giovanni si toglieva le scarpe, un po’ per educazione un po’ per non farsi sentire, per fare una sorpresa; si toglieva la giacca blu e l’appendeva all’ingresso. In tutta la casa di tre piani a orientarlo c’erano i led dei televisori e quelli dell’allarme. Allarme Eden ovviamente, l’antica ossessione di famiglia. Saliva le scale e ogni tanto, quasi ridendo, chiamava la mamma.

Non c’era nessuno, diceva il cervello, perché era morta da quasi un anno.

Arrivava infine all’ultimo piano, dove dalla mansarda era stata ricavata la sua stanzetta. Era ancora tutto al suo posto, la collezione di dischi e il letto in terra, la libreria di metallo che aveva montato una sera che pioveva. Alla scrivania, seduta sulla sedia da ufficio, l’aspettava sua madre. Era come se la ricordava. Gli diceva di riposarsi, che era stato un lungo viaggio. Gli aveva messo il pigiama sul termosifone. Giovanni allora faceva il bravo e chiudeva gli occhi, affacciandosi al sentiero circondato dai sassi, quello che portava verso casa.

Da qualche tempo Barbara aveva preso a fumare in casa. Ora che nessuno la guardava, i piedi stavano sul tavolino di cristallo. Quando erano giovani lui glieli baciava. Le faceva sempre orrore, gli chiedeva comunque di farlo. Quando erano giovani, dopotutto, non aveva ancora il problema all’alluce.

La luce della televisione metteva in penombra l’infilata delle foto di famiglia, allargata anno dopo anno e poi interrotta per qualche motivo. Possibile che non avesse mai fatto due conti prima? Le foto si erano interrotte quando Ludo se n’era andata da casa. Aveva anche avuto da ridire sulle ultime cornici perché erano di plastica, erano “da poveri”. C’erano genitori che si mangiavano tutto con la casa in montagna, con la crociera; lei se la prendeva per le cornici. Dov’era l’accendino?

Era molto importante, nel film, che la palla da baseball superasse le mura dello stadio dove stavano assiepati migliaia di tifosi vestiti di bianco. Non si ricordava il motivo, anche se evidentemente aveva a che fare con la questione di perdere o di vincere una partita. Una volta, in Liguria, dal promontorio dove ora stavano facendo la rotonda, sua figlia aveva tirato un sasso nel mare, dicendogli che dopo sarebbe tornata a prenderlo. Non si ricordava proprio il motivo e perché tutti guardassero verso l’alto, doveva essersi addormentata di nuovo. C’era un grande cielo azzurro, senza fine. Ma ecco la palla superare tutte quelle braccia americane e i cappellini, eccola superare lo stadio, e continuare a volare. A dire il vero sarebbe stato giusto farle vedere dove cadeva, magari prendeva in testa qualcuno, o chissà, spaccava una finestra, ma in realtà non si vedeva più bene, la televisione era vecchia, tutta sfocata.

Le immagini sono di Alessandro Calabrese.

Quello che avete letto è il numero duecentoquattordici di MEDUSA, una newsletter a cura di Matteo De Giuli e Nicolò Porcelluzzi – in collaborazione con Not.

MEDUSA parla di cambiamenti climatici e culturali, di nuove scoperte e vecchie idee. Ogni due mercoledì.

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Se volete scriverci potete farlo qui: medusa.reply@gmail.com. Siamo anche su Instagram.

E ora, in chiusura, i numeri della CABALA.

  • Più di 1.500 navi commerciali sono bloccate nel Golfo Persico.

  • La situazione perdura più o meno dal 4 marzo, da quando lo Stretto di Hormuz è stato chiuso dal governo iraniano.

  • Di solito una nave staziona in porto da 1 a 3 giorni, un periodo che non permette a troppi organismi marini di appiccicarsi agli scafi in modo significativo. Le navi bloccate nel Golfo stanno permettendo invece la formazione di intere comunità biologiche sulle superfici degli scafi.

  • Durante questi 5 mesi di fermo, nelle acque del Golfo potrebbero essersi riversate già milioni di larve. Una volta ripreso il traffico, gli organismi trasportati dalle acque di zavorra potrebbero provocare l’evento di diffusione di specie aliene più massiccio della storia.

  • Al momento dell’invio di questa newsletter, nell’aria danzano 428,92 ppm (parti per milione) di CO2.

Read the original on medusanewsletter.substack.com

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