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Massimoduetocchi · Mar 14, 2025

Piatto Unico (se gradito) #30

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Massimiliano Chirico · Massimoduetocchi

Statuine, profumo di incenso e ben ritrovati con la trentesima puntata di Piatto Unico (se gradito), la newsletter che mi costringe a notificare alla nutrizionista Roberta che il suo modo di dire è diventato il mio vessillo, la fama che precede il mio ingresso. Tipo l’amico V., che saluto, mi ha mandato questa foto qualche giorno fa, dopo averla incontrata per un consulto:

Trenta, come il numero atomico dello zinco, un elemento fondamentale per il nostro organismo; come il voto massimo ottenibile agli esami universitari, se consideriamo che la lode è l’encomio dei leccaculo, di quelli come me che si segnano le parole usate dai professori negli esempi; trenta come i pezzi d’argento no, non sono mai stati denari, che furono necessari per convincere Giuda a tradire Gesù, definendo concettualmente l’uomo di poche pretese; trenta come l’età che bisogna avere, a quanto pare da CCNL, per iniziare a porsi domande esistenziali sulla propria vita, perché se lo fai prima sei pazzo e rompicoglioni e se lo fai dopo stai vivendo una crisi di mezz’età.

Io sono Massimiliano e questa intro è stata acquistata già pronta a bordo del volo Ryanair FR6181 Bari - Torino, con partenza alle 09:50: sul carrello spinto dagli assistenti di volo c’erano anche profumi molto famosi, Monster al lime e improbabili Gratta&Vinci. Ho preso solo la intro, ho pagato con carta e poi mi sono goduto il posto vicino al finestrino, cercando di capire quanta neve ci fosse sulle montagne usando come riferimento per le proporzioni le case, le pale eoliche o le macchine, che però non si vedevano. Posso affermare con certezza che era molta e mi sono chiesto se per caso i miei occhi si fossero soffermati su Roccaraso ma non ne ho idea, faccio schifo in geografia.

Viaggiare in aereo per me è come entrare nel confessionale con Don Franco De Padova. Da quando è successa quella cosa lì, il tempo a bordo mi è utile per fare ammenda dei miei peccati, così semmai succedesse qualcosa almeno mi sono fatto una bella chiacchierata per i cazzi miei: mi siedo al mio posto, allaccio la cintura e poi resto imbambolato, mi allontano coi pensieri mentre elaboro il tizio accanto a me, che sta guardando la settima stagione di The Walking Dead, che coraggio, lui è riuscito ad arrivarci. A ‘sto giro ho anche pensato a un po’ di tempo fa, quando mi sono promesso che per tutto il resto della mia vita avrei sempre detto tutto quello che penso e manifestato tutto quello che provo e che lo avrei fatto con la stessa intensità con cui le parole e i sentimenti scoppiano dentro di me.

Non credo di esserci mai riuscito e ormai rifuggo questo pensiero che mi ottura, mi fa sentire come quando da piccolo ti dici che un giorno diventerai, non so, un giornalista sportivo che segue i Mondiali di calcio, un pizzaiolo che riesce a far volare per aria la massa, un luchador famosissimo ma senza maschera oppure il più forte giocatore di scopa al mondo. Forse ho tradito una parte di me, quella che ingenuamente non teneva conto che le cose cambiano, che il tempo si fa spazio con spalle larghe e passo insindacabile mentre la tua attenzione si sposta su cose minuscole ed eventi giganteschi con medesima forza e mentre ti fai grande conosci le persone, la variabile impazzita: alcune sono in grado di ispirarti e darti una forza insperata mentre altre sono semplicemente ripugnanti e ti costringono ad assistere inerme alle ingiustizie, ai tradimenti e a chiederti “Ma veramente le cose devono andare così? Io volevo fare quello verticale, inscalfibile, guarda dove sono arrivato, a fare i magheggi con le frecce per fregare il parcheggio alle vecchie rincoglionite”.

