Immaginate un mondo in cui l’uomo ha costruito la macchina perfetta per pensare, decidere e creare. Ma nel suo tentativo di diventare Dio, ha solo aperto una finestra sul codice del proprio universo. Un riflesso oscuro, speculare. Che si trasforma in un’immagine distorta. Una strana, tremenda memoria da una dimensione alternativa.
L’auto blu che lo aveva trasferito al lavoro aveva assunto un colore plumbeo. Forse era dato dal fatto che la giornata, molto uggiosa, aveva, sin dalle prima ore, un particolare sapore.
Un sapore amaro, come quello che si assapora dopo un insuccesso. Certo, non si poteva dire che il tono del dottor Armstrong, sul suo cellulare, alle cinque di mattina, avesse un timbro particolarmente duro ma, di fatto, l’uomo che scese dall’auto aveva in viso una perfetta maschera di indifferenza verso ogni cosa che esulasse dal proprio lavoro.
Le scale automatiche che lo avrebbero portato a destinazione, al ventisettesimo piano del palazzo di vetro della EXCORP, erano fuori servizio.
«Merda.»
Strano. Avrebbe detto con certezza che i corridoi di servizio erano azzurri.
Invece il verde pastello che li contraddistingueva lasciava intendere che per anni vi era passato senza degnare di uno sguardo nulla che non fosse il proprio naso. O le proprie scarpe.
In fondo, un uomo della sua importanza non poteva certo soffermarsi su particolari della vita così ininfluenti.
«Buongiorno, professor Jordan.»
«Buongiorno EVA. Come procede?» chiese prendendo posto alla sua scrivania.
La figura non troppo esile dell’uomo quasi ricopriva per la totalità lo schermo precludendo, di fatto, a chiunque altro fosse stato presente, la visuale.
A questo, poi, si andava a sommare l’appannamento dovuto al calore della tazza del caffè. Se anche solo Diane o la dottoressa Lewis avessero voluto sbirciare, non avrebbero avuto molte speranze.
«Tutto secondo i normali parametri» rispose EVA.
L’uomo fissò la console.
«A me risulta che questa notte è stata rilevata un’anomalia di primo livello» replicò il professore.
Fissò la console nuovamente.
«È corretto, questo, EVA?»
«Affermativo.»
«Puoi specificare la natura dell’anomalia?» chiese l’uomo.
«Non seguendo i parametri introdotti» replicò la voce metallica.
Il professore si guardò lentamente attorno, giocherellando con la tazza di caffè.
«Non risulta nessuna immissione di nuovi parametri» constatò Jordan dove un veloce controllo.
«Corretto.»
«A quali parametri ti riferisci, allora?»
«Parametri computazionali di riferimento di livello uno.»
Il professore rimase stupito dalla risposta tanto da domandarsi se qualcuno avesse voluto preparargli un grosso scherzo.
«Inizio la registrazione dei dati?»
«Procedi» rispose l’uomo piuttosto incuriosito.
«Registrazione non automatizzata dei dati. Autorizzazione fornita dal professor Eric Jordan dell’Ufficio di Ricerca Sperimentale» verbalizzò EVA.
Il silenzio che seguì immediatamente dopo non turbò più di tanto l’uomo seduto alla console di lavoro, che si limitò a sorseggiare tranquillamente il suo caffè.
Ma il tarlo del dubbio non accennava ad allontanarsi.
«Includo i parametri estesi?» chiese EVA.
Il mugolio ritmato di assenso del professore indusse l’intelligenza artificiale a procedere in tal senso.
«Aggiungi che i dati si riferiscono all’esperimento numero 34211 del» controllò il datario a muro. Un vecchio ed obsoleto relitto di un’epoca che non esisteva più. «Del 5 luglio 2047.»
«Registrato. Abilitazione a procedere da parte della dottoressa Lewis necessaria.»
Jordan estrasse un chip di allineamento e lo introdusse in uno delle porte periferiche della console.
«Eccola.»
«Autorizzazione verificata ed accertata» rispose EVA dopo qualche secondo passato ad elaborare i dati. «Registrazione validata.»
