Caro lettore,
questa settimana torniamo su uno dei temi che Matrice Digitale affronta da anni e che oggi diventa ancora più difficile liquidare come una semplice posizione editoriale: la sovranità tecnologica non coincide con il luogo nel quale viene formalmente collocato il potere, ma con la capacità concreta dello Stato di controllare gli strumenti dai quali quel potere dipende. È una distinzione che diventa evidente osservando due vicende apparentemente separate. Da una parte c’è la riforma della Difesa voluta da Guido Crosetto, che riporta esplicitamente la guerra cibernetica nel perimetro militare dopo anni nei quali la narrazione pubblica italiana aveva concentrato quasi tutta la sicurezza cyber attorno all’ACN, prima durante la stagione politica avviata con Mario Draghi e poi attraverso il consolidamento del sistema coordinato da Palazzo Chigi sotto Alfredo Mantovano. Dall’altra c’è IRIS², la costellazione satellitare europea che sale a 348 satelliti e che viene presentata come uno degli strumenti destinati a ridurre la dipendenza europea dalle infrastrutture extra-UE, a partire da Starlink e quindi da SpaceX, diventata nel frattempo molto più di un semplice operatore commerciale grazie alla funzione assunta dalle proprie reti anche nella sicurezza e nella difesa occidentale.
Le due storie finiscono nello stesso punto. Il problema non è soltanto chi possiede formalmente il comando, ma chi controlla la tecnologia, chi costruisce la narrazione attorno al nuovo centro di potere e soprattutto quanto velocemente gli stessi ambienti siano capaci di spostarsi da una corte all’altra quando cambiano competenze, bilanci e centralità istituzionali. Per anni abbiamo assistito alla costruzione della grande stagione della cybersicurezza civile italiana, con l’ACN raccontata spesso ben oltre le competenze che la legge le attribuisce. Oggi, con la guerra cyber che torna esplicitamente nella Difesa, molti degli stessi protagonisti scopriranno improvvisamente il multidominio, la deterrenza, le operazioni full-spectrum e la dimensione militare. Contemporaneamente, mentre l’Europa cerca di ridurre la dipendenza da Starlink costruendo IRIS², bisogna evitare di cadere nello stesso errore concettuale: sostituire una dipendenza americana con una dipendenza europea non significa automaticamente costruire sovranità italiana. La sovranità esiste quando si conserva la possibilità di scegliere, cambiare fornitore, controllare le infrastrutture essenziali e continuare a operare anche quando gli interessi degli alleati non coincidono più perfettamente con i propri.
Il Consiglio dei ministri del 4 agosto 2026 ha approvato il disegno di legge destinato a rafforzare e adeguare la capacità di difesa nazionale, ma dietro il linguaggio istituzionale del provvedimento c’è una scelta politica e culturale che vale molto più delle singole disposizioni: la guerra cibernetica viene definitivamente ricondotta dentro una dimensione militare, con uno spazio cibernetico di interesse nazionale per la difesa e la sicurezza militare, capacità operative dedicate, specialisti inseriti nello Strumento militare e una struttura chiamata a integrare il dominio cyber con intelligence tecnico-militare, guerra elettronica, spazio e operazioni convenzionali. È una scelta che può apparire quasi ovvia, perché distinguere la protezione delle reti civili dalla capacità di produrre effetti contro un avversario dovrebbe essere elementare, ma in Italia questa distinzione è stata progressivamente offuscata da una narrazione che negli ultimi anni ha sovrapposto cybersicurezza, intelligence e guerra fino a renderle quasi indistinguibili agli occhi del pubblico. La nascita dell’ACN nel 2021 rispondeva a un’esigenza reale e necessaria: dotare il Paese di una struttura capace di coordinare la resilienza nazionale, proteggere infrastrutture e amministrazioni, sviluppare capacità di prevenzione e risposta agli incidenti, accompagnare l’applicazione della normativa europea e contribuire alla costruzione di una maggiore autonomia tecnologica. Il problema è nato quando intorno a quella funzione è stata costruita una rappresentazione molto più ampia, nella quale l’Agenzia sembrava diventare contemporaneamente centro della sicurezza nazionale, intelligence digitale, presidio della guerra ibrida e quasi forza operativa nel dominio cyber. Crosetto rompe oggi questa sovrapposizione e ricorda una cosa che Matrice Digitale sostiene da tempo: quando il cyber diventa guerra, non può essere amministrato come una pratica di compliance e resilienza civile.