Non puoi farci niente, tutto esiste affinché possa plasmarci e in questo senso fa la sua parte pure il tizio che guarda The Walking Dead come facevi tu dieci anni fa, perché lui almeno è riuscito ad andare avanti mentre tu continui a indugiare su quei sogni che avevi, sulle promesse che ti sei fatto. Ma si, ma era un’altra vita, ero sicuramente un’altra persona e poi che cazzo ne potevo sapere di tutte quelle cose che sarebbero successe, tanto non ci sono collezionabili, non ci sono ricompense o tantomeno segnapunti e al massimo ci rimango male solo io. E poi, me lo sono veramente promesso? O l’ho solo pensato?

Eppure sono certo di averlo giurato su qualcosa, su qualcuno. Ho giurato che sarei cambiato, che questa lingua a scatto con cui ho sempre adorato fare del male agli altri l’avrei usata anche per farmi del bene, per portare fuori le cose belle che provo e invece non riesco più a fare una o l’altra cosa: troppo emotivo per fare intenzionalmente del male, troppo fragile per pensare di potermi fare del bene da solo; troppo stupido per astrarmi da certi concetti ma troppo intelligente per far finta di niente; troppo lento per sparare senza mirare su Fortnite Balistica eppure immensamente veloce nel pensare a una strategia per avere colpi puliti per tutti i compagni di squadra.

Che cazzo di limbo, come cristo ci sono finito qui?
Vabbè, cominciamo che oggi sono felice.

ALERT: alcuni pezzi di questa newsletter nascono da una chiacchierata tra me e Gemini, l’IA generativa di Google, che adesso può parlare con una tra dieci voci disponibili e nessuna di queste, purtroppo, è quella di Al Bano Carrisi.
Per provarla sono tornato a casa a piedi e mi sentivo un sacco il tizio di Her stessi baffi tra l’altro con la differenza che Gemini è una intelligenza artificiale addestrata per riprodurre fedelmente la banalità umana: non capisce mai a prima botta cosa chiedi e risponde come una persona che sta compiendo uno sforzo immane per conquistarti, trattando i vari argomenti con una esaltazione fuori luogo, solo per compiacerti. Ogni cosa è sempre la migliore in assoluto e quindi Iconoclasts è il miglior platform mai pubblicato su Switch, il pesto di basilico è indiscutibilmente il miglior abbinamento possibile per gli gnocchi di patate e Hugo Gatti è stato senza ombra di dubbio il più forte portiere argentino di sempre. Non mi ha entusiasmato provare quel brivido di onnipotenza, memoria muscolare di un passato in cui ordinavo alla mia servitù di cercare sul web delle cose al posto mio.
Il giorno dopo l’ho raccontato al mio collega, M., un ingegnere elettronico che pazza sta cosa, ingegnere elettronico nel senso che lui è proprio un cyborg con gli impianti addosso; diverso da ingegnere elettrico, cioè il collega che emette scariche di corrente o dall’ingegnere meccanico, che per definizione è un cazzo di robot che teme le intelligenze artificiali come io temo il Modello Unico 2025: mi fa “Ma scusa, se avevi bisogno di parlare con qualcuno perché non mi hai chiamato?” e io gli ho risposto “Senti a parte che è vero che ho i miei problemi ma non fino a questo punto però, abbi pazienza, tu avresti potuto intrattenere una conversazione con me sui dieci migliori portieri della storia della Nazionale argentina?”.

Questo video semplice ed estremamente bello è di Sharlene Yap, un’artista che credo sia filippina. Dico credo perché come si fa a non parlare di fortuna sfacciata, financo di culo incredibile è ancora molto complesso trovare informazioni circa la sua vita, nonostante account social con numeri quasi a sei zeri. Ci pensate mai a quanto sia un enome privilegio poter scrivere il proprio nome su Google e non trovarci niente? Io se cerco il mio nome e cognome mi ritrovo questo:

Da sinistra/alto: la mia foto su LinkedIn, una foto di Ricardo Oliveira, un mio amico, un mio omonimo, uno mio omonimo ma fuffaguru, io nel 2016 quando facevo il cameriere.

