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matiofubol · Aug 21, 2026

NFL 2026: La preview della NFC East

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Mattia Righetti · matiofubol

Melodrammatica, esagerata e scomposta: la NFC East non è una division, ma un pomposo sceneggiato che annualmente fa così tanto rumore da darci l’idea che le squadre al suo interno siano 12, non 4.
Se vi fermate un attimo a pensare converrete che quanto affermato non sia affatto iperbolico.
Prendiamo velocemente in esame lo scorso autunno.

Gli Eagles ci hanno costantemente dato l’impressione di essere una squadra sull’orlo della guerra civile nonostante un record sempre positivo, i Cowboys in quanto “squadra dell’America” occupano sempre e comunque la prima pagina di giornali, televisioni, schermi e feed social, l’inarrestabile discesa dei Giants nell’irrilevanza è esacerbata dal fatto che nonostante tutto qui si stia pur sempre parlando di una squadra di New York mentre i Commanders, i poveri Commanders, un infortunio alla volta, sono stati bruscamente risvegliati da quel sogno che risponde al nome di 2024.
Proviamo a prepararci a ciò di cui stiamo per essere testimoni partendo ovviamente dai Philadelphia, da un paio d’anni a questa parte gli indiscussi padroni della division.

Probabilmente esagero, ma resto serenamente convinto che poche squadre siano costruite meglio dei Philadelphia Eagles.
Howie Roseman, il principale artefice del capolavoro culminato nel Super Bowl di un anno e mezzo fa, riesce ad assemblare annualmente roster tanto profondi quanto di qualità: nessuno al momento padroneggia meglio di lui l’arte della costruzione di un roster competitivo in quanto fra draft, trade e rinnovi contrattuali sempre e comunque al momento giusto ha dato vita a una vera e propria corazzata che non dovrebbe avere problemi a sopravvivere agli addii di giocatori del calibro di A.J. Brown, Jaelan Phillips, Nakobe Dean e Reed Blankenship.
Nella maggior parte dei casi la perdita di titolari del genere ci costringerebbe a parlare di un’offseason funesta e di incertezze varie premonitrici di un futuro nebuloso: nulla del genere in quanto il roster degli Eagles resta più che equipaggiato per un altro arrembaggio al Lombardi.

Rimpiazzare il bagaglio tecnico offerto da A.J. Brown è pressoché impossibile: ne esistono davvero pochi di ricevitori con delle doti atletiche simili che gli permettono di prenderla in testa a chiunque e, una volta ricevuto il pallone, di genere yard con altrettanta facilità.
Il divorzio tuttavia era diventato l’unico scenario percorribile in quanto la convivenza era diventata semplicemente troppo tossica per essere portata avanti facendo finta di niente - rido pensando che tutto questo ha avuto luogo nella stagione seguente al Super Bowl, quando teoricamente tutto dovrebbe essere rose e fiori e lo spogliatoio dovrebbe essere arena di orge di coccole e bacini fra individui rabboniti dal tanto agognato trofeo.
Sono convinto che nonostante il fisico notoriamente asciutto Smith possa produrre come un WR1 di livello e che le aggiunte di Lemon e Wicks si riveleranno congeniali a ciò che vorrà fare Sean Mannion, offensive coordinator che ha rimpiazzato il pluridisprezzato Kevin Patullo.

A mio avviso ciò che più inciderà sull’eventuale resurrezione offensiva non può che riguardare il gioco di corse, irriconoscibilmente sterile durante la scorsa stagione nella quale Saquon Barkley ha faticato a valicare il par della sufficienza guadagnando la “miseria” - per i suoi standard - di 4.1 yard a portata, dato incomparabile alle 5.8 del magnifico 2024.
La O-line resta fra le migliori in assoluto e immagino che pure in questo caso toccherà a Mannion individuare la chiave schematica per tornare a sovrastare i front seven avversari: mi sento a mio agio a concedere il beneficio del dubbio a un organico del genere.
Sono tuttavia curioso di vedere come reagirà Hurts alla notevole serie di cambiamenti appena sciorinati in quanto, che gli piaccia o meno, nonostante il Super Bowl vinto resta uno dei quarterback più polarizzanti della lega.

