Una delle regole non scritte degli ultimi anni di National Football League è che se il nome di una conference è seguito dal punto cardinale “South” la division in questione diventerà per forza di cose sinonimo di tristezza e vi farà rimpiangere di non aver scelto di tifare una sua rappresentante.
La depressione che risponde al nome di NFC South ci mette religiosamente davanti a vincitrici di division in singola cifra di vittorie e, nel corso degli anni, la controparte della AFC ha spesso e volentieri deluso - per usare un eufemismo: basti pensare al fatto che tre delle ultime sei prime scelte assolute al draft siano state assegnate a figlie di questa division.
Dopo anni di insopportabile mestizia la parte meridionale della AFC nel 2025 ha battuto un colpo portando ai playoff due squadre, Jacksonville e Houston: ciò che più impressiona è constatare che queste abbiano strappato il pass per la postseason con almeno 12 vittorie.
Senza dimenticare che, durante i primi due mesi di regular season, gli Indianapolis Colts erano stati acclamati a furor di popolo come miglior squadra della lega - prima di collassare in seguito a infortuni e sfighe varie tipiche di una franchigia tormentata dal fantasma di Andrew Luck: ebbene sì, chi sta digitando queste parole sconclusionate è arrivato a un punto del proprio arco narrativo in cui non solo è costretto a parlarvi della AFC South come di una division competitiva, ma addirittura di una division potenzialmente profonda.
Figuratevi che in cuor mio una delle sue quattro inquiline è fra le favorite in assoluto per il Super Bowl, ma prima di parlare di lei sono costretto ad affrontare i Jacksonville Jaguars del redivivo Trevor Lawrence.
È alquanto strano parlare dei Jacksonville Jaguars senza essere costretti a elencare fiumane di nuovi giocatori arrivati tramite draft e free agency.
Quella che avete appena iniziato a leggere sarà per forza di cose una preview diversa da quelle a cui ci hanno - vi ho - abituato, in quanto il 2025 potrebbe essere consegnato alla storia come l’anno in cui finalmente Jacksonville ha fatto breccia nell’Olimpo delle squadre competitive.
Scandagliando la depth chart provvisoria farete fatica a imbattervi in volti nuovi, al limite se siete particolarmente sul pezzo noterete un paio d’assenze dolorose come quelle di Etienne e Lloyd, due titolari chiave nonché giocatori per i quali, non troppi anni fa, Jacksonville sacrificò una scelta al primo round del draft.
Nello spleen dell’offseason è andata persa una dichiarazione del GM James Gladstone che ci dice tutto quello che dobbiamo sapere sulla nuova - si spera - mentalità di questa squadra: discutendo della presunta inattività durante la free agency, il giovane GM ha dichiarato che la strategia del front office prevedeva “passività” durante i primi mesi della free agency per poi assicurarsi quante più compensatory pick possibili.
Vedete, le compensatory pick vengono assegnate dalla NFL per compensare a dipartite di peso - come possono esserlo state quelle di Etienne e Lloyd… a patto che la squadra interessata non vada immediatamente a rimpiazzarli con altri free agent: non è molto, me ne rendo conto, ma questa filosofia ci mette davanti a un netto cambiamento di mentalità da parte di una squadra che nel corso dell’ultimo decennio è perennemente stata fra le più attive in assoluto durante la primavera.
Forse sto sviolinando su qualcosa di completamente irrilevante che sarà fatto scivolare in terzo piano dall’ennesima stagione deludente, ma nel corso della seconda metà dell’ultimo campionato Jacksonville ci ha messo davanti a incoraggianti segnali di crescita al cui cospetto nemmeno il più cinico di noi ha potuto restare indifferente.
Durante le ultime otto uscite stagionali Lawrence ha condotto i suoi Jaguars a otto vittorie accumulando 24 touchdown totali a fronte di 6 miseri intercetti, giocando poi alla pari dell’ex MVP Josh Allen ai playoff; tutto questo dovrebbe bastarci a dichiararlo un giocatore finalmente risolto, ma vi invito a tenere ben presente il fatto che abbiamo assistito a qualcosa del genere già una volta, fra la seconda metà del 2022 e la prima del 2023: poi sapete cos’è successo.
