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Massimoduetocchi · Jun 6, 2025

Piatto Unico (se gradito) #32

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Massimiliano Chirico · Massimoduetocchi

Con una mano sul petto e un pensiero di conforto per coloro che riescono ancora a guardare le partite di calcio in TV senza fare qualcos’altro nel mentre, vi do il benvenuto alla tanto vituperata trentaduesima puntata di Piatto Unico (se gradito), la newsletter in cui per sport parlo male di persone che non conosco e lo faccio con una confidenza che se fossimo nella stessa stanza non sarebbe perdonata. Io sono Massimiliano, ho trentadue anni e sono un grandissimo appassionato di lampadari. Adoro praticolarmente quelli coi cristalli pendenti, perché mi ricordano il vecchio salotto di mia nonna dove un potentissimo nonno Mimino, buonanima, nel pieno della sua salute e nella forma più prossima a Garp di One Piece, mi sferrò un pugno planetario sulla testa. Ero nascosto a gattoni accanto alla sua poltrona, lo spiavo che guardava Malena con Monica Bellucci e c’era una scena di tette, forse è stata la prima volta della mia vita in cui mi sono sentito attratto da un altro essere umano. Mi scappò un sospiro languido e a lui sfuggì dalle mani una sorta di martellata colossale.

Partiamo con una notizia importantissima per le sorti di questa newsletter: io e tantissime altre persone che conosco abbiamo comprato i biglietti per una delle due tappe milanesi di Bad Bunny, a luglio del 2026. Se ci sarete anche voi, vi prego, non fatemelo sapere, che già quel giorno dovrò fronteggiare questa specie di fobia dei posti pieni di gente, che a volte mi viene e altre volte mi lascia in pace. Da diversi mesi ho scoperto di essere perdutamente innamorato di BB, anche se fino a qualche anno fa lo avrei descritto come “Quel coglione che fa musica latino-americana buona per scopare il sabato sera a I Tre Santi, Grottaglie (TA)”.

Oggi, invece, conosco a memoria il suo vero nome, Benito Antonio Martínez Ocasio, così come dieci anni fa ho imparato che il nome di Oguchi Onyewu, brocchissimo difensore del Milan, era Oguchialu Chijioke Goma Lambu Onyewu. Come mi sono invaghito di Bad Bunny però, non l’ho capito nemmeno io. A maggio 2023 ho visto in diretta Backlash, un PPV della WWE che si è tenuto a Puerto Rico: il main event della serata è stato, per acclamazione popolare, Bad Bunny vs. Damian Priest, con regole speciali tipo mazze, bidoni e calci nelle tempie. Questo è stato l’ingresso di Bunny nell’arena.

Ogni volta che lo guardo mi viene la pelle d’oca, c’è proprio un’energia incredibile, una carica elettrostatica che parte assieme alla musica e in pochissimo tempo si porta appresso tutto il pubblico, propagandosi grazie alle urla e all’entusiasmo dei presenti.

Da quel giorno i ricordi si fanno confusi. C’entra sicuramente una piccolissima ma intensa vacanzina a Maglie, quando la nostra amica Elisa ha ospitato me e Ludovica per un paio di giorni. Una mattina siamo andati a fare un bagno a Otranto ed eravamo in quattro dentro a una panda tutta agguerrita, con le canzoni di Un verano sin ti allo stereo e gli ulivi-zombie ai lati della superstrada, che davano alla campagna un tocco tra il grigio e il rosa ma vai a capirlo veramente, tanto non li riconosco nemmeno i colori e comunque non ho ancora capito di che colore, di che forma, che cosa sia la Xylella. Siamo stati in spiaggia e abbiamo mangiato l’anguria, ci siamo sciacquati i piedi e poi siamo andati a fare una passeggiata, a bere una birra al tramonto solo per riscattare la serata del giorno prima, quando si è messo a diluviare mentre aspettavamo le fette di pane arrosto con il caciocavallo impiccato. Se avessi velleità da milionario, a raccontare ‘ste cacate diventerei ricco sfondato e invece niente, le lascio qui solo per paura di dimenticarmene.