La situazione in difesa, specialmente lungo la D-line, è paradossale. È sostanzialmente impossibile trovare una coppia di defensive tackle anche solo lontanamente paragonabile a quella formata da Jordan Davis e Jalen Carter, ma se spostiamo lo sguardo di un paio di centimetri e ci focalizziamo sui pass rusher noteremo una situazione alquanto dissonante: figuratevi che durante il draft si sono sentiti costretti ad andare a prendersi Jonathan Greenard dai Minnesota Vikings - anche se la sua presenza per Week 1 è in forte dubbio a causa di un infortunio rimediato ancora prima dell’inizio del training camp.

Che sia da Greenard, da Smith o da Hunt, il rendimento del pass rush “esterno” costituisce la chiave per il ritorno al dominio culminato nel massacro ai danni dei Chiefs, anche perché malgrado la dipartita di Blankenship la secondaria resta incredibilmente forte grazie in primis all’accoppiata DeJean-Mitchell; non sottovalutate l’aggiunta di Woolen che a Seattle ha dato prova di possedere il talento per fare la differenza, vediamo se riuscirà a trovare la costanza di rendimento che lo separa dal contratto della vita.
Con Vic Fangio a dirigere le operazioni potete stare comunque certi che il rendimento resterà ben al di sopra della media, resta solamente da capire se vorranno dominare come sono comodamente in grado di fare o meno.

È inutile nascondersi dietro ampollosi sofismi, Philadelphia deve essere per forza di cose annoverata fra le vere contender per il Super Bowl, anche se prima delle avversarie dovrà trovare modo di neutralizzare sé stessa, la più grande minaccia in assoluto alla propria grandezza.
Immagino che l’addio di Brown renderà ben più respirabile l’aria in spogliatoio, ma sarebbe sciocco addossare ogni loro disfunzionalità al nuovo go-to-guy di Drake Maye: per un motivo o per l’altro Philadelphia continua a creare dramma fine a sé stesso dimenticandosi di scendere in campo annualmente con una squadra in grado di imporsi su chiunque.

In luce dell’insopportabile onnipresenza mediatica, sputazzare sui Dallas Cowboys è diventato per molti uno sport quasi più appassionante di questa disciplina che chiamiamo football americano: possiamo ridere quanto vogliamo dei Dallas Cowboys, ma non possiamo in alcun caso sbeffeggiarli per quanto fatto durante l’offseason.
Come sempre sarà solo il campo a decretare i verdetti, ma l’operato di questi ultimi mesi è stato a mio avviso sensazionale visto che in pochissimo tempo il front office sembra essere riuscito nell’inconcepibile impresa di ricostruire un reparto difensivo competente.
Ripeto, l’esaltazione in offseason rende fertile il terreno per le brutte figure, ma in qualità di buontempone ciarlatore di football americano non posso che digitare ciò che vedo - o che credo di vedere.

Normalmente in queste preview parto dall’attacco, ma nel caso dei Dallas Cowboys l’attacco può quasi essere dato per garantito.
Dak Prescott metterà insieme numeri estremamente gradevoli all’occhio grazie a Lamb, Pickens e Ferguson, Williams correrà con rabbia ed efficienza, Aubrey troverà il centro dei pali pur calciando al di fuori del Texas e scollinare i 30 punti settimanali sarà tutt’altro che un’impresa; però, proprio come nel caso dei Cincinnati Bengals, nessuno qui ha mai avuto dubbi sulla prolificità dell’attacco: a costare ai Cowboys la possibilità di competere seriamente negli ultimi anni ci ha pensato un reparto difensivo che con ammirevole dedizione ha sempre fatto il possibile per permettere all’avversaria di turno di concludere mettendo a referto un punto in più di quelli raccolti da Dak Prescott e compagni.

Ora permettetemi di elencare i principali neoarrivati lungo il versante difensivo: Malachi Lawrence, Rashan Gary, Dee Winters, l’immarcescibile Von Miller, Jalen Thompson, P.J. Locke, Cobie Durant e la scelta al primo round Caleb Downs.
Piccola parentesi: da quanto sta emergendo dai training camp Downs sta quotidianamente frantumando le enormi aspettative con le quali si è affacciato al football professionistico. C’è chi parla di lui come di un leader nato che rivoluzionerà da subito l’intero reparto difensivo, un safety il cui impatto - e relativa caduta al draft - è comparabile solamente a quello avuto da Kyle Hamilton sui Baltimore Ravens, insomma, proprio quello che serviva ai Cowboys per ritrovare l’indispensabile rispettabilità difensiva.