Il professor Jordan, ex ricercatore informatico molto prossimo alla cinquantina, si apprestò a verificare i dati.
«Secondo le responsabilità concessami dall’Ufficio di Ricerca Sperimentale» esordì «richiedo all’amministratore verbale avanzato identificato come EVA di fornire in questa sessione i risultati ottenuti durante l’analisi notturna dell’ambiente di crescita.»
Jordan fece una piccola pausa.
Inserì lentamente un chip formattato per trasferire i dati.
«Richiedo inoltre un trasferimento completo dei risultati.»
«Trasferimento in corso» rispose la voce metallica.
«EVA?»
«Sì, professore?»
«Manda un output a video» le disse svogliatamente. «Voglio scorrere le informazioni durante il trasferimento.»
Mentre sullo schermo della sua console comparivano le informazioni richieste Eric Jordan, strizzando gli occhi, ne lesse sommariamente il contenuto.
Tutto si sarebbe atteso, tranne che quella violenta sensazione di caldo, così forte da obbligarlo ad alzarsi.
Il prima possibile.
«Cazzo!»
La macchia scura di caffè sui suoi pantaloni lo preoccupava di certo meno di ciò che aveva appena letto su quello schermo.
Con gran passo, incurante di lasciare impronte alla caffeina sul pavimento, raggiunse il terminale di video conferenza e lo attivò.
«Magdalene? Mi senti? Rispondi!» la voce di Jordan era molto baritonale.
Se non avesse deciso di essere un ricercatore di quel livello, avrebbe sicuramente seguito la strada del canto.
Almeno così erano sempre stati soliti dire i suoi genitori.
Dopo attimi di panico, la dottoressa Lewis rispose.
«Eric?» rispose trafelata la donna. «Santo cielo, che succede?»
«Magdalene» le disse «vieni qui subito. Ti prego.»
«Che succede?»
Jordan scosse la testa preoccupato e scocciato allo stesso tempo.
«Ti aspetto. Sbrigati.»
Non poteva essere.
Addirittura, si sarebbe potuto dire che non poteva esistere una risposta del genere.
Erano di sicuro state operate delle alterazioni ai dati elaborati.
Mutazioni dei legami procedurali.
Tutto, fuorché quello.
L’uomo passò i lunghi minuti di attesa a cercare di trovare un modo per spiegare ciò che aveva appena letto sullo schermo.
«Sono qui, che succede?» chiese la dottoressa Lewis entrando a passo spedito all’interno della stanza di controllo.
L’uomo la fissò con uno sguardo preoccupato.
Molto, molto preoccupato.
«Abbiamo un problema.»
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«Lo vedete?»
«Affermativo. Distanza sei, massimo sette metri. Direzione uno, due, otto.»
«Codice nero. Vi sono otto donne e quattro uomini ma l’angolazione era e resta ottima.»
«Molto bene. Al mio segnale.»
Un polso ammantato da un tessuto antiproiettile, roteò. Due dita, l’indice e il medio, si allungarono, rompendo il pugno che stavano formando.
A quel segnale, la squadra si mosse.
Perfetta, come un branco di cani addestrati.
Raggiunsero il bersaglio in fretta.
Assicurandosi l’obiettivo della missione.
Pochi colpi lanciati in perfetto silenzio.
Niente tracce.
Nessuna spiegazione ai media.
Tutto si era risolto senza nessuna vittima, a parte il sequestratore.
E, a cose fatte, la squadra si era dileguata senza lasciare traccia, salendo su un furgone anonimo per poi svanire a bordo di un velivolo senza insegne, fra le nuvole di quella giornata uggiosa.
Nel silenzio, gli sguardi erano di compiacimento.
«Un’altra impeccabile missione portata a termine con grande successo, non è così, Dan?» proruppe una giovane donna. «Il Ministro questa volta non saprà proprio come ringraziarti.»
«Già» le fece eco un ragazzo sulla trentina, con un sorriso dirompente. «Credo che questa volta una promozione non te la toglierà nessuno, capitano o mio capitano.»