C’entra, infine, anche l’ultimo album di Bad Bunny, DeBÍ TiRAR MáS FOToS, il più veloce album di un artista maschile a raggiungere un miliardo di ascolti su Spotify. Un lavoro che è tanto, tantissimo politico e identitario ma è anche il lamento di un uomo ferito a morte, che agonizza per una delusione d’amore che forse gli ha devastato la vita. Credo fortemente che non ci sia niente di più potente e ispiratore delle pene amorose e non penso sia completamente vero quando diciamo di non essere in grado di accorgerci di un momento felice. Non mi sembra questa la cosa peggiore, o comunque mi sembra meno grave degli standard che purtroppo fissiamo nella nostra vita, della certezza granitica che quel momento, così diretto e puro, non potrà più tornare indietro, che non saremo mai in grado di riprovare esattamente quella stessa emozione, di ricreare le medesime condizioni. È disarmante, perché significa che siamo condannati già in partenza, che nemmeno l’IA potrà aiutarci a replicare una cosa semplice come una emozione e quindi ci tocca non solo fare di tutto per afferrarla, ma anche cercare di non essere abbastanza distratti da non accorgercene. Eppure, nonostante tutto andiamo avanti. Questo è il bello del calcio. A capocchia.

Più guardo questa foto e più non mi sembra vero di aver visto realmente questo spettacolo.

Lo stabilimento ILVA di Taranto ha così tante linee narrative che pare più una roba della Marvel e non un’acciaieria con centinaia di morti nel palmarès. Ogni tanto riesco anche a dimenticare che Acciaierie d’Italia ha altri 4 stabilimenti attivi sul territorio nazionale, mi sembra impossibile che Paolo Villaggio sia stato realmente un dipendente del centro direzionale di Corigliano così come sono felice di non aver mai mandato un curriculum a una azienda dell’indotto ILVA, ma questo solo perché non le trovavo su internet, che dieci anni fa pur di avere un lavoro normale avrei fatto anche il killer.

Il multiverso che più adoro tra tutti è quello in cui lo stabilimento di Taranto viene finalmente chiuso, smettendo per sempre di avvelenare la gente e di annientare flora e fauna nel raggio di chilometri. A seguito della lieta notizia viene convocato il classico tavolo tecnico, che in questo caso assomiglia a quello dei film americani, con tanto di rappresentante degli indigeni locali vestito come se dovessero ammazzare un toro. La gente discute animatamente, l’incontro è scarsamente moderato e il capo indiano, che in questo caso rappresenta la minuscola tribù di San Marzano di San Giuseppe, pare piuttosto distratto. Tutti però si chiedono: ma che cazzo ce ne facciamo di una acciaiera dismessa che si estende per 15 chilometri quadrati? Tra i presenti si alza con vigore un uomo minuto, praticamente identico a Mario Bosco Comedy, che con piglio deciso fa:

E se realizzassimo una gigantesca riserva naturale?

Mario ma cosa dici, è impossibile mannaggia il brodino di carne che fa mia madre! È un’utopia bella e buona la tua, lo sanno tutti che l’area è ormai irrimediabilmente contaminata da diossine, metalli pesanti e idrocarburi. Forse non hai ricevuto la PEC in cui spiegavamo che un ipotetico intervento di bonifica sarebbe così profondo e costoso che, veramente Mario, anche la più assurda iperbole che puoi immaginare, tipo detonare l’intera area, sarebbe comunque inutile. Per capirci: la bonifica dello spazio vicino Bagnoli, a Napoli, dove sorgeva un altro impianto siderurgico ILVA, è iniziata vent’anni fa e ancora non ha prodotto un risultato concreto Mario, per la miseria svegliati però. Bonificare Taranto è come provare a scrostare un bagno pubblico con le dita e secondo il CNR ci sono punti dove il suolo è talmente saturo di IPA1 che scavare significherebbe solo spostare il veleno più in là. Quindi si, scherzavamo con la roba della detonazione inutile, per carità. Ma nemmeno troppo.