La più grande incognita resta quella che attanaglia un pass rush che continua inevitabilmente a patire l’assenza di Micah Parsons, ma sono convinto che veterani come Gary e Miller sapranno garantire una produzione perlomeno funzionale durante il corso del campionato.
Apprezzo l’equilibrio con il quale sono andati ad affiancare ai giovani Donovan Ezeiruaku e Malachi Lawrence i due sopracitati veterani: con questa mossa Dallas sta provando a garantirsi produzione non solamente in vista del 2026, ma soprattutto per il futuro visto che in un mondo senza Parsons sarà fondamentale trovare quanto prima qualcuno capace di terrorizzare i quarterback avversari almeno per il prossimo lustro.
Sono altresì curioso di vedere se DeMarvion Overshown riuscirà a tornare a esprimersi ai livelli ai quali ci stava deliziando poco prima del catastrofico infortunio rimediato nella parte finale del 2024: teoricamente un Overshown a mezzo servizio si dovrebbe rivelare un’opzione di gran lunga preferibile a Kenneth Murray.

Un numero così elevato di novità implica veramente tanta pazienza poiché questo reparto necessiterà di tempo per imparare a giocare insieme, ma resto comunque convinto che il front office abbia fatto tutto quello che poteva fare per ridurre al minimo il sempre più concreto rischio che lo scempio degli ultimi anni venga derubricato a nuova normalità.
Di nuovo, l’attacco promette fuochi d’artificio ed efficienza e per tornare ai playoff la difesa non sarà costretta a fare gli straordinari, bensì a giocare come un reparto assolutamente nella media capace di concludere la stagione in una posizione diversa dalla trentaduesima per quanto riguarda punti concessi e percentuale di terzi down convertiti dagli avversari.
Un minimo di competenza difensiva dovrebbe costituire tutto ciò che serve ai Cowboys per ritrovare i playoff.

Fermandomi un attimo a pensare sono giunto alla terrificante conclusione che, da febbraio a questa parte, nessuna squadra sia stata al centro dei miei deliri più di quanto lo siano stati i New York Football Giants.
Forse il mio è un tipico caso di sindrome da Stoccolma, dopotutto quella che sta per iniziare è la prima stagione della mia “vita” nella quale la squadra che tifo non sarà allenata da John Harbaugh, ma per un motivo o per l’altro sembra quasi che per me ogni occasione sia buona per parlare dei Giants.
Non possiamo perdere di vista il fatto che, dal 2016 a oggi, abbiano totalizzato un record di 55-109-1 - o se preferite pensate che ogni vittoria sia coincisa con due sconfitte - e che se non fossero ubicati a New York ci limiteremmo a compatirli come dei Cleveland Browns qualsiasi, ma per la prima volta da troppi anni ho l’impressione che nella metà blu della Grande Mela ci sia un piano non dico vincente, ma perlomeno promettente.

Ogni ragionamento non può che partire da John Harbaugh, l’acquisizione regina della loro offseason, quella che dovrebbe condurre a una vera e propria rivoluzione culturale.
Negli ultimi anni a Baltimore il maggiore dei fratelli Harbaugh mi ha esasperato al punto da costringermi a rifugiarmi fra le vischiose braccia dell’apatia, ma l’incapacità di condurre alla terra promessa una squadra con tutto il necessario per vincere non deve essere confusa con incapacità ad allenare: solamente 13 allenatori hanno collezionato un numero di vittorie - in regular season - superiore alle sue 180 e trattandosi di un futuro Hall of Famer è molto probabile che ne sappia qualcosa su come trasformare un’accozzaglia di giocatori di talento in squadra.