La freccia di Jacksonville sta chiaramente puntando verso l’alto per diverse ragioni, la principale riguarda Liam Coen, allenatore al secondo anno che in pochissimo tempo ha già dimostrato di possedere una delle menti offensive più brillanti della lega - basti pensare al clamoroso successo dell’attacco dei Tampa Bay Buccaneers del 2024: al secondo anno sotto la guida di Coen Lawrence dovrebbe risultare ben più a proprio agio di quanto lo potesse essere dodici mesi fa.
La più grande incognita riguardante l’attacco dei Jaguars la si intercetta nel backfield, dove molti si aspettano che l’esplosività di Bhayshul Tuten basti a non far rimpiangere Travis Etienne; sono invece enormemente intrigato dalla batteria di ricevitori a disposizione del biondissimo quarterback, in quanto il trio formato da Thomas, Washington e Meyers ha tutte le carte in regola per eccellere, anche se ritengo fondamentale che Thomas ritrovi la verve esibita durante la stagione d’esordio.
Attenzione a Parker Washington, uno dei più chiacchierati e verosimili candidati all’esplosione.
Pure lungo il versante difensivo è stata garantita una rinfrescante continuità che, concretamente, ha fatto uscire la dominante D-line intonsa dalla free agency: il reparto che può fregiarsi di talenti come l’altro Josh Allen - quello non MVP, per intenderci -, Travon Walker e Arik Armstead ha concluso la scorsa stagione al primo posto per rushing yard concesse a partita.
Non credo che quella di Jacksonville possa in alcun caso essere considerata come la miglior difesa della lega, ma sono piuttosto convinto che in luce della potenza offensiva esibita durante la seconda metà dell’ultimo campionato per vincere non sia necessario dominare, bensì essere “semplicemente” funzionali.
Nutro grandi aspettative nei confronti di una squadra che ha passato la scorsa stagione a convincerci di essere definitivamente entrata nel mondo degli adulti, il che non significa che concludere il campionato con un numero di vittorie inferiore alle 13 dell’anno scorso debba essere visto come un passo indietro: ciò che mi sento di pretendere è una loro partecipazione ai playoff, la conferma concreta che quanto successo a cavallo dell’autunno e dell’inverno non sia stato frutto del caso.
Siamo già rimasti scottati innumerevoli volte dai Jacksonville Jaguars, quindi ritengo imprescindibile aprocciarli con estrema cautela, ma è fuori questione che almeno questa volta abbiamo in mano sufficienti elementi per ritenere definitivamente possibile la definitiva consacrazione.
Ero convinto fosse impossibile che una squadra rubasse ai miei Baltimore Ravens il fondamentale titolo di squadra più frustrante della lega, ma l’ultima versione degli Houston Texans ci è serenamente riuscita.
L’ho detto e, almeno finché non inizierà la nuova stagione, continuerò a ripeterlo: nel 2025 Houston aveva fra le mani una più che legittima opportunità di vincere il Super Bowl. Sono serio.
Per ovvie ragioni non mi dilungherò elencando le eccellenti statistiche difensive, ma non ho alcun problema ad affermare che, in caso di Super Bowl, l’operato del reparto prediletto di coach Ryans, si sarebbe guadagnato un posto nei discorsi comprendenti la difesa dei Ravens del 2000, la Legion of Boom dei Seahawks e la No Fly Zone dei Broncos, reparti difensivi così dominanti da trainare il resto della squadra al Lombardi.
Il dominio perpetrato dalla difesa dei Texans ha finito per mettere in risalto ogni possibile mancanza del reparto offensivo: si fa davvero fatica a trovare una difesa più completa su tutti e tre i piani del proprio essere.
Trascinata dal duo Anderson-Hunter, la linea è pressoché indescrivibile e negli ultimi mesi ha pure aggiunto il rookie Kayden McDonald e l’immortale Jadaveon Clowney, Al-Shaair e To'oTo'o continuano a essere criminalmente sottovalutati mentre la secondaria pullula di talento e, giusto per non farsi mancare niente, si è tolta lo sfizio di aggiungere Reed Blankenship.