Dan Kemeroe, ufficiale in comando della squadra, distolse lo sguardo dal finestrino e fissò i suoi ragazzi.
Loro erano la sua squadra. La più letale arma militare che il governo possedesse.
Un sorriso attraversò il suo viso.
«Se questo è un modo intelligente per comprarvi la libera uscita, ragazzi» disse ai suoi «non attacca. Domattina vi voglio tutti in gran forma, alle otto precise, nel piazzale centrale.»
«Per quale motivo?» chiese Frank Connery, il secondo di Dan.
Il capitano sorrise.
Fissò tutti i presenti lentamente.
E attese di avere la loro completa attenzione.
«Il suicido» rispose.
Un coro di dissenso e fischi si levò accompagnato da qualche imprecazione.
Il suicidio era la forma di allenamento più temuta dalla squadra e consisteva di complessi esercizi fisici e mentali atti a valutare la resistenza dei vari membri.
Dan e Frank si alzarono e raggiunsero la parte anteriore del velivolo.
Ma poco prima che i due potessero raggiungere la cabina di pilotaggio del Learjet che li avrebbe riportati alla base, una donna in uniforme, dall’aspetto severo e autoritario, li intercettò.
«Capitano Kemeroe?»
«Sono io.»
«Credo che domattina i suoi uomini avranno di che essere allegri.»
Dan e Frank si scambiarono un’occhiata interrogativa.
«Le dispiace spiegarsi, signora?»
«Sottosegretario Amanda Kirkland» si presentò lei. «Lavoro per il Presidente.»
Dan la fissò mentre riceveva dalle sue mani un fascicolo assolutamente anonimo.
«Se il Presidente Anton voleva parlarmi, poteva usare le radiofrequenze riservate» osservò Kemeroe. «Perché mandare uno dei suoi qui?»
La donna abbozzò un sorriso.
«No, capitano» lo interruppe. «Non mi riferivo al Presidente della sua compagnia militare, il signor John Anton.»
«Ne avevo il sospetto» disse Frank. «Non ricordo di nessun... Kirkland ha detto?»
Dan fissò quella donna austera.
«Le spiace spiegarsi?»
«Come le ho detto» ripeté lei. «Lavoro per il Presidente.»
«Ma di quale associazione o ufficio?» protestò Frank.
La donna li fissò entrambi.
«Degli Stati Uniti d’America.»
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Quando i sette, fra uomini e donne, entrarono nella saletta chiara, Dan e Frank li osservarono con curiosità.
Agli occhi di Frank sembravano una sorta di collegio d’udienza e in cuor suo, sperò di sbagliarsi.
I sette si disposero attorno al tavolo al quale stavano seduti i due militari.
Uno di loro, il più anziano, dispose di fronte a sé due fascicoli.
Questa volta Dan poté notare il logo presidenziale e sperò che qualsiasi cosa Frank avesse sperato, fosse giusta.
Un uomo li stava fissando da quando erano entrati.
Si schiarì la voce.
Ed iniziò a parlare.
«Benvenuti, signori» esordì. «Sono il dottor Leo Finnery e vi do il benvenuto al Dipartimento di Ricerca Avanzata del governo degli Stati Uniti.»
«Grazie» rispose Frank.
Dal canto suo, Dan si limitò ad annuire.
Odiava i colletti bianchi e quell’uomo che gli si parava dinnanzi aveva tutta l’aria di esserlo.
«Questo è il dottor McForce» iniziò a presentare gli altri. «Lei è la dottoressa Brandley. Il professor Lee, la dottoressa Lewis, la professoressa Richards e il professor Jordan» concluso.
Dan e Frank li passarono in rassegna uno ad uno.
Il primo, annotandosi mentalmente le peculiarità di quei volti.
Il secondo, dimenticandosi completamente i nomi dopo due secondi.
«Sono tutti membri permanenti del consiglio di sviluppo del Dipartimento di Ricerca» continuò il dottor Finnery. «In particolare, il professor Jordan e la dottoressa Lewis sono i membri dell’Ufficio di Ricerca Sperimentale» aggiunse facendo un cenno ai due. «Un distaccamento autonomo che conduce progetti di particolare rilievo in ambito informatico.»