La distinzione non serve a ridimensionare l’ACN, ma semmai a ricondurla alla funzione enorme e delicatissima che dovrebbe svolgere senza bisogno di trasformarla in qualcosa di diverso. Proteggere i sistemi pubblici, coordinare il settore privato, certificare tecnologie, gestire vulnerabilità, costruire standard, aumentare la resilienza nazionale e contribuire all’autonomia tecnologica sono compiti essenziali. Non equivalgono però a pianificare e condurre un’operazione militare nello spazio cibernetico, così come il CERT di una grande organizzazione non diventa automaticamente un reparto militare perché affronta un attacco attribuito a un attore statale. La guerra comporta una catena di comando, regole di ingaggio, responsabilità operative, integrazione con l’intelligence, capacità offensive e difensive, continuità operativa in condizioni degradate e soprattutto specialisti che non vengono selezionati per la propria capacità comunicativa, ma per quella operativa. La Strategia digitale della Difesa 2026-2030 chiarisce questa impostazione parlando di capacità cyber full-spectrum già dal tempo di pace e di una forza specializzata integrata nella struttura militare. In questo senso la riforma certifica una vittoria di Crosetto nel confronto che negli ultimi anni aveva contrapposto, anche senza essere sempre dichiarato pubblicamente, il modello civile di Palazzo Chigi a quello militare della Difesa. Non significa che Mantovano perda ogni competenza sul sistema di sicurezza nazionale né che l’ACN venga svuotata completamente, ma significa che il baricentro della guerra cibernetica non può essere collocato dentro un’Agenzia civile.
È proprio questo spostamento a rendere interessante il problema della narrazione. Negli ultimi anni una parte consistente dell’ecosistema italiano della cybersecurity ha costruito la propria autorevolezza attorno all’ACN e al sistema politico che ne garantiva centralità. Convegni, tavoli tecnici, master, pubblicazioni, consulenze, interviste, collaborazioni e soprattutto una fortissima presenza sui social hanno contribuito alla nascita di quella che nel nostro approfondimento abbiamo descritto provocatoriamente come la stagione dei Men in Black della cybersicurezza italiana: professionisti anche competenti nel proprio settore che hanno però progressivamente sovrapposto la cybersecurity all’intelligence e alla guerra, fino a costruire un immaginario nel quale parlare di ransomware, DDoS o vulnerabilità sembrava sufficiente per accreditarsi come interpreti della sicurezza nazionale. Non si tratta di mettere in discussione il diritto di un professionista a discutere di geopolitica o intelligence. Il problema nasce quando il dibattito pubblico viene strutturato attorno a un sistema di riconoscimento circolare nel quale gli stessi soggetti si invitano, si citano, si presentano reciprocamente come esperti e costruiscono prestigio attraverso la prossimità alle istituzioni. Il potere produce autorevolezza, l’autorevolezza produce nuovi incarichi e gli incarichi rafforzano la narrazione del potere che li ha distribuiti.