Mentre Mario Bosco Comedy provava ad avere ragione contro dodici uomini arrabbiati, io e Ludovica ci siamo concessi un weekend di vacanza ai laghi Nabi, vicino Castel Volturno, in un’oasi naturale che ospita una struttura ricettiva dedicata al benessere. Guidando verso casa non riuscivo a smettere di chiedermi se il modello dei laghi Nabi fosse eventualmente replicabile altrove. L’oasi in foto sorge dove prima vi era un complesso molto esteso di cave di sabbia per l’edilizia: l’attività estrattiva, durata per molti anni e in alcuni casi condotta anche illegalmente, ha alterato profondamente il territorio, lasciando enormi crateri e un paesaggio ormai irrecuperabile. Guarda, guarda, come nei racconti di Ciccio Cavallo quando dice che il quartiere Tamburi di Taranto prima era il polmone verde della città2.

Quando il settore delle costruzioni ha iniziato a prendere le prime sberle, le cave sono state abbandonate e fortunatamente la zona è stata riconvertita a discarica abusiva, Nel 2003 ci si è chiesti se forse non la stessimo facendo davvero troppo sporca e così è stato avviato finalmente il classico ambizioso progetto di bonifica, fatto di rimozione dei rifiuti, recupero ambientale e rinaturalizzazione. Su internet potete leggere anche riutilizzo delle strutture esistenti ma questo, ve lo spoilero, non è vero. Anche perché, come già detto sopra, come cazzo puoi riutilizzare gli opifici di una cava di sabbia per farne un centro benessere? La natura ci ha messo del suo: l’acqua piovana ha creato dei veri e propri laghi dove prima c’erano i crateri, un nuovo, scintillante ecosistema naturale si è insediato, portando fiori, piante, animali di tutti i tipi. Vita insomma. Mancava solo una piccola spintarella per completare l’opera e perché non costruirci un glamping, un termine terrificante che unisce glamour a camping.

A questo punto del racconto mi sono fermato per fare una sessione di showerelling, una pratica molto mia che unisce fare la doccia e ascoltare Sabaku su YouTube mentre gioca a Dark Souls.

Laghi Nabi è contemporaneamente il nome del resort e il nome della località, quindi chiamerò la zona solo laghi, così vi evito la fatica. Se non si conosce la storia delle cave di sabbia, dell’amianto e della bonifica, è impossibile capire che quelle strutture sofisticate con le lucine notturne e i vialetti incantati hanno trovato casa in un luogo dimenticato da dio. Villeggiare ai Laghi Nabi è letteralmente una roba da ricchi borghesi annoiati, una di quelle vacanze per le quali devi mettere da parte un po’ di soldini per tutto l’anno e vivere di stenti subito dopo, ma è oggettivamente un’esperienza incredibile: una specie di enorme villaggio turistico completamente dedicato al benessere e al relax, sovrastato dalla natura e progettato per suggestionare gli ospiti forzandoli a convivere con la flora e la fauna locali.

Vasche idromassaggio e piscine riscaldate che sprofondano tra canneti e boscaglia, mentre un sacco di animali diversi, alcuni persino umanoidi, se ne vanno per i cazzi loro indisturbati: papere nere col becco rosso che entrano a petto alto nella piscina dove una coppia too hot to handle si sussurra all’orecchio diciannove modi diversi di fare l’amore, mentre nutrie grosse come gatti sovrappeso si puliscono la coda accanto a una costosissima Jacuzzi, finendo inconsapevolmente nelle centinaia di foto scattate da sette ragazze intente a festeggiare una di loro che pare ormai prossima al matrimonio. Due sono le cose più incredibili di questo pianeta che è possibile vedere da vicino ai Laghi Nabi: una coppia di bellissimi cigni reali (Cygnus Olor) che tollerano con distacco la presenza degli esseri umani e fraccate di donne (Homo Sapiens) che sfoggiano un bisogno pazzo di scattarsi foto in tutti i posti possibili. Se non altro, le due specie condividono la necessità e il potere di avere sempre qualcuno appresso ammaliato dalla loro eleganza.

