I dati a riguardo sono chiari e robusti: nelle nostre economie avanzate al crescere della ricchezza materiale si affianca sempre più frequentemente una contemporanea diffusione del malessere psicologico. Non più soltanto come esperienza individuale – ansia, depressione, perdita di senso – ma come fenomeno sociale capace di incidere sulle traiettorie collettive, fino ad intaccare la qualità stessa della democrazia.
È da qui che prende avvio Emergenza malessere di Maurizio Pugno, un libro che affronta con rigore e ampiezza uno dei paradossi più inquietanti del nostro tempo. La tesi di fondo è semplice ma per questo non meno dirompente. Il malessere non è un residuo patologico di società imperfette, ma è il frutto malato di sistemi economicamente avanzati. I dati che con chiarezza e rigore Pugno analizza convergono nel mostrare quanto il disagio psicologico sia aumentato in questi anni, ben prima della pandemia, e colpisce in modo particolare le generazioni più giovani, senza risparmiare, seppure con modalità diverse, anche le fasce adulte.
Ma il valore del libro non sta soltanto nella ricostruzione empirica. Il punto decisivo è il modo in cui questo fenomeno viene interpretato. Pugno invita a superare spiegazioni riduttive, che attribuiscono il malessere a fattori isolati – l’uso degli smartphone, lo stress scolastico, la fragilità educativa – per restituirne invece la natura sistemica. Il disagio contemporaneo nasce dall’intreccio tra trasformazioni economiche, mutamenti sociali e dinamiche individuali; è il prodotto di un equilibrio che si è progressivamente incrinato.
Da qui l’idea, centrale nel volume, di una vera e propria “trappola del malessere”. Non si tratta di una condizione passeggera, ma di un meccanismo che tende ad autoalimentarsi. Le condizioni economiche e sociali generano insicurezza e perdita di senso, le risposte individuali – dalle dipendenze all’isolamento autoimposto – finiscono per aggravare il problema, rendendo sempre più difficile uscire dalla “trappola”. In questo circolo vizioso, la crescita economica non riesce più a trasformarsi in benessere soggettivo.
È in questo passaggio che il libro compie l’operazione più interessante. La via d’uscita non può consistere né in un ingenuo appello alla decrescita, né in una medicalizzazione diffusa del disagio. Pugno propone invece di riportare al centro lo sviluppo delle capacità umane. Riprendendo e rielaborando una tradizione che origina nel lavoro di Amartya Sen e Martha Nussbaum, la proposta è quella di costruire una prospettiva che tenga insieme dimensione individuale e contesto sociale, scelte personali e politiche pubbliche.
Non si tratta, però, di una richiamo generico alla “formazione” o all”educazione”. Le capacità a cui Pugno fa riferimento sono quelle che rendono possibile una forma di benessere resistente alle crisi: la capacità di orientarsi nel tempo, di sostenere relazioni significative, di tollerare l’incertezza, di investire su obiettivi non immediatamente gratificanti. I neuroscienziati le chiamano funzioni esecutive, gli economisti capitale umano non-cognitivo.
In questo senso, lo sviluppo umano diventa insieme un fine e un vincolo per le politiche economiche. Ne deriva un’agenda politica molto chiara. Sul piano macro, significa interrogare la qualità delle istituzioni, dei sistemi educativi, dei mercati del lavoro, valutandoli non solo per la loro efficienza, ma per il tipo di soggetti che contribuiscono a formare. Sul piano micro, implica, invece, il riconoscimento del fatto che molte scelte individuali – l’uso del tempo, le forme di consumo e di risparmio – non sono neutre, ma partecipano alla costruzione o all’erosione di quelle stesse capacità.
Il benessere, in questa chiave, non coincide con il comfort né con la soddisfazione immediata, ma con la possibilità di sviluppare capacità che rendano la vita non solo vivibile, ma ricca di senso. È una proposta che restituisce profondità al dibattito contemporaneo sottraendolo sia al riduzionismo economico sia a quello psicologico.
Emergenza malessere è dunque un libro che non si limita a descrivere una crisi che è ormai conclamata, ma ci invita a cambiare sguardo. Ci ricorda che il problema economico fondamentale non può essere più soltanto quello della crescita quantitativa, ma piuttosto quello della capacità dello sviluppo economico di trasformarsi in vite ricche di senso e in benessere diffuso. Ignorare questa domanda, oggi, è qualcosa che oggi non possiamo più permetterci.
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