La stagione di Roberto Baldoni aveva già mostrato quanto fosse pericolosa la sovrapposizione tra sicurezza reale e reputazione istituzionale. Gli attacchi DDoS condotti da NoName057 contro obiettivi italiani erano tecnicamente lontani dalle operazioni più sofisticate osservate nel dominio cyber, ma riuscirono ugualmente a produrre un effetto politico e comunicativo molto superiore al loro peso tecnico. Matrice Digitale seguì direttamente quel fenomeno, arrivando anche a intervistare il gruppo filorusso quando dichiarava di osservare il perimetro italiano e documentando successivamente come la propaganda di NoName057 avesse utilizzato persino le dimissioni di Baldoni per attribuirsi simbolicamente una vittoria contro l’Italia. Quell’episodio avrebbe dovuto insegnare una lezione semplice: quando la comunicazione della sicurezza diventa importante quanto la capacità di sicurezza, il sistema rischia di combattere più per difendere la reputazione delle proprie strutture che per spiegare con precisione ciò che sta realmente accadendo. Dopo Baldoni è arrivata la stagione di Bruno Frattasi, nella quale il baricentro politico dell’Agenzia si è inserito sempre più chiaramente nel sistema di Palazzo Chigi coordinato da Alfredo Mantovano. Anche qui non serve ridurre una struttura complessa alle singole persone, ma bisogna osservare ciò che si è formato attorno ad essa: un universo nel quale normativa europea, grandi fornitori, sicurezza nazionale, amministrazioni, concorsi, appalti, consulenze e costruzione della reputazione pubblica hanno finito inevitabilmente per intrecciarsi.
Adesso quel centro di gravità si sposta e il rischio è che insieme al potere si sposti anche la corte. Da qui nasce l’immagine volutamente brutale del passaggio da pane e Mantovano a pane e Crosetto. Non perché tutti coloro che hanno collaborato con l’ACN siano opportunisti e non perché chi si avvicinerà alla Difesa lo farà necessariamente per interesse, ma perché il sistema italiano ha già dimostrato una sorprendente capacità di riconfigurarsi intorno al luogo nel quale si concentrano risorse e prestigio. Chi fino a ieri raccontava l’imprescindibilità della governance civile potrebbe scoprire domani la necessità del multidominio; chi spiegava la centralità assoluta della resilienza potrebbe diventare improvvisamente esperto di deterrenza; chi viveva professionalmente accanto a Palazzo Chigi potrebbe iniziare a frequentare con la stessa naturalezza l’ecosistema della Difesa. È un passaggio che va osservato perché la riforma Crosetto può fallire anche se la sua impostazione teorica è corretta. Se infatti il nuovo sistema militare verrà popolato dagli stessi meccanismi di relazione, dalle stesse intermediazioni e dalla stessa cultura del riconoscimento reciproco che hanno caratterizzato il ciclo precedente, avremo semplicemente spostato la corte senza modificare il metodo.
La Difesa possiede però uno strumento che il sistema della reputazione digitale sopporta molto meno facilmente: la possibilità di misurare le persone sulla capacità operativa. La guerra cibernetica non è un’estensione simbolica del dibattito sui social network, ma una funzione dello Stato che implica disciplina, gerarchia, segreto, responsabilità e disponibilità all’impiego. Nessuno pretende che uno specialista di malware sappia pilotare un caccia o che un penetration tester debba trasformarsi in un fante, ma è altrettanto evidente che un militare cyber non nasce per diventare una categoria professionale da esibire su LinkedIn. Nasce perché lo Stato deve possedere persone capaci di proteggere e utilizzare sistemi in condizioni operative reali. La differenza diventa enorme quando si passa dal commentare un attacco al dover garantire che una catena di comando continui a funzionare sotto attacco, dal descrivere una minaccia ibrida al doverla contrastare in coordinamento con intelligence e forze armate, dal pubblicare analisi sul ransomware al dover produrre un effetto operativo contro una infrastruttura avversaria. È qui che la nuova architettura potrebbe finalmente separare una parte della competenza reale dal rumore prodotto negli ultimi anni dalla trasformazione della sicurezza nazionale in uno dei settori più redditizi del personal branding professionale.
Proprio quando Crosetto sembra avere ragione sulla necessità di riportare la guerra cyber nella Difesa, emerge però la contraddizione che rischia di rendere incompleta l’intera riforma: l’Italia può costruire una forza cyber perfettamente organizzata e continuare a non essere realmente sovrana se quella forza dipende da tecnologia che lo Stato italiano non controlla. La stessa Strategia digitale della Difesa 2026-2030 riconosce il vendor lock-in come un rischio per la libertà strategica e indica la necessità di ridurre la dipendenza da soluzioni proprietarie e fornitori esterni. È un passaggio fondamentale perché sposta finalmente il tema della sovranità dal terreno della propaganda a quello dell’architettura. Cloud, processori, software, sistemi di intelligenza artificiale, firmware, reti satellitari, componentistica elettronica e piattaforme di comando e controllo rappresentano oggi parti essenziali dello Strumento militare. Se quei sistemi possono funzionare soltanto finché una società straniera concede licenze, aggiornamenti, accesso ai servizi o disponibilità dell’infrastruttura, la sovranità resta inevitabilmente condizionata. Una bandiera italiana applicata sopra uno stack tecnologico controllato all’estero non trasforma quello stack in tecnologia italiana.