Il primo giorno è tutto nuovo, tutto così sorprendente e paillettato che è quasi impossibile chiedersi come sia stato possibile creare un ambiente dove coesistono così bene la natura, le specie animali e l’uomo. La risposta è che tutto ciò non sta accadendo: i villegianti sono piccoli generatori di rumore, fastidio e rifiuti ed è come una enorme partita a chi sporca di più ma in una riserva naturale ma nonostante tutto è stata probabilmente una delle migliori vacanze della mia vita, anche perché è durata poco e come dice sempre mio padre “La cosa più faticosa di tutte è no’ ‘ffa nu cazzo tuttu lu giurnu”. Non fatevi ingannare dalla mia inclinazione a parlare male di ogni cosa: mi sono rilassato tantissimo, il posto è spaziale e tutti i dipendenti sono gentili e pronti a fare di tutto pur di coccolarti, pur di creare le condizioni ideali affinchè tu possa lasciarti andare.

A partire dal secondo giorno però ho avvertito come se tutta la mia attenzione fosse a fare la sauna con altri pensieri. Eravamo in questa stanza bellissima, con le vetrate, mentre un tizio gentilissimo ci teneva impegnati in una seduta di meditazione mindfullness con campane tibetane: obbligato ad avere gli occhi chiusi, sono tornato a pensare ai bambini che inseguono le anatre per toccarle con forza, ai tizi che fanno aperitivo e allontanano le oche spingendole coi piedi, a quanto fosse ingiusto e sbagliato abusare di tutto quello che la natura ci stava offrendo in quel momento e mi sentivo come quando ti riempi il piatto ai buffet e poi lasci tutto ma nle frattempo una foce suadente mi chiedeva di rilassarmi, di distendere financo la pelle delle sopracciglia e di far cadere gli occhi all’interno del mio cranio ed è così, con le cavità orbitali ormai vuote, che mi sono scoperto protagonista inaspettato della millenaria guerra tra uomo e natura e anche se sentivo di tifare palesemente per quest’ultima, col cazzo avrei rinunciato alla mia muerti di Jacuzzi riscaldata e con vista sul lago.

Non lo so, è un controsenso con cui alla fine non sono riuscito a fare i conti. In camera avevamo anche alcune targhette con sopra scritto “Please, save the planet” e “There’s no planet B”, appese sui pomelli del lavandino e della doccia, ma forse avrei dovuto pensarci prima e capire fin dal sito web che non potevo farmi la vacanza a mollo nelle vasche a sfioro e lavarmi pure la coscienza. Almeno mi è rimasta addosso una esperienza indimenticabile, che ho avuto la fortuna di vivere con una persona che amo e che è stata costellata da tanti momenti bellissimi, anche se continuo ad avere l’impressione che quei momenti siano stati così speciali solo perché li abbiamo creati per gran parte noi, riuscendo a isolarci da un contesto estremamente sofisticato che prova a venderti un po’ di pace senza farti pensare alle centinaia di litri di acqua che stai sprecando per trenta minuti di relax, per una manciata di foto ricordo e per poter tornare alla scrivania dicendo ai colleghi “Eh si, minchia sto super riposato”.
Almeno ho scoperto che i cigni sono i miei nuovi animali preferiti.

Quanto mi sono infognato, maledizione.

Ogni tanto dimentico la maestosità della Basilica di San Nicola a Bari, un posto per il quale farei fino tre ore di fila per entrare se solo non ce l’avessi a dieci minuti a piedi dal mio ufficio. Il soffitto coi cassettoni dorati, il mosaico sul pavimento e poi mi manda ai matti questa cosa che una chiesa così imponente e millenaria ospita una zona riservata ai fedeli ortodossi. San Nicola è il ponte tra due mondi e la Basilica nicolaiana è uno dei pochissimi posti al mondo dove Oriente e Occidente non sono costretti a stringersi la mano con timore, facendo finta di sopportarsi, ma coesistono fino a condividere la stessa casa.