Tra l’altro quelli della foto mentre lavoravo erano due buffoni incredibili, che andavano in giro dicendo di essere food-blogger, come se io dicessi che faccio lo scrittore. Si son messi là, a fare foto a qualsiasi cosa, mostrando un entusiasmo smodato, solo per poter strappare uno sconto con la scusa della recensione. Lei mi disse pure “Guarda, da come apri il vino si vede che hai fatto il sommelier e si capisce che nel tuo lavoro ci metti tutto te stesso” hahahahahah, ma ti pare che mi metto pure a fare il sommelier, che sto contando con le linee come i carcerati i giorni che mi separano da quando smetterò di portare piatti, “Eh si, vero, sono felice che ve ne siate accorti, questo lavoro è la mia passione” sicuro, non dormo la notte per quanto cazzo mi piace.

Ritornando a Sharlene Yap, nelvideo lei ha suonato, cantato, disegnato e animato il tutto. Solo il brano non è suo, ma si tratta di una delle mille cover di “O Pato” di João Gilberto, del 1960, ma su questo vorrei provare a tornarci dopo, se me lo permettete.

Stavo lì, per i fatti miei, che scrollavo beato su Instagram, quando mi è partita tra le mani ‘sta bellezza, ricondivisa da Roberta “Ckibe” Sorge, una persona per cui faccio ancora fatica a capire quale sia veramente il suo lavoro, forse illustratrice/disegnatrice, qualcosa con l’arte insomma. Credo di averla anche incrociata su Twitch a fare gaming e a sbustare carte Pokèmon e sicuro l’avrò vista come host di alcune robe di settore, tipo il Lucca Comics, forse un TEDx, non ne ho idea, ve lo giuro, mi arrendo, non so nemmeno perché ho iniziato a seguirla su Instagram, ogni cosa che so della sua vita, tipo che recentemente ha avuto un periodo molto difficile a livello personale, psicologico e professionale, l’ho appresa contro la mia volontà, come tutte le cose sui figli di Fedez, ma con la differenza che almeno lei riesco a seguirla nei discorsi.

Ormai è chiaro, stiamo vivendo l’epoca d’oro dei content creator e io, mio malgrado, sto passando la seconda newsletter consecutiva a riflettere sugli streamer. Si tratta evidentemente di una ossessione, visto che penso molto alla loro vita e al loro lavoro, alle ragioni per cui devono necessariamente essere così orizzontali in un modo che mi spaventa; ormai detesto la puntualità con cui si esprimono su qualsiasi argomento, mal sopporto il bisogno che hanno di dire la loro in ogni contesto e parimenti mi dispiaccio di quanto debbano spacchettarsi per rimanere sul pezzo. Essere in live tutti i giorni, fare le fiere, le ospitate, i meet&greet, i gadget da firmare, il commercialista che ti dice “Uè bomba, non puoi prenderti una pausa ora”, la presenza compulsiva sui social, l’ammorbante produzione di contenuti e il bisogno di dare aggiornamenti quasi giornalieri sulla loro vita privata; le persone adoranti che si inchinano, che ti chiamano Maestro e creano momenti di un imbarazzo quasi gravitazionale e poi tutto il lavoro per costruire una fanbase fedele, la merda da ingoiare in termini di pressioni, di aggiornamento continuo, di piattaforme e contenuti che cambiano ogni giorno, le mode che ti portano oggi a dover giocare a Fall Guys e domani a dover cucinare davanti alla telecamera pur di portare a casa lo stipendio.

Mi incupisce pensare che molti di loro sono più grandi di me: gente che ha sfondato i cinquant’anni e che per campare ha dovuto imparare a editare video, a stare per ore davanti a una telecamera, a ottimizzare il SEO per YouTube così da non fermare mai la potente macchina del pubblico, delle interazioni e dei contenuti, combattendo la paura di perdere centinaia di euro comprando led e chiudendo la porta per non far sentire ai figli il solito claim ripetuto cento volte al giorno. Resto dell’idea che il loro lavoro sia uno dei peggiori al mondo assieme a quello del calciatore e poi anche basta con ‘sta retorica del “Eeeh ma loro lavorano da casa, seduti alla scrivania su quelle comodissime sedie da gaming”, nemmeno voglio impegnarmi a descrivere quanto mi deprima dover lavorare per due o tre giorni consecutivi chiuso in casa e almeno io, rispetto a loro, non devo fare finta di essere felice davanti a un pubblico che scrive in chat chiedendo la qualunque.