Il problema non è l’alleanza con gli Stati Uniti. L’Italia è strutturalmente integrata nella NATO e il rapporto militare con Washington rappresenta uno dei pilastri della propria sicurezza. Sarebbe superficiale pensare che la soluzione consista nell’interrompere quella relazione o nell’inseguire una impossibile autarchia tecnologica. La questione è completamente diversa: un alleato può essere indispensabile politicamente senza dover diventare insostituibile tecnicamente. Se una infrastruttura militare italiana dipende da un servizio statunitense, la domanda da porre non è se gli Stati Uniti siano oggi nostri alleati, ma che cosa accadrebbe se domani Washington, un fornitore americano o un vincolo normativo statunitense impedissero l’utilizzo di quella capacità. Se un satellite diventasse indisponibile, la Difesa continuerebbe a comunicare? Se un cloud venisse revocato, sarebbe possibile migrare rapidamente i servizi? Se un componente venisse sottoposto a restrizioni all’esportazione, esisterebbe una alternativa? Se un software proprietario non fosse più supportato, lo Stato sarebbe capace di mantenerlo autonomamente? È in queste domande che si misura la sovranità, non nelle conferenze dedicate all’autonomia strategica.
Lo stesso ragionamento vale per l’Europa. Passare dalla dipendenza americana a quella europea e chiamare il risultato sovranità sarebbe soltanto un cambiamento semantico. L’Unione europea non è un’entità tecnologicamente neutrale nella quale tutti gli Stati possiedono lo stesso peso industriale. Francia, Germania e altri grandi attori dispongono di filiere, contractor, capitale e capacità negoziale che possono incidere profondamente sulla distribuzione delle funzioni strategiche. L’Italia deve quindi utilizzare l’integrazione europea e quella atlantica per costruire maggiore capacità nazionale, non per scegliere semplicemente da quale livello sovranazionale dipendere. Questo significa pretendere interoperabilità, diritti sul software, capacità di migrazione, proprietà intellettuale utilizzabile dallo Stato, partecipazione industriale italiana e possibilità concreta di sostituire componenti e fornitori. La sovranità non consiste nell’isolamento, ma nel potere contrattuale che permette di cooperare senza diventare prigionieri della cooperazione.
In questa prospettiva va letto anche l’interesse di Crosetto verso l’Ucraina e verso Mykhailo Fedorov. Kiev ha trasformato la guerra in un gigantesco laboratorio tecnologico nel quale droni, sistemi autonomi, software, piattaforme digitali, startup, procurement accelerato e intelligence dei dati vengono continuamente sperimentati sul campo. Il valore del modello ucraino non consiste soltanto nella qualità di singole tecnologie, ma nella velocità con cui un’esigenza operativa può essere trasformata in un prototipo, testata in combattimento, modificata e nuovamente distribuita. È esattamente ciò che una burocrazia militare tradizionale europea fatica a fare. Crosetto guarda quindi all’Ucraina perché vede un metodo di innovazione militare capace di accorciare enormemente la distanza tra industria e campo di battaglia. Anche qui, però, il modello va studiato senza importarlo integralmente. Fedorov rappresenta una figura nella quale trasformazione digitale, politica, comunicazione, Big Tech, droni e guerra si sono progressivamente fusi, mentre l’ecosistema ucraino ha mostrato anche la capacità di mobilitare soggetti non statali nella dimensione digitale e informativa.