Profondi, completi, brillanti e ben allenati. È difficile pretendere di più da una difesa.
Il problema sta tutto nell’attacco, più precisamente in C.J. Stroud: se facciamo uno zoom sul quarterback ci metteremo davvero poco ad accorgerci che l’origine di ogni suo male risieda nella sua testa, il pezzo di carne più importante in assoluto per un quarterback.
Non sono nemmeno in grado di provare a spiegarvi le ragioni della sua incredibile regressione, ma credo che annate intere trascorse alle spalle di linee d’attacco inadeguate abbiano finito per compromettere il suo modo di interpretare la posizione. Stroud appare infatti perennemente in apprensione nella tasca, ha totalmente perso fiducia nella propria progressione e il suo obiettivo sembra quello di liberarsi del pallone il prima possibile e sopravvivere fino allo snap successivo: nello specifico lo vedo spesso in difficoltà nel movimento dei piedi e, ancora più terra-terra, con la meccanica di lancio.
È alquanto strano digitare parole simili alla vigilia della sua quarta stagione fra i professionisti, soprattutto in luce del fatto che trovavamo proprio fondamentali ineccepibili fra le principali ragioni per cui i Texans spesero per lui la seconda scelta assoluta per dare una direzione al loro futuro.
La sua regressione sta di fatto costando al resto della squadra la possibilità di competere per il Super Bowl, e questo è ovviamente avvilente se si tiene in considerazione che tutto ciò di cui avrebbero bisogno per vincere è un game manager capace di prendersi cura del pallone e di mettere a referto quei pochi punti necessari per segnarne uno in più rispetto alla squadra avversaria.
Durante gli ultimi playoff Stroud ha completato poco più della metà dei lanci tentati accumulando 7 turnover, numeri ai quali nessuna difesa nella storia del gioco è in grado di sopperire.
Per provare a semplificargli quanto più possibile l’esistenza il front office ha investito massicciamente sulla linea d’attacco assicurandosi veterani affidabili come Wyatt Teller e Braden Smith e, per non farsi mancare niente, al draft si è andato a prendere il roccioso Keylan Rutledge: in luce dei dolori del giovane Stroud ritengo sacrosanta l’idea di investire così aggressivamente sulla O-line.
Immagino che pure l’innesto di David Montgomery possa essere visto come un passo nella direzione giusta, visto che l’ex running back dei Lions dovrebbe immediatamente rendere più pericoloso un gioco di corse che durante l’ultimo autunno ha faticato a ingranare.
Fra i giocatori a disposizione di Stroud tornerà pure Tank Dell che sembra essersi lasciato brillantemente alle spalle l’orribile infortunio patito durante le feste del 2024: guardate coi vostri occhi per credere.
Immagino che abbiate intuito che le mie aspettative nei loro confronti siano incredibilmente alte, sono infatti convinto che con una difesa del genere - potenziata rispetto a quella di dodici mesi fa - il Super Bowl sia tranquillamente alla loro portata… Stroud permettendo.
Penso che pochi giocatori si affaccino al 2026 più sotto pressione di Stroud, in quanto nel corso di diciassette-più-una settimane si giocherà una fetta importante del proprio futuro fra i professionisti: in caso di un’ulteriore eliminazione precoce ai playoff Houston farebbe bene a cominciare a guardarsi attorno ché scialacquare la brillantezza di un reparto difensivo del genere è semplicemente inaccettabile.
Che sia arrivato il momento di parlare degli Indianapolis Colts?
Direi proprio di sì e, lo ammetto, sono estremamente curioso di vedere se pure quest’anno riusciranno a farci collettivamente passare come totali incompetenti.
Vedete, l’anno scorso pensarli costretti a decidere a chi affidare l’attacco fra Anthony Richardson e Daniel Jones ci faceva collettivamente ridere, peccato solo che durante la prima metà di stagione nessun attacco muovesse le catene - e il tabellino - con un’efficienza anche solo comparabile a quella di Indianapolis.