Domenica. Pranzetto in giro, trancio di focaccia a prezzo stracciato e poi spettro di una ipotetica passeggiatina sul lungomare che turba la digestione. San Nicola però alza la voce e chiama a se i fedeli: giriamo a sinistra anziché andare dritto e così posso concedermi il terzo o quarto giro nella Basilica da quando vivo a Bari. Ci ho messo un po’ a capirlo ma ora mi è abbastanza chiaro: soffro terribilmente il fascino delle chiese e in generale delle opere architetturali di epoche lontane. Probabilmente è solo quel processo di maturazione, che inizia con il fare da intellettuale che si sofferma coi capitelli e finisce con le foto delle chiese inviate sul gruppo famiglia e l’emoji con le mani giunte, ma oggi a me queste robe piacciono perché mi sembrano la cosa più vicina ai mondi fantasy di cui mi sono nutrito da piccolo. Questi richiami da incantatore di serpenti hanno ancora più effetto oggi, che nello zaino delle cose che hanno cambiato il mio modo di interpretare la realtà ci ho messo Dark Souls ormai da un anno. Se mi concentro riesco ancora a vedermi steso sul letto di casa in Via Isonzo, senza scrivania, che mi rotolavo come un pollo panato alla ricerca della posizione più comoda per giocare ma ormai pure la concentrazione è andata a farsi benedire e sono passato direttamente alla fase in cui sovrappongo scene di Dark Souls a quello che sto guardando, provocandomi un senso di rincoglionimento senza eguali.

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Questo perché Dark Souls Remastered è, a oggi, il secondo gioco più bello che ho giocato su Switch, come scoprirete quando finirò di scrivere QUOTA 100, la classifica integrale dei cento giochi che ho acquistato, giocato e in parte finito su Nintendo Switch, a partire da quando l’ho presa usata in quel famoso parcheggio della Lidl di Manduria, con Ludovica nelle vesti del mio scagnozzo, pronta ad appuntarsi la targa del tizio che me la stava vendendo, nel tentativo di placare la paura di essere scammato una seconda volta.
Ma non solo: sono così infognato con DS, a distanza di quasi un anno da quando l’ho finito, anche per colpa di Dark Souls, L’Anima Oscura, la playlist YouTube di Sabaku no Maiku dedicata al playthrough del gioco. L’ho vista tutta e ritengo che per passione e mezzi utilizzati sia una delle cose meglio fatte presenti oggi su YouTube Italia, almeno per quanto riguarda il gaming. L’Anima Oscura mi ha anche permesso di fare pace con ciò che penso su Michele Poggi, uno dei migliori *inserire qui il proprio termine preferito per descrivere chi fa un lavoro come il suo* a oggi, con una capacità straordinaria di saper raccontare e creare mondi e sovrastrutture in grado di amplificare a dismisura il potere di un’opera. Adesso posso dirlo: sono completamente innamorato di lui
#fineadv

In questo New Game + della Basilica ho scoperto perché San Nicola ha il volto scuro nelle statue che lo raffigurano: essendo vescovo di Myra, in Turchia, è stato spesso rappresentato con tratti mediorentali e quindi con la pelle più scura; inoltre, secondo gli studiosi, il volto del santo si è annerito anche per i fumi delle candele. Mulatto o meno, il culto di San Nicola è diventato ormai una specie di magnete nella mia vita e la storia della sua vita, il modo in cui ancora oggi la gente ricorda le sue gesta, mi sembrano uscite veramente da un’opera di Miyazaki3. Delle statue di San Nicola mi fa impazzire il suo equipaggiamento. Sta sempre tutto maxato, con robe incomprensibili tipo tre palle dorate in mano, aste, bastoni, sembra un veramente un incantatore uscito da un Soulslike e infatti una sera che stavo di buon umore mi sono messo a scrivere le descrizioni del suo equipaggiamento, tra cui spiccano:

  • Mitra della Benevolenza: copricapo divino di oro, tempestato di gemme sacre. Leggenda vuole che sia stato realizzato fondendo tutti i centesimi che i baresi buttano nel reliquiario, anziché metterli nella gigantesca cassetta delle donazioni. Aumenta del 10% il potere dei miracoli;

