“Il conflitto è tornato al centro del nostro modo di vivere, il confronto senza esclusione di colpi, estremo, violento. […] Oltre a essere cambiato il regime istituzionale americano […] sta cambiando anche il cosiddetto ‘regime emozionale’, cioè l’insieme delle aspettative sociali sui modi in cui si esprimono le emozioni in una data cultura e in un dato momento della storia”.
Così ha scritto acutamente Paola Giacomoni in un articolo del 7/4/26 in Appunti di Stefano Feltri. Non si può essere che d’accordo, come rivelano anche i Commenti all’articolo. Altrettanto inevitabile però è la domanda che ne scaturisce: quale causa si cela dietro questo ritorno alla violenza come nuova norma sociale?
Il mito della natura violenta
Una idea abbastanza diffusa attribuisce tale fenomeno a una presunta natura umana strutturalmente violenta, che la civilizzazione avrebbe solo temporaneamente addomesticato. Secondo questa visione, non appena il controllo esercitato dalle norme civili si allenta, riemergerebbero gli istinti aggressivi. Ne sarebbe la prova la competizione per accaparrarsi le risorse, una necessità presente fin dai tempi preistorici. E similmente vengono ricordate le guerre che ricorrono incessantemente nella storia dell’umanità.
Tuttavia, questa ipotesi deve ancora trovare un solido fondamento scientifico. Sebbene alcuni reperti preistorici testimoniano atti brutali, questi sembrano essere eccezioni piuttosto che la regola. Secondo studi recenti, la mortalità per atti violenti è aumentata significativamente solo con l’avvento dell’agricoltura. Quanto all’incessante ricorrere delle guerre, uno studio* mostra che la mortalità è mediamente aumentata nel XVII secolo fino alla Seconda Guerra Mondiale, per poi scendere a livelli inferiori a quelli preistorici. Tale calo è coinciso con l’affermazione delle democrazie di mercato, capaci di privilegiare il commercio rispetto allo scontro e di generare abbondanza di risorse.
L’importanza dell’ambiente
La scienza oggi concorda: fattori innati e ambiente non si sommano in proporzioni fisse, ma interagiscono anche profondamente. Esiste dunque uno spazio concreto per consolidare ambienti di cooperazione, come dimostrato dalla lunga pace del secondo dopoguerra. Perché allora, negli ultimi anni e forse decenni, il conflitto è tornato così pervasivo nei rapporti interpersonali e interstatali?
Sebbene figure come Donald Trump abbiano sdoganato livelli di scontro istituzionale senza precedenti, la sua elezione è stata un sintomo più che la causa primaria: il cambiamento emozionale era già nell’aria. Lo confermano alcuni indicatori allarmanti: negli Stati Uniti, le sparatorie di massa sono passate da una media di 8 all’anno negli anni ‘70 a 100 negli anni 2010, a 650 nel biennio 2020/2021, mentre il cyberbullismo ha ormai pervaso lo spazio digitale, sostituendo ovunque il bullismo tradizionale nelle scuole.**
Le radici nella disgregazione e diseguaglianze
Questa escalation affonda le radici nella disgregazione sociale alimentata da crescenti disuguaglianze. Infatti, il rallentamento della crescita economica ha reso la disuguaglianza delle ricchezze ancora più erosiva. La minaccia della disoccupazione proveniente dalla globalizzazione e, recentemente, dall’impiego della intelligenza artificiale sta gravando sulle disuguaglianze nel mercato del lavoro. I danni provenienti dal cambiamento climatico allargano le disuguaglianze territoriali.
Non solo, ma la percezione delle disuguaglianze è aumentata a dismisura attraverso i social media, che consentono di confrontare la propria condizione con quelle dei più fortunati. Un confronto questo sempre più spesso alterato ed esasperato da immagini manipolate.
Quindi, l’incontro con l’altro sconosciuto non è più per collaborare o per scambiarsi idee e formarsi un’opinione, ma per mostrarsi e per competere. Non stupisce quindi se l’esito è di contrapposizione, di polarizzazione sociale e politica, per poi arrivare allo scontro.
Conclusioni
In definitiva, il passaggio a un clima di violenza non è un ritorno fatale agli “istinti primordiali”, bensì il risultato di precise scelte economiche e istituzionali (come il neoliberismo), di trasformazioni tecnologiche (come le nuove tecnologie digitali) e di risposte sociali e individuali, spesso miopi e inadeguate. Invertire la rotta, quindi, è possibile, ma per essere efficaci occorre intervenire a tutti questi livelli.**
* Rutar, Theory and Society (2024) 53:673–699
** Si veda il mio libro ‘Emergenza Malessere’, Rubbettino, 2026
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