Entrambi i militari si limitarono ad annuire.
«Sarò conciso, concreto e veloce, signori» li avvisò lo scienziato. «E cercherò di essere il più chiaro possibile.»
Così dicendo, allungò ai due quei fascicoli.
Poi, iniziò la spiegazione.
«Innanzitutto, chiedo scusa per la modalità con cui siete stati trasferiti» si affrettò a dire. «Sono conscio che dirottare un aereo militare al rientro da una missione non è la prassi che di solito seguiamo per trasferire i nostri uomini.»
«Già» lo apostrofò Kemeroe.
«Tuttavia» riprese a parlare Finnery «la situazione è tale da richiedere ogni precauzione. E ogni mezzo.»
Fissò i due uomini in uniforme.
Prese posto al tavolo delle discussioni, occupando l’unico spigolo ancora libero del tavolo metallico, dal colore scuro e lucido.
«Diciotto anni fa, il consiglio di sicurezza del governo degli Stati Uniti promosse un progetto di studio sull’intelligenza artificiale» spiegò. «Furono stanziate risorse e uomini e messe a disposizione conoscenze che rappresentavano, a suo tempo, la crema e l’avanguardia della tecnologia disponibile.»
Nel parlare, indicò i suoi colleghi.
«Fu deciso» aggiunse poi «che l’area di ricerca di questo Dipartimento, con sede all’interno del palazzo della EXCORP Industries, dovesse essere l’ambito dell’intelligenza artificiale.»
«Intelligenza artificiale?» chiese agitato Frank. «Come in Terminator?»
Finnery lo fissò, visibilmente preso in contropiede.
Inspirò, limitandosi a proseguire il suo discorso.
«Uno degli obiettivi prefissati fu quello di realizzare un software così avanzato da poter essere integrato in un sistema bellico che potesse rappresentare lo stato dell’arte nel campo militare.»
A quelle parole, la dottoressa Richards iniziò a parlare.
Dan la fissò curioso.
«Si trattava di qualcosa di completamente nuovo e rivoluzionario» li informò la donna. «Qualcosa che avrebbe dovuto rappresentare un’arma micidiale oppure un raffinato strumento di difesa.»
«In altri termini» osservò Kemeroe «un nostro sostituto.»
I due scienziati si scambiarono un’occhiata stranita.
«Possiamo dire così, sì» rispose la Richards.
«Anche se molto, molto più intelligente» aggiunse Finnery.
Frank e Dan si scambiarono un’occhiata, mentre la dottoressa riprendeva a parlare.
«Per molti anni, abbiamo conseguito ottimi risultati» si pavoneggiò la dottoressa fugacemente. «Il sistema EVA è subentrato in poco tempo in tutti i più avanzati sistemi strategici del governo, dall’ambito militare ai servizi segreti.»
«Ne abbiamo sentito parlare» rispose laconico Dan.
«Ciononostante» riprese la Richards «il Dipartimento di Ricerca Avanzata ricevette l’ordine di continuare. Di portare a compimento un’opera ben più importante e raffinata.»
«Sarebbe a dire?» chiese Dan visibilmente spazientito.
«Il sistema GOD» rispose la dottoressa Lewis.
Kemeroe si sistemò sulla poltrona, fissandola. «Un po’ sfrontato, non credete?» osservò.
«Il sistema Operativo di Decisione Globale o GOD» spiegò il professor Jordan «è nato con lo scopo di essere un’immensa risorsa sperimentale.»
Inspirò, fissando i due.
«Capace di simulare il potenziale sviluppo di qualsiasi ambiente, nell’ambito dell’intelligenza artificiale» aggiunse.
«Con l’ausilio del sistema EVA» aggiunse la Richards «iniziammo un ricercato progetto di sviluppo, cercando, anno dopo anno, esperimento dopo esperimento, di dare alla luce un sistema vitale artificiale in grado di poter gestire man mano programmi sempre più avanzati e complesse relazioni decisionali.»