Nonostante il numero ridicolo di vittorie New York può vantare un roster assolutamente talentuoso che aveva per l’appunto bisogno di un leader che gli desse la coerenza necessaria per ricondurlo alla rilevanza: sul mercato c’erano ovviamente nomi più intriganti dal punto di vista tattico - si pensi a un Klint Kubiak -, ma New York non aveva bisogno di un giovane di buone speranze capace di confezionare schemi all’avanguardia, ma di qualcuno che le insegnasse cosa voglia dire essere competitivi settimana dopo settimana.
Tanto del loro eventuale successo naturalmente passerà dalla maturazione di Jaxson Dart, quarterback sufficientemente promettente da aver restituito un minimo di speranza alla propria fanbase, anche se affinché questo possa avere un futuro in NFL è necessario che impari quanto prima a preservarsi evitando di interpretare la posizione di competenza con la fisicità tipica di un running back: un paio di drive in preseason gli sono bastati per la prima gita nella tenda blu.

La linea d’attacco è più competente di quanto si possa pensare, il backfield composto da Cam Skattebo, il neoarrivato Najee Harris e Tyrone Tracy Jr. potrebbe essere più competente di quanto ci possa pensare e con il rientro di Malik Nabers il gioco aereo potrebbe tornare a fare davvero bene, soprattutto perché averlo affiancato a gente come Isaiah Likely e Malachi Fields potrebbe permettergli di fare razzie su tutti e tre i livelli del campo.
Naturalmente il giochino si rompe se Dart non impara ad accontentarsi di ciò che gli viene offerto e non inizia quanto prima a evitare ogni possibile contatto gratuito scivolando, ma credo che chi di dovere lo stia supplicando quel che basta per convincerlo ad avere un minimo più a cuore il suo futuro fra i professionisti.

Malgrado la dolorosa dipartita dell’insoddisfatto Dexter Lawrence resto beatamente convinto che l’eccellenza di questa squadra risieda lungo la linea difensiva, porzione di reparto che può vantare la compresenza di Brian Burns, Abdul Carter, Arvell Reese e il quasi dimenticato Kayvon Thibodeaux, precipitato nella depth chart a causa dei recenti investimenti al draft: questo non è l’Ultimate Team di Madden nel quale per vincere basta affiancare un paio di nomi altisonanti, ma ritengo inutile teorizzare l’ovvio, hanno tutto il necessario per dominare e sopraffare settimanalmente le linee d’attacco avversarie.
Permangono i dubbi sulla secondaria, ma se il pass rush terrà fede alle sopracitate promesse svolgere il proprio lavoro a un livello accettabile non sarà poi così complicato.

Non so quantificare le mie aspettative nei loro confronti, ma ciò di cui voglio dichiararmi sicuro è che quest’anno torneranno a essere una squadra rispettabile, una squadra che per prima cosa non scialacqua l’abbondante dose di talento a roster e, così facendo, ricomincia a flirtare con un record positivo.
Mi rendo perfettamente conto che sradicare la gramigna della disfunzionalità sia un processo lungo e laborioso che chiede ben più di una sola offseason, ma il 2026 dovrebbe marcare l’inizio di una nuova era per i G-Men, un’era scandita da competitività e stabilità, due concetti che raramente bastano per garantire argenteria ma che per una franchigia in questa posizione costituiscono il coronamento di un mezzo sogno.

Chi invece non sembra destinato a svegliarsi tanto in fretta da un vero e proprio incubo sono i Washington Commanders, franchigia maledetta che nel corso delle ultime settimane è stata costretta a rinunciare per infortunio a due fra i suoi più importanti tesserati, il tackle Laremy Tunsil e il defensive tackle Johnny Newton.
Gli infortuni fanno sì parte del gioco - anche d’estate -, ma quello di cui sto scrivendo altro non sembra che un perverso sequel di quanto accaduto durante lo scorso autunno, quando una serie impressionante di infortuni ha precluso a Washington la possibilità di portare avanti quanto di buono iniziato nel favoloso 2024, il sempre più lontano anno in cui dal nulla sono arrivati a una partita dal rappresentare la NFC al Super Bowl.