  • Veste del Vescovo di Myra: classica armatura leggera sacra, ricamata con fili d’oro e ornata da croci nere. Riduce i danni da magia e maledizione del 20% ma aumenta l’agro generato dai nemici, specie quelli di Leuca Profonda;

  • Bastone Pastorale di Myra: un lungo bastone d’argento sormontato da una croce. Ogni colpo infonde luce e giustizia. Tuttavia, nemmeno la sua luce fu abbastanza per fermare il Leone d’Occidente, Sir Leonardo Pavoletti, che con un colpo di testa scrisse il destino della città di Bari, rimandanone la gloria all’alba che ancora non viene;

  • Tre Sfere d’Oro del Redentore: tre sfere perfette, forgiate in oro immacolato che non si ossida mai. Nell’istante in cui la luce filtra attraverso i vetri della Basilica, illuminandole, il caos trova ordine, il tempo si sospende e un posto libero appare lungo Corso Vittorio Emanuele, privo di parcometri e maledizioni;

Adesso mi è venuta voglia di giocare a Elden Ring ricreando il personaggio di San Nicola ma prima dovrei comprare una PS5 e forse dovrei accettare quella famosa offerta che mi ha fatto mio fratello qualche mese fa4.

In Piatto Unico (se gradito) #31 ho tirato in ballo (senza il loro esplicito consenso) i pomeriggi passati con mio cugino a giocare con i suoi pupazzetti della WWE. Salutiamo anzitutto il cugino, che non sento da un po’ e non ho idea di cosa stia facendo: a detta di mia madre sta vivendo una vita molto simile alla mia ma pare abbia comprato casa. Una roba normalissima, per carità, ma mamma ne parla come se fosse l’obiettivo ultimo della vita, letteralmente il compimento finale dell’esistenza di ogni essere umano, creando lo scomodo paragone con me, che a quanto pare sono ancora alle missioni fesse iniziali in cui ti muovi a casaccio sulla mappa da gioco, raccogliendo oggetti e parlando con sconosciuti. Ed io con gli sconosciuti ci parlo davvero, questo lo rivendico però: ieri, al reparto gastronomia del Famila, c’era una nonnina tutta splafonata sul bancone, che raccontava ai presenti di essere stata in Piazza di Spagna per festeggiare il nuovo Papa. Tutti a farle i complimenti, ovviamente, a quell’età non deve essere stata una cosa facile. Prima di andarsene, si è girata verso di me, che veramente non avevo mosso un muscolo durante il suo racconto, anche perché stavo sentendo una roba nelle cuffie: mi ha fatto l’occhiolino e ha detto “Con lo spirito sono sempre ovunque.
Brava lei.

Ero tremendamente invidioso di mio cugino, di questo ring ufficiale e delle action figures, ufficiali pure loro. A ogni giocata mi sentivo come posseduto dall’istinto di tramortirlo e fregargli tutto, per alimentare quella fantasia che mi sussurrava quanto bello sarebbe stato avere quel ring sulla mia scrivania, quante storie avrei potuto inventare per passare le giornate. Non potendo ricorrere alla violenza, praticamente una costante nella mia vita, ho dovuto ripiegare sulla diplomazia, provando a sondare il terreno coi miei genitori per capire se fosse possibile avanzare ufficiale richiesta di acquisto. Il preventivo pareva abbastanza salato.

Ripensandoci, ritengo apprezzabile che i miei condividessero con me il costo di alcuni regali che chiedevo. Questa scelta, pianificata o meno, mi ha aiutato a capire che tipo di famiglia siamo, quale era il nostro posto, il nostro ruolo. Non valeva per tutti i regali, ovviamente, ma era più una cosa legata alle richieste estemporanee: prima c’era il canonico “Poi vediamo” e quando sparavo troppo alto me lo dicevano chiaramente. Finiva sempre che preferivo rinunciare anche al diritto di parola piuttosto che convivere con l’immagine dei miei genitori che tolgono qualcosa alla nostra famiglia per accontentarmi. Probabilmente per il ring e i pupazzi non c’è mai stato un reale problema di costo e forse volevano solo farmi capire che avevo iniziato le medie da un po’ e magari era giunto il momento di staccarmi dal mio concetto di gioco, dai pupazzi e dalle storie inventate. Vagli a spiegare i soldi spesi oggi per i LEGO senza comunque giocarci o il fatto che inventare delle storie è praticamente l’unica cosa che mi tiene ancora sveglio.