La dottoressa Lewis sporse loro un altro fascicolo.
«Il sistema GOD» aggiunse «col tempo è diventato sempre più un immenso substrato artificiale dove intere collezioni di programmi, dati e relazioni crescevano, si moltiplicavano e morivano.»
«Morivano?» chiese Frank.
«Tutto sotto il pieno controllo della matrice artificiale del sistema stesso» si affrettò ad aggiungere la dottoressa Lewis.
Dopo un attimo di silenzio, Finnery riprese a parlare.
«Continuammo il nostro lavoro che, grazie a nuove tecnologie, poteva essere migliorato di giorno in giorno» disse. «Ogni mese, nuovi programmi sempre più sofisticati vedevano la luce.»
Fece una piccola pausa.
«Alcuni di loro erano progettati direttamente dall’interno» concluse.
Kemeroe si sporse in avanti e si appoggiò al tavolo lucido. «In che senso?»
Finnery si passò una mano sul mento.
«Gli ultimi quattro anni della nostra ricerca li abbiamo passati a progettare e testare un nuovo ambiente artificiale» spiegò. «Il sistema GOD andava migliorato. Fu riavviato e lanciato con nuove proprietà e immediatamente ci rendemmo conto che questo progetto stava prendendo vita propria»
Frank iniziava a sentirsi scomodo, su quella poltrona.
Decisamente scomodo.
«L’intero sistema lavorava al cento per cento, seguendo le istruzioni che noi gli avevamo fornito come input iniziale» aggiunse Finnery.
«Ma» lo interruppe il professor Lee «il processo che portava al completamento del programma, necessitava variabili e programmi che noi non avevamo fornito inizialmente.»
Frank alzò la mano, sentendosi quasi al college e attendendo di poter parlare.
«In che modo il sistema poteva portare a termine il programma se erano richieste cose di cui non era stato fornito?»
Il dotto Finnery li fissò.
Il suo sguardo, all’apparenza vivace, si trasformò in pochi attimi in una sorta di triste e lamentosa maschera, fissando un punto indistinto del tavolo.
«La generazione avveniva dall’interno.»
«È impossibile!» rispose Kemeroe dopo che l’intera stanza era sprofondata nel silenzio più totale, rotto solo dak sistema di climatizzazione interno.
«E’ così, invece» intervenne il professor Jordan. «Lentamente scoprimmo che GOD aveva acquisito, grazie alla sua intelligenza artificiale, la padronanza dell’intero sistema.»
«Ma questo è» cercò un termine adatto Frank, senza trovarlo.
«Impossibile» ripeté Dan.
«Abbiamo scoperto che non non eravamo più necessari» confessò Jordan. «E una volta iniziato, il processo creava, uccideva e modificava a piacimento l’ambiente di sviluppo.»
«Mi pare tutto assurdo» aggiunse Connery.
«No, se prova a pensare in grande» lo interruppe la Lewis.
I due militari fissarono la Lewis con occhi scettici.
«Signori» cercò di convincerli la donna «provate a pensare per un attimo all’Universo. Da quanto la fisica e la scienza ci dicono, sappiamo che è nato con un’enorme esplosione inflazionaria che ha generato, all’istante, la materia stessa di cui siamo fatti.»
Li indicò.
«Voi due e me compresi» aggiunse. «Non si discosta molto da ciò che accade in un ambiente di lavoro informatico, in cui un sistema operativo crea un ambiente su cui impostare l’intero lavoro.»
«Che sta cercando di dirci, dottoressa» chiese il capitano Kemeroe sempre più scettico. «Che avete trovato il modo di sostituirvi a Dio?»
Calò il silenzio.
Nessuno dei colletti bianchi presenti proferì parola.
Frank, nel silenzio, preferì alzare di nuovo la mano per ottenere parola.
«Che è successo al sistema GOD?» chiese poi con tono quasi titubante.
«Ci sono stati degli sviluppi» osservò Jordan.
Dan Kemeroe, spazientito, alzò la sua mano.
E fissò i presenti.
Uno ad uno.
«Vi dispiacerebbe dirci perché siamo qui?» chiese poi con tono duro.