Dopo aver silurato Kliff Kingsbury per David Blough a Washington il chiaro obiettivo è quello di mettere Jayden Daniels nella posizione di tornare a incantarci come fatto durante la stagione d’esordio: anche per questa ragione non troppo tempo fa sono andati a mettergli a disposizione Stefon Diggs che, a questo punto della carriera, è un’ottima opzione secondaria in grado di muovere le catene correndo tracce precise.
Con un backfield rinvigorito dall’intelligente aggiunta di Rachaad White tutto sembrava auspicare al meglio, ma dopo l’infortunio al tricipite che potrebbe seriamente costare l’intero campionato a Tunsil l’entusiasmo è improvvisamente venuto meno. La linea d’attacco di Washington, infatti, ha sempre e comunque faticato a proteggere adeguatamente Daniels e in un solo colpo ha perso sia il proprio miglior membro che l’offensive tackle più pagato nella storia della National Football League.
A infortuni del genere si fatica a sopravvivere.

L’obiettivo principale del front office era però quello di ravvivare un reparto difensivo che fino a questo punto della carriera di Daniels non ha mai saputo aiutarlo e per questo, non casualmente, si presenta ai nastri di partenza completamente irriconoscibile rispetto allo scorso anno.
In meno di due mesi sono andati a garantirsi Odafe Oweh, Nick Cross, Charles Omenihu, K'Lavon Chaisson, Leo Chenal, Amik Robertson e il potenzialmente fondamentale Sonny Styles, una necessaria boccata d’aria fresca che dovrebbe permettere a Dan Quinn di restituire brillantezza a quello che è il suo reparto di competenza.
Mettere Daniels nella miglior posizione possibile per vincere passa anche dal reparto difensivo, poiché non credo di dovervi spiegare quanto semplifichi la vita poter contare su una difesa capace di tenerti in partita pure nelle giornate in cui si fatica a valicare quota 20 punti.

Nel corso dell’ultima stagione nessun reparto difensivo ha concesso altrettante yard di total offense - nemmeno la tanto vituperata difesa dei Dallas Cowboys - e a mio avviso tutto passerà dal rendimento del pass rush, probabilmente il microreparto sul quale hanno investito con maggior aggressività: anche in luce di queste ambizioni l’infortunio di Newton è a suo modo catastrofico, poiché nessun giocatore rimasto a roster ha concluso lo scorso campionato con altrettanti sack.
I 9.0 sack di Von Miller sono svernati a Dallas, i 5.5 di Jacob Martin a Tennessee e i 5.5 di Dorance Armstrong sono in stand-by a causa di una squalifica che gli costerà le prime sei partite della nuova stagione.
La speranza è che gli investimenti compiuti per portare nella capitale Oweh e Chaisson paghino immediatamente dividendi, ma quelli di cui vi sto parlando altro non sono che enormi scommesse visto che qui non ci troviamo sicuramente al cospetto di Lawrence Taylor e Bruce Smith.

Se questo mio racconto vi ha depresso non vi biasimo minimamente, ma a bocce ferme fatico a essere chissà quanto ottimista.
Per loro fortuna Daniels è un giocatore sufficientemente speciale da poter ridere in faccia ai pronostici, ma per qualificarsi ai playoff Washington dovrà stupirci sulla falsariga di quanto fatto un paio di anni fa.
Innanzitutto sarebbe utile se qualcuno lassù decidesse di guardare da un’altra parte e lasciarli finalmente in pace, ché anche il miglior roster di sempre vacillerebbe in seguito a infortuni del genere: se le cose vanno come devono andare i playoff sono assolutamente alla loro portata, ma a questo punto dell’anno fatico a prevedere con chissà quanta certezza cosa potrebbe essere del loro futuro, le incognite sono davvero troppo numerose.

Per quanto riguarda i pronostici vedo Philadelphia leggermente davanti a Dallas che, però, è tallonata da Washington e dai probabilmente-redivivi New York Football Giants.
Poi, trattandosi della NFC West la melodrammatica delusione è sempre dietro l’angolo, ma in questi lunghi mesi di offseason tutte e quattro le squadre hanno a mio avviso fatto al meglio delle loro possibilità quello che dovevano fare: Philadelphia ha reso un minimo meno pesante l’aria, Dallas ha ricostruito la difesa, New York ha trovato un allenatore capace di durare per più di una stagione e mezza e Washington ha fatto quello che poteva per resuscitare un reparto difensivo spesso putrido.
Ciò detto potete stare certi che i colpi di scena arriveranno più prima che poi e che come sempre la situazione diventerà melodrammatica.

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