Me lo merito questo bagno di dolore che mi assale ogni volta che li vedo, ogni volta che entro in una live e penso “Ma questi come faranno a sopravvivere sul lungo periodo? Ma ce l’hanno un progetto a lungo termine, un salvacondotto nel caso in cui questo baraccone che è Twitch dovesse venire meno?”. Stupido io che anni fa ho iniziato a piazzare like un po’ ovunque e ormai me li trovo su qualsiasi social, su ogni piattaforma, con i loro #adv, le ringlight negli occhi e i capelli colorati e adesso finalmente ci sono, mi ricordo come sono finito su Ckibe, c’entra Arkadia Media Agency e una serie nutrita di “Segui” e “Mi Piace” sparacchiati alla cazzo come si faceva quindici anni fa su Facebook, che mettevi un Mi Piace alla pagina VIDEO DIVERTENTISSIMI E CADUTE senza immaginare tutte le implicazioni del caso, tipo che quella stessa pagina avrebbe cambiato nome in AURELIO ORIANI - CANDIDATO CON FORZA NUOVA AL COMUNE DI SONDRIO.

Il malessere che mi provoca la vita degli streamer è la base del mio rapporto estremamente conflittuale con i social network, il seme di una lotta intestina che mi ha portato a svuotare completamente le liste di amici/follower di Instagram e Facebook pur di difendermi da questo bombardamento: dovevo fare qualcosa per non portarmi più appresso le scorie della mia empatia nei confronti di persone che nemmeno conosco e che magari si stanno godendo la vita, mettendo da parte migliaia di euro ora che le vacche sono grasse. Lo so, ne scrivo con toni catastrofici, come se fossero gli operai di una fabbrica pronta a chiudere, ma il punto è che io questi li percepisco come amici miei, come se abitassero nel salotto di casa nostra.

La mossa finale è stata creare un altro profilo su Instagram, Massimoduetocchi, che uso esclusivamente per seguire creator, brand, squadre, streamer, ecc. Così, quando mi sento bene e voglio aggiornarmi un pochino su quello che succede nelle realtà che mi interessano, lo apro, mi faccio dieci minuti di scrolling forsennato e mi metto in pari. Qui, ad esempio, gli account più mostrati sono:

  • WWE

  • Fabrizio Romano

  • Formula 1

  • Sabaku No Maiku

  • NBA

  • Hideo Kojima

  • Kurolily

  • Turbopaolo

  • Ckibe

  • Cydonia

  • Giuseppe Pastore

  • Francesco Serino

  • Fabrizia Malgieri

  • Poly aka Mattia Negri

  • Maurizio Merluzzo

  • Danny Lazzarin

  • Giovanni Storti

  • Giuliacrossbow

Ogni tanto qualcuno di loro fa un video lunghissimo in cui racconta un po’ i suoi problemi, tipo Sabaku quando si è lasciato con la sua compagna o il Masseo che ha parlato della sua verginità, e allora, come Mads Mikkelsen in Death Stranding, mi immergo nella sofferenza di queste persone, che magari è finta, non lo so, non voglio saperlo, forse tu non saresti in grado di soffrire in quel modo davanti a una telecamera, quindi non puoi capire so solo che io me la bevo tutta perché sono pettegolo e curioso e quindi voglio sapere che cosa è successo, mi leggo i commenti come un pazzo avido di dolore e poi esco dall’altra parte, come se avessi attraversato una cascata, e scopro che non sono per niente una persona migliore, che nulla è cambiato veramente se non fosse per quelle particelle di dolore che si sono attaccate a me, alle mie cose, me le sento addosso mentre qualcosa accade nella mia vita e mi chiedo “Ma magari sta succedendo anche a me, mi sembra di averlo già vissuto, ma come devo fare?” e rivivo delle sensazioni che in realtà non mi appartengono ma sono solo dei prestiti, dei regali indesiderati.