Poi si sa, nessuna squadra sa implodere altrettanto spettacolarmente nel periodo del solstizio d’inverno, ma stando a quanto fatto durante la primavera è chiaro che il front office sia convinto che il successo della prima metà di campionato sia replicabile… con un po’ più di fortuna, ovviamente.
Il GM Ballard, probabilmente all’ultima spiaggia, ha optato per la continuità frantumando il salvadanaio per tenere in Indiana sia Daniel Jones che Alec Pierce, i due giocatori più importanti in assoluto pronti a tastare il libero mercato.
Se da un lato i progressi di Daniel Jones incoraggiano immensamente - con ogni probabilità scenderà in campo da titolare già a settembre -, dall’altro non possiamo che dichiararci perplessi dalle condizioni di Alec Pierce che al momento continua a combattere con dolori alla caviglia operata durante l’offseason: a un mesetto dal kickoff non ci è dato sapere se a settembre sarà pronto a ricevere palloni lanciati da Jones, non la migliore delle notizie per un ricevitore pagato quasi 30 milioni all’anno.
Questa è una situazione da tenere assolutamente monitorata ché senza Pierce l’attacco dei Colts perde la terza dimensione permettendo così alle difese di riempire il box e rallentare Jonathan Taylor, il vero cuore pulsante del reparto.
Non fatico a immaginarmi l’attacco produttivo, specialmente nel caso in cui Pierce dovesse rientrare in un buono stato di forma; la linea d’attacco resta fra le più affidabili della lega e il gioco di corse non dovrebbe aver problemi a confermarsi come uno dei più produttivi in assoluto.
Naturalmente non sta scritto da nessuna parte che Daniel Jones si confermi sui livelli dello scorso anno, ma è chiaro che sia coaching staff che front office siano sicuri di poter replicare il già citato successo della prima metà di stagione, o se preferite della metà sana di stagione.
La difesa non appare poi così diversa da quella dell’anno scorso, qualche aggiunta qua e là come quelle di Arden Key e Akeem Davis-Gaither cambiano leggermente la fisionomia di un reparto assolutamente nella media; sono curioso di vedere se la scelta di rinunciare a Zaire Franklin a scapito di C.J. Allen pagherà dividendi, secondo molti era il miglior linebacker in uscita dal draft, vediamo se il parere dei fantomatici “molti” si rivelerà essere corretto.
Sarò perfettamente sincero con voi: non mi aspetto molto dai Colts.
Sì, so che anche dodici mesi fa parlavo in questo modo e poi, una volta scesi in campo, hanno preso a pesci in faccia il mio scetticismo a suon di vittorie fino a presentarsi al giro di boa con un incredibile 8-1, ma ci sono semplicemente troppi elementi sospetti.
Innanzitutto arrivato nella seconda metà del 2026 non sono più disposto a fidarmi di Daniel Jones, sono - e siamo - stato ingannato così tante volte dall’ex quarterback dei Giants che a questo punto lo scetticismo mi pare essere l’unico approccio sensato nei suoi confronti.
Da un punto di vista tecnico sono sufficientemente solidi da poter ambire a una stagione da doppia cifra di vittorie, ma in luce del sempre crescente livello della division questo non è affatto scontato.
Quella che sta per iniziare deve essere vista come la stagione della verità per i Colts che, a questo punto, non possono nemmeno sognarsi di mancare per l’ennesima volta la qualificazione ai playoff.
È genuinamente bizzarro che il front office abbia deciso di giocare con cotanta aggressività l’all-in più random di cui io abbia memoria: un conto è decidere di ipotecare il proprio futuro quando si è in una posizione simile a quella dei Los Angeles Rams, un conto è sacrificare due scelte al primo round per un cornerback pur non partecipando alla postseason dal pandemico 2020.
Spero di cuore per loro che quanto accaduto fra lo scorso settembre e novembre non sia stato figlio di un meraviglioso caso.
Parlare dei Titans, invece, è fin troppo facile.