È proprio il caso di IT Army, Anonymous e NAFO a mostrare il confine più delicato. Si tratta di realtà differenti, che non possono essere assimilate né descritte come una singola organizzazione coordinata, ma il conflitto ucraino ha dimostrato quanto potente possa diventare la convergenza tra istituzioni, comunità digitali militanti, propaganda, operazioni informatiche e mobilitazione sui social. L’Italia può imparare da Kiev come costruire droni, reagire alla guerra elettronica, accelerare la produzione e integrare software e capacità militari. Non deve però importare un modello nel quale il contrasto alle operazioni cognitive avversarie finisca per confondersi con il controllo del dibattito politico interno. Il futuro contrasto alla minaccia ibrida sarà uno dei terreni più delicati proprio perché la definizione di influenza ostile può facilmente estendersi fino a includere opinioni sgradite, critiche o posizioni politiche non allineate. La Difesa deve proteggere il Paese dalla propaganda di Stati ostili e dalle operazioni coordinate contro le istituzioni. Non deve diventare il ministero della verità e soprattutto non deve consentire ai nuovi cortigiani del cyber di trasformare ogni dissenso in una minaccia cognitiva.
Il vero banco di prova della riforma non saranno quindi le dichiarazioni, ma gli appalti, le consulenze, le tecnologie acquistate e le condizioni alle quali lo Stato accetterà di utilizzarle. È molto più importante sapere se un contratto consente alla Difesa di cambiare fornitore rispetto al numero di convegni dedicati alla sovranità. È più importante conoscere quali diritti conserva lo Stato sul software rispetto alla quantità di libri pubblicati sulla guerra ibrida. È più importante capire chi controlla i dati, le chiavi, il codice e le infrastrutture rispetto alla vicinanza personale di un consulente al ministro di turno. Crosetto può costruire una riforma destinata a segnare per decenni l’architettura della sicurezza nazionale oppure può limitarsi a trasferire verso la Difesa la stessa combinazione di grandi fornitori, mediatori, consiglieri, comunicatori e interessi che negli anni precedenti gravitava attorno a Palazzo Chigi. Non basta togliere Mantovano dal centro della fotografia se tutto ciò che stava intorno alla fotografia rimane identico.
È per questo che Matrice Digitale non considera questa vicenda una partita di tifoserie tra Crosetto e Mantovano. La questione non è stabilire quale uomo politico debba controllare una porzione maggiore del sistema, ma verificare se il nuovo assetto aumenterà davvero la capacità dello Stato. Per anni la comunicazione pubblica ha accompagnato la costruzione dell’ACN come se la struttura rappresentasse naturalmente il centro dell’intero universo cyber italiano. Adesso la stessa comunicazione rischia di migrare verso la Difesa con una rapidità tale da far dimenticare ciò che veniva sostenuto fino a ieri. È precisamente questo il lavoro del giornalismo: ricordare le posizioni precedenti quando tutti iniziano a sostenere di aver sempre previsto il nuovo corso. Il potere cambia, le strutture si riorganizzano, i ministri passano e gli equilibri istituzionali mutano. Un giornale che vuole conservare la propria funzione non deve seguirli nella loro evoluzione come un accompagnatore, ma osservarli mantenendo la distanza necessaria per distinguere l’interesse pubblico dalla costruzione della loro reputazione.
Alla fine la provocazione contenuta nel titolo del nostro approfondimento resta quindi perfettamente attuale. Ieri pane e Mantovano, oggi pane e Crosetto. Il rischio è che domani sia pane con qualcun altro, senza che cambi davvero il sistema di relazioni che trasforma la sicurezza nazionale in un mercato di incarichi, riconoscimenti e prossimità al potere. Crosetto avrà vinto realmente soltanto se riuscirà a costruire una forza cyber militare capace di rispondere allo Stato italiano, integrata con le altre componenti della Difesa e soprattutto sostenuta da tecnologie sulle quali l’Italia conserva un potere reale. Fino a quel momento potremo avere specialisti migliori, nuove strutture, nuovi comandi e perfino una dottrina più moderna, ma resterà irrisolta la domanda fondamentale: può essere definito sovrano un Paese che deve chiedere ad altri il permesso tecnologico per esercitare la propria sovranità militare?