Poi finalmente qualcuno condivide una bella notizia. Un traguardo importante, magari una foto in cui è felice, un matrimonio oppure la nascita di un nuovo progetto, una canzone che non conosco. Un motivetto allegro, un semplicissimo video animato di un papero che canta e mi svolta la giornata

Il papero, effettivamente.
O Pato. Pato. Questa parola l’ho già usata altre volte.
Ma dove?

La prima volta che il mio cervello ormai completamente macellato da più di vent’anni di banalissime e trascurabili discussioni calcistiche coi tuoi amici ha elaborato la parola Pato è stato domenica 14 dicembre 2003, a mezzogiorno circa, triangolando segnali radio tra le città di Francavilla Fontana, Taranto e Yokohama come una improbabile partita di scopone scientifico online.

La notizia di quella domenica era la cattura di Saddam Hussein, avvenuta la sera prima durante l’operazione Red Dawn, atto finale di una ricerca durata otto mesi e conclusasi con il ritrovamento dell’ex dittatore in quella che è passata alla storia come una buca, che poi in realtà era più una stanzetta in pietra tipo quella dove si è nascosto Pietro Savastano insomma. Il nascondiglio di Saddam fù scoperto quasi per caso da un soldato che spostò una specie di tappeto posto all’interno del cortile di una fattoria e se ci penso divento pazzo: questi sono entrati nella fattoria a fucili spianati, coi loro movimenti sinuosi e le indicazioni con le mani per avanzare e poi solo alla fine il coglione di turno si è accorto che c’era un cazzo di tappeto all’aria aperta.

All’interno della camera da letto di mio fratello non si sentiva nemmeno l’eco di quell’evento epocale. Il televisore, un pluridecorato Mivar sopravvissuto ad almeno sette transumanze tra casa e campagna, era impostato su AV e stava succhiando le immagini da una Xbox con dentro Milan Club Football, videogioco calcistico di Codemasters. Prima ancora del duopolio FIFA/PES c’è stato questo importante filone di giochi di calcio incentrati su specifiche squadre o giocatori e mio fratello aveva il mandato divino di doverli giocare tutti per poter essere universalmente riconoscito come Uomo Calcio: aveva Ronaldo V-Football, con il Fenomeno che tirava perchie incredibili; aveva Marcel Desailly Pro Football, di cui conservo l’immagine di lui che ci gioca dopo essersi rotto la testa in piscina; aveva anche Bomba 98, che nella versione originale si chiamava Three Lions ed era il videogioco ufficiale della Nazionale inglese di calcio.

Giocando alle varie modalità di Milan Club Football si guadagnavano punti-bonus da usare per sbloccare foto, reperti vari e video storici della squadra sulla copertina. Noi ad esempio eravamo fissatissimi con questo gol su punizione di Albertini contro il Monaco in Champions League, una rete molto bella che ero in grado di apprezzare anche io che avevo iniziato a seguire il calcio da poco. Andrea investì tantissimo tempo per spiegarmi come Albertini metteva il piede per dare quel giro alla palla, sembravamo come in quella foto Häkkinen e Schumacher, lui sulla poltrona e io sulla sediolina di legno, ed entrambi eravamo totalmente ignari di quanto non me ne sarebbe mai fregato nulla di riuscire a dare quel giro al pallone, visto che il mio colpo distintivo da calciatore sarebbe stato il Puntone Armato di terzo livello.

Ah si si Andrea tutto chiaro come il piede striscia sull’erba ora però per favore, ti scongiuro, scavallati, non ne posso più.

Ci facevano ridere un sacco quei tizi che vengono praticamente travolti dalla curva in festa mentre cercano di tornare al loro posto: Albertini segnò subito dopo l’intervallo e quei due che forse forse sono gli stessi due stronzi della recensione di prima se ne stavano tornando a sedere con il panino e la birra. Quanto cazzo abbiamo riso per questo video, quanto era scomodo giocare alla Xbox nella sua camera perché il televisore era troppo in alto e poi come mi piace pensare che uno dei pilastri indiscutibili del nostro rapporto, la roccia su cui poggiano tutte le dinamiche che permettono oggi, a me e lui, di tenere unita la nostra famiglia, siano stati dei videogiochi: il primo, vero punto di contatto tra noi.