Ci troviamo infatti al cospetto di una squadra che si approccia al 2026 senza particolari aspettative… se non quella di fare meglio rispetto all’anno scorso e, soprattutto, inviarci incontrovertibili segnali di crescita: alla faccia dell’assenza di aspettative!
Vedete, quella allenata dall’ottimo Robert Saleh è una squadra che nel corso della primavera si è sottoposta a una metamorfosi che definire radicale sarebbe un eufemismo: questa metamorfosi ha avuto luogo per una sola e unica ragione, ossia mettere Cam Ward nella posizione di avere successo fra i professionisti.
Quando si spende la prima scelta assoluta al draft per un quarterback sarebbe una buona idea circondarlo di gente capace di garantirgli una vita degna di essere vissuta; trovo infatti sciocco pretendere che la sua semplice presenza basti a trasformare un cumulo di brutti anatroccoli in cigni.
È più che legittimo definire quella vista nel 2025 come la peggior squadra dell’ultimo campionato e credo che imputare particolari colpe al quarterback non abbia alcun senso.
Vedete, affinché un giovane lanciatore di palloni abbia successo fra i professionisti è imprescindibile circondarlo di gente capace di supportarlo e, non me ne vogliano i tifosi, il livello medio del roster degli ultimi Titans era appena sopra il par del putrido.
È assolutamente fisiologico che un quarterback soffra il salto fra università e NFL e, come continuerò a ripetervi finché avrò le forze per portare avanti questo tentativo mal riuscito di sito, il contesto nel quale questo viene calato finisce per essere più determinante addirittura del suo talento.
Dodici mesi dopo Ward si presenta ai nastri di partenza al comando di un roster pieno di potenziale, se non addirittura intrigante. Per cominciare il suo go-to-guy non sarà più Calvin Ridley in fase calante ma Carnell Tate, il primo ricevitore selezionato all’ultimo draft, che sarà coadiuvato da Wan'Dale Robinson, slot receiver estremamente produttivo che può già vantare una certa familiarità con il sistema di gioco di Brian Daboll, lo stesso offensive coordinator che ha aiutato Josh Allen a trasformarsi nell’MVP Josh Allen. Poter contare su Tate, Robinson, Ridley, Ayomanor e Dike non è affatto male indipendentemente dagli anni d’esperienza sul curriculum.
Il gioco di corse resta alquanto sospetto, Pollard e Spears in due anni non hanno sicuramente fatto sfaceli, ma corrono alle spalle di una linea d’attacco che piano piano sta trovando la propria quadra.
Dal reparto difensivo non so nemmeno io cosa aspettarmi, a settembre potrebbero scendere in campo con almeno cinque titolari nuovi di zecca, quindi va da sé che sarà necessario tempo prima che questo inizi a produrre: con Robert Saleh a dirigere le operazioni ci sono ragionevoli probabilità che raggiungano un’apprezzabile funzionalità più prima che poi.
La D-line mi affascina assai in quanto a fianco del povero Jeffery Simmons troveremo Jermaine Johnson, John Franklin-Myers e il rookie selezionato al secondo round Keldrick Faulk: pure in questo caso le premesse per fare bene ci sono tutte.
Non potrà sicuramente essere il numero totale di vittorie ad attestare la bontà del loro prossimo campionato, tuttavia dopo due stagioni consecutive concluse a quota tre non trovo irrealistico aspettarsene almeno il doppio.
Ciò che più conta è che Ward ci renda testimoni di un netto miglioramento che giustifichi l’enorme investimento compiuto dal front office un anno e mezzo fa e che, per la prima volta dall’addio di Ryan Tannehill, Tennessee dia l’idea di seguire un progetto tecnico ben definito e coerente, non di vivacchiare anno per anno.
Pronostici?
No, con questa division non ci riesco, dopo l’imbarcata che ho preso con i Colts solamente l’anno scorso io ci rinuncio - soprattutto in luce della resurrezione tardo-autunnale degli stessi Jaguars che avevo dato per finiti: l’unica cosa di cui sono certo è che con uno Stroud un minimo funzionale Houston possa davvero arrivare fino in fondo.
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