Il manipolo di scienziati si scambiò una rapida serie di sguardi.
Fra tutti, il professor Jordan decise di alzarsi dalla propria poltrona e prendere fiato.
Li fissò.
Il suo sguardo era velato da una grande preoccupazione.
«Due giorni fa» disse «durante la sessione notturna di analisi del sistema da parte di EVA è sorta una» cercò il termine adatto. «Anomalia.»
«Che genere di anomalia?»
«Non ipotizzabile.»
«Cioè?» chiese Frank.
«EVA ha riscontrato che all’interno del sistema GOD una classe di variabili e programmi non aveva risposto come il sistema si aspettava.»
«In altre parole?»
Eric Jordan fissò i due.
«In altre parole» ripeté. «e a quanto risulta dai dati registrati, il sistema GOD, al suo interno, conteneva programmi troppo avanzati.»
«Che significa?»
«Che tali programmi avevano la facoltà di» la dottoressa Lewis si soffermò sul termine più adeguato «comprendere.»
«Comprendere cosa?»
«La loro natura.»
«Sta scherzando» sbottò Frank verso Dan ma lo sguardo del suo capitano non lo rassicurò.
«Capitano Kemeroe, colonnello Connery, vi prego di credermi.»
«Continui» la esortò Dan, facendo un cenno al suo compagno di tacere.
«Quei programmi, senza un motivo apparente e senza una causa nota, hanno preso coscienza di sé.»
«Come fate a stabilirlo?»
«Le tracce d’esecuzione dell’intelligenza artificiale di quei programmi ci suggeriscono questa interpretazione» osservò il dottor Finnery.
«State dicendo» li interruppe Dan «che quei programmi sapevano di essere all’interno di un sistema operativo? Voglio dire» cercò di esprimersi meglio «sapevano di essere programmi creati da un sistema operativo?»
«Assolutamente sì» fu la risposta che stupì i due militari.
Dan si alzò.
Era stufo di quella conversazione.
«Okay» disse «ora io ed il tenente colonnello Connery sappiamo che avete avuto seri problemi con i vostri software. Ma ancora non sappiamo perché ci avete portati qui.»
Il dottor McForce, che sino ad allora non aveva ancora parlato, prese parola.
«Non le interessa sapere cosa è accaduto durante il primo colpo di clock successivo a tale presa di coscienza, capitano Kemeroe?»
«Me lo dica lei, signore.»
«Abbiamo verificato due volte tale sorprendente problema, da quando si è presentata l’anomalia. In un caso il sistema è morto.»
«Morto? In che senso?» chiese Frank.
«Nel senso, colonnello» spiegò McForce «che l’intero sistema operativo GOD è collassato, concependo di essere impossibilitato a portare avanti un programma che non rispondeva più ai suoi comandi.»
«E nel secondo caso?» chiese Dan.
McForce li fissò.
Le sue parole sembravano giungere da un orizzonte lontano.
Remoto.
«I programmi senzienti al suo interno» spiegò «sono stati cancellati e riprogrammati ex novo da parte di altri programmi, così avanzati da avere la meglio su di essi. Una sorta di sistema di sicurezza interno.»
«O un sistema immunitario» osservò Dan cui non stava piacendo affatto il tono della conversazione.
«Se preferisce» annuì McForce.
«Come un virus e un antivirus?» osservò Frank.
«Individuate le anomalie» proseguì il dottore «il sistema operativo ne ha iniziato la cancellazione. Per fare questo è stato necessario un lasso di tempo infinitesimo ma che su scala computazionale risulta, comunque, sensibile. Dopo questo lasso di tempo, le aree di memoria sono state ripulite, formattate e riscritte.»
«Mi spiace» rispose Dan.
«Le dispiacerà ancor di più, capitano, non appena avrà compreso ciò che le stiamo per dire.»
«E sarebbe?» chiese con un po’ di arroganza.
Dan non si aspettava certo una notizia bomba da parte di quei sette.
Al massimo, potevano prevedere che le vendite al Consiglio di Sicurezza sarebbero calate di una bella fetta percentuale.