La stessa domanda si sposta quasi naturalmente dalla guerra cibernetica allo spazio. IRIS² arriva a una configurazione principale di 348 satelliti, con 330 unità in orbita terrestre bassa e 18 in orbita media, mentre l’avvio dei primi lanci è previsto dal 2029. L’Europa vuole costruire un’infrastruttura capace di assicurare comunicazioni governative sicure, continuità operativa durante le crisi, servizi per la difesa e maggiore resilienza delle infrastrutture critiche. È anche una risposta alla posizione acquisita da Starlink, che non può più essere considerata soltanto una rete commerciale per la connettività satellitare. L’esperienza della guerra in Ucraina ha mostrato come una infrastruttura privata controllata da SpaceX possa assumere contemporaneamente valore commerciale, geopolitico e militare, diventando parte materiale della capacità di comunicazione di un Paese in guerra e quindi dell’intera architettura occidentale di sicurezza. Per l’Europa ridurre questa dipendenza è quindi un obiettivo perfettamente comprensibile.
Il punto è evitare di confondere autonomia europea e sovranità nazionale. SpaceRISE riunisce SES, Eutelsat e Hispasat, con una filiera alla quale partecipano grandi gruppi dell’industria spaziale europea e con un ruolo tecnico centrale affidato all’ESA. IRIS² può diventare una infrastruttura molto più controllabile politicamente dall’Europa rispetto a Starlink e può offrire agli Stati membri una alternativa fondamentale nel caso in cui il rapporto con un operatore privato statunitense diventasse problematico. Ma per l’Italia rimane la domanda già posta nel caso della riforma cyber: quale porzione della capacità strategica resta realmente sotto controllo nazionale? Partecipare a una costellazione europea aumenta la resilienza e il potere negoziale di Roma, ma non significa automaticamente che l’Italia possieda ogni componente essenziale della tecnologia, possa decidere unilateralmente sul suo impiego o controlli l’intera filiera industriale.
È proprio per questo che IRIS² rappresenta una conferma della riflessione che Matrice Digitale porta avanti da tempo. La sovranità non consiste nello scegliere il fornitore straniero politicamente più vicino, ma nel ridurre il costo che lo Stato dovrebbe sostenere se un giorno fosse costretto a sostituirlo. Starlink può essere una infrastruttura utile e gli Stati Uniti possono restare il principale alleato militare dell’Italia; IRIS² può contemporaneamente diventare una capacità strategica europea fondamentale. Le due cose non sono contraddittorie se l’obiettivo resta quello di evitare dipendenze irreversibili. La frattura con il modello SpaceX non deve quindi essere raccontata come una guerra commerciale tra Europa e Stati Uniti, ma come il tentativo di costruire una seconda possibilità. Ed è proprio la presenza di una seconda possibilità, più che la bandiera europea sul satellite, a creare una quota reale di sovranità.
La riforma cyber e IRIS² raccontano quindi la stessa trasformazione da due prospettive differenti. Nel primo caso l’Italia riconosce che la guerra cibernetica deve avere una dimensione militare vera, separando finalmente l’operatività della Difesa dalla mitologia che negli ultimi anni ha trasformato qualunque attività di cybersecurity in un’estensione dell’intelligence. Nel secondo caso l’Europa costruisce una infrastruttura satellitare condivisa perché comprende che non può affidare una funzione strategica esclusivamente a un soggetto privato straniero. Entrambe le scelte vanno nella direzione corretta, ma entrambe diventano insufficienti se il termine sovranità viene utilizzato soltanto per legittimare il nuovo assetto.
La vera domanda resta sempre la stessa: che cosa accade quando l’alleato, il partner o il fornitore dice no? È in quel momento che si scopre chi possiede realmente una tecnologia, chi controlla realmente una infrastruttura e quanto vale realmente una dichiarazione di autonomia strategica.
Ed è anche in quel momento che diventa possibile distinguere chi ha raccontato la sovranità perché era vicino al centro di potere del momento da chi ha continuato a porre la stessa domanda indipendentemente dal nome scritto sulla porta.
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Perché la sovranità non si misura da chi comanda oggi.
Si misura da quanto un Paese resta libero di scegliere domani.
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