Antonio, sempre lui, aveva questo maledetto ring e assieme gli avevano comprato la possibilità di avere sempre l’ultima parola. Sceglieva sempre per primo il wrestler con cui giocare e poi faceva scegliere me da un gruppo ristretto dei restanti, filtrato per l’occasione. Il risultato erano match incredibili, come “L’ultimo, splendente John Cena contro Tajiri a cui manca una mano” oppure “Undertaker versione celebrativa di Wrestlemania contro Goku che però non ha la testa”. Per mettere a posto l’ennesima cosa del mio passato, ho pianificato due mosse: la prima è comprarmi una action figure per i fatti miei. Avevo trovato un bell’AJ Styles a una ventina di dollari, ma il sito che vende i personaggi più belli ha sede negli USA e mi ha voleva rifilare trenta euro di spedizione. Ci sto lavorando.

La seconda cosa è stata iniziare a seguire il canale YT di MyDamnToys, un espediente terapeutico dico io. In questi giorni, mentre salto tra un video e l’altro, ho iniziato a riflettere su come sarebbe la mia vita se abbracciassi completamente le mie passioni e che persona sarei se per colpa di mio padre non fossi estremamente parsimonioso. Questo ha una stanza intera occupata da mobili pieni di scale, tavoli e armi giocattolo; centinaia e centinaia di action figures di qualsiasi wrestler, ognuno in tantissime copie differenti, impilate su un mobile che occupa un lato intero. Praticamente è la versione adulta di quella che venticinque anni fa pensavo fosse l’essenza della vita: inventare storie con i pupazzi seduto alla mia scrivania mentre alla televisione fanno Power Rangers Lost in Galaxy su K2. Il proprietario del canale si chiama Brad. Ho provato a contattarlo alla sua mail, perché mi andava di intervistarlo, portando su Piatto Unico qualcosa di nuovo. Non mi ha risposto, sticazzi.

Dopo avervi esortati per mesi a scrivermi in qualsiasi modo, a chiedermi un parere su qualsiasi cosa solo perché ho bisogno di sentirmi ascoltato, ho ricevuto finalmente una domanda nei DM di Substack. L’utente si è firmato col nickname “Transistor” e mi scrive:

Ciao Massimiliano, un saluto dalla Puglia.
Seguendo la tua newsletter, non ho potuto fare a meno di notare che guardi un bel po’ di film. Come coniughi questa passione per il cinema con quella, altrettanto notevole, che hai per i videogiochi che, come è noto, sono molto time consuming?

Risponde Massimiliano, il nostro magnifico direttore:

Carissimo,
anzitutto ecco a te i miei più accorati complimenti per la scelta del nickname. Proprio qualche giorno fa ho finito Transistor sulla mia Switch e devo dirti che l’ho amato fortissimo, come si possono amare solo le cose passeggere e irrilevanti della nostra vita. Più ci giocavo e più mi accorgevo che era tutto al suo posto: l’ambientazione sci-fi post apocalittica è abbastanza credibile, le musiche sono tutte notevoli, la trama regge il colpo fino alla fine e poi questo mix tra action e strategico risulta estremamente stimolante, perché ti permette di trovare tantissime soluzioni diverse per ogni scenario. Bravo tu, ma bravo anche io ad averlo scelto.
Tornando a noi, permettimi di fare una piccola digressione, mettendo in mostra i muscoletti, perché tu mi parli solo di film ma devi sapere che dal primo gennaio di quest’anno ho giocato (e in alcuni casi continuo a giocare) a Balatro, a Pokèmon TCGP, a Golf Battle, a Lumberjack INC, a Tetris e a Kingshot su mobile, mentre altrove, principalmente su Switch, ho giocato a Fortnite, South of the Circle, Dicey Dungeon, SIFU, Art of Rally, Batora: Lost Heaven, Platform 8, Iconoclasts, Retro City Rampage DX, Steamworld Dig, Phoenix Wright: Justice for all, GTA Vice City, Dino Crisi, No More Heroes II: Desperate Struggle, Suika Games, Monster Hunter Rise, The Flame & The Flood, Exit 8 e lo stesso Transistor. Circa i film, le serie e gli anime, invece, ho visto Vincitori e Vinti, Kingsman, Jurassic Park, The Whale, Woman of the Hour, Il Monello, La donna che canta, Better Call Saul stagioni 4, 5 e 6, Il Sesto Senso, Invincible stagione 3, The Father, Casinò, One Piece: Egghead Saga, Ran, Gran Torino, Le conseguenze dell’amore, The Last of Us seconda stagione e adesso sto guardando la serie All or Nothing: Manchester City.

Mi chiedi come faccio a unire le cose e io ti rispondo che il mio segreto sta tutto nello spezzetare qualsiasi cosa! Non ho bisogno di vedere un film per intero e tutto in una sera per farmelo piacere: ogni film per me è una serie TV, ci metto una o a volte due settimane per finirne uno e questo non influisce minimamente su quanto mi piace o meno. Non ho bisogno di iniziare o finire un gioco alla volta ma piuttosto ne gioco due o tre tutti insieme e magari poi ne mollo uno perché gli altri mi piacciono di più o magari li mollo tutti perché sto leggendo un libro che mi ha preso particolarmente. Anche con la musica e con i podcast faccio lo stesso: li ascolto principalmente quando mi sposto in monopattino o quando sono in palestra oppure quando al lavoro faccio qualcosa di ripetitivo, che non richiede la mia completa attenzione. Spezzo tutto e questo non mi crea il minimo problema. È spezzato il mio sonno, perché mi sveglio per i fuochi d’artificio fuori dal carcere di Corso Giovanni Paolo II e perché Antonio digrigna i denti; è spezzato il mio lavoro, che consiste nel prendere, lasciare e riprendere tutte le attività che per darci un tono chiamiamo task. È spezzato l’amore che riesco a dare ai miei amici e alla mia famiglia, perché si ferma la domenica sera e riparte al venerdì successivo. Un modo come un altro per portare avanti tutto, un poco alla volta.

Espressione fuori di testa. Questo gatto è veramente scemo.

È questo è tutto, anzi, noi questi siamo. La verità è che forse viviamo, anzi parlo per me, vivo una vita così standardizzata, così incasellata in binari precisissimi, che poi è facile scoprirmi debole davanti a cose apparentemente insignificanti. Come stamattina, che su Bari si è abbattuto un temporale proprio mentre dovevo andare in ufficio e quindi ho dovuto fare la strada a piedi. Ho indossato l’impermeabile, ho preso il mio ombrello tutto sgarrupato che ho fregato alla mamma qualche anno fa, mi son messo le cuffie nelle orecchie e sono partito. Ha smesso di piovere esattamente quando sono arrivato al semaforo che mi separa dal portone dell’ufficio e nelle cuffie stava andando DtMF di Bad Bunny, proprio quando dice “Ya no estamo' pa' la movie' y las cadena', 'Tamos pa' las cosa' que valgan la pena”. Sembrava proprio una bella giornata.

1

Idrocarburi Policiclici Aromatici, noni li birre, scemi;

3

Hidetaka Miyazaki, quello di From Software, non quello degli anime, scemi;

4

Andrea, se mi stai leggendo, io col cazzo che accetto la tua offerta. Lo so che così ti vuoi scavallare perché non ci siamo fatti alcun regalo per il tuo matrimonio ma sappi che non cederò, la carne non è così debole e la mia proposta rimane ancora solida: dobbiamo andare a vedere un Gran Premio di Formula 1 insieme.

Read the original on massimoduetocchi.substack.com

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