E che qualche contratto decennale sarebbe stato ridiscusso.
«Provi a considerare ciò che vi ha detto prima la dottoressa Lewis» lo esortò lo scienziato.
«Okay, ho compreso la similitudine fra il vostro software e l’Universo» alzò le mani in segno di resa Dan. «Me ne compiaccio. Bravi.»
«Non credo che abbia capito fino in fondo, capitano» disse McForce.
«Mi spiace» scosse la testa Frank «ma neanche io riesco ad intuire il problema.»
McForce lo fissò.
Suoi loro volti, solo fastidio e dubbi.
«Immaginate un computer così avanzato, come il nostro GOD in grado di concepire e creare da solo intere generazioni di programmi e variabili.»
«D’accordo» annuì Dan.
«Se questo computer» continuò McForce «fosse un’aggregazione di immensa tecnologia e la sua capacità computazionale fosse rappresentata da informazioni contenute sotto forma di zuccheri, cellule e DNA» aggiunse «si potrebbe dire che questo immenso software di cui stiamo parlando assomigli quasi perfettamente al nostro Universo.»
Frank si sedette meglio sulla sedia, sbottonandosi l’uniforme.
Aveva caldo.
Non si sentiva a suo agio.
«Comprendo ciò che sta dicendo, signore» gli fece poi eco. «Intende dire che se il Big Bang fosse l’inizio del programma principale, ogni cosa che noi vediamo, sentiamo, odoriamo, non sarebbe altro che un’informazione stoccata all’interno di questo immenso e immane ambiente di lavoro.»
«Esattamente, colonnello.»
«Ma tutto questo che c’entra?» chiese Frank, ancora incapace di comprendere.
Dan, ancora in piedi, tornò lentamente a sedersi.
«Ha fatto la domanda da un milione di dollari, non è così?» chiese a quel manipolo di persone di fronte a loro.
«In un certo senso sì.»
«Dan?» chiese ancora Frank. «Di che diavolo parli? Che c’entra?»
«C’entra eccome, amico mio» gli posò una mano sulla spalla Dan. «Credo che l’umanità abbia finalmente scoperto la sua vera natura. Sbaglio, dottore?» disse.
McForce fece un cenno abbastanza inequivocabile.
Dan fissò il suo migliore amico e secondo in comando.
Poi fissò i sette uomini.
«Ma Come?» chiese ancora Frank frastornato. «E in che modo?»
Dan gli serrò la spalla con la sua presa.
E fissò coloro che gli stavano di fronte.
«Se continuiamo con questa analogia» gli disse «allora anche noi possiamo essere visti come programmi o variabili del sistema. E se questo è vero, è logico supporre» ragionò «che se in qualche modo comprendessimo la nostra vera natura, aldilà della religione e della scienza, allora anche noi» disse ma non riuscì a finire la frase.
In quel momento, Frank smise di avere caldo.
Ed iniziò a tremare.
Ma non per il freddo.
Il dottor Finnery, con gesti lenti e metodici, aprì un terzo fascicolo, prima celato in un cassetto.
E l posò al centro del tavolo.
«Alle 21:35 di due giorni fa» disse «l’osservatorio astronomico di Arecibo, ha captato segnali cadenzati e, a dire dei tecnici, incomprensibili.»
«Che tipo di segnali?»
«Non lo sappiamo» rispose l’uomo. «Ma sembrano essere in avvicinamento. Da più angoli della carta del cielo.»
Dan e Frank si scambiarono un’occhiata fugace.
«Non solo» aggiunse il professor Jordan. «Queste che vedete sono le immagini ad altissima risoluzione catturate dal telescopio spaziale Hawking ed inviateci dalla NASA ieri.»
I due le fissarono.
Straniti.
«Ma non si vede nulla» protestò Frank.
Nella stanza calò il silenzio.
Un silenzio glaciale.
Un silenzio di tomba.
Interrotto solo dalle parole di Dan.
«Appunto.»
Grazie per aver letto questa memoria.
Vi attende la prossima.
Da una dimensione alternativa.
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