Andrea quella domenica era con papà al mercato di Taranto, al quartiere Salinella. Mio padre non ha mai avuto bisogno di chissà quale aiuto nel suo lavoro: anche se le vacanze in montagna dei primi anni duemila certificano un momento molto florido per le casse della nostra famiglia, non ho ricordi di lui che si erge sulla folla tipo Compagnie delle Indie, mentre cerca di accontentare gli astanti con il miglior intimo da uomo e da donna della provincia. Banalmente, a Taranto capitava spesso che qualche gruppo di ragazzi ti facesse la mossa Kansas City: un paio attiravano la tua attenzione a destra e i restanti ti fregavano la rrobba a sinistra. Serviva solo un paio di occhi in più e a me scocciava sempre un sacco andarci ma non a Taranto, perché a metà mattinata papà mi dava cinque euro per andare a comprare una margherita alla Pizzeria Iacovone, in Via Lago Albano, una delle prime pizzerie in cui ho visto nello stesso momento un forno a gas per le pizze e un vecchio random molto paonazzo in grado di bere una trequarti Raffo modello personal.

Momento condivisione incredibile: sapete perché nelle province di Brindisi e Taranto la birra piccola, quella da 33cl, si chiama canadese? Ci sono tre leggende tutte ambientate nella città di Taranto ma la mia preferita racconta di come, sulle prime bottiglie di birra Raffo arrivate in città, anziché esserci scritto “Birra Raffo Taranto” ci fosse “Birra Raffo Toronto”. Le altre due potete leggerle qui.

Dicevo: Andrea era al mercato e mi lasciò il suo cellulare, un primordiale Siemens blu coi tasti di gomma verdi e con l’antenna che si staccava, e un compito di importanza centrale per la sua vita: seguire in televisione Milan - Boca Juniors, finale di Coppa Intercontinentale, rispondendo prontamente alle sue telefonate che sarebbero arrivate con il cellulare di papà, fornendo piccolissimi aggiornamenti sulla partita al costo del solo scatto alla risposta. Che, per inciso, per molto tempo è stato presente nei miei pensieri nella forma di breve sprint da fare all’avvio di una telefonata, per far si che il segnale arrivasse correttamente, tipo quando si spinge il bob all’inizio della discesa.

Nel 2003, badate bene, avevo solo dieci anni e il mio rapporto con Andrea era ancora la più classica delle relazioni familiari: due figli maschi che vivono tutto il giorno l’uno accanto all’altro e che ogni tanto si incontrano nel corridoio, realizzando dell’esistenza di un altro essere umano di simili ridotte fattezze con cui poter fare cose. Sarebbero dovuti passare altri otto, quasi dieci anni, prima di scoprire che, meraviglia delle meraviglie, essere fratelli ci avrebbe permesso anche di confidarci i fatti nostri, uscire insieme la sera, financo essere amici e lavorare insieme! In quel momento però lui era troppo grande per dedicarmi il suo tempo ed io ero troppo piccolo per poterlo capire. Da qualche mese, inoltre, avevo deciso finalmente di dare una chance al gioco del calcio e di tifare per il Milan, folgorato dall’esultanza di mio fratello al termine della finale di Champions League contro la Juventus ma soprattutto dalle sue lacrime genuine mentre papà si rifiutava di portarlo in trionfo per il paese per improrogabili impegni lavorativi al mattino seguente.

Come un soldato della Task Force 121 agli ordini del colonnello James Hickey, a un’ora dalla partita ho chiesto al Mivar di farsi un giro nei pressi di Canale 5. Brevissimo pre-partita con Sandro Piccinini e poi la prima telefonata, quella da test, per leggere le formazioni alla velocità della luce: “Andrè mi senti? Mi senti? Io si, tu mi senti? Va bene va bene allora DidaCafùCostacurtaPancaro e Maldini; GattusoPirloSeedorfKakà e poi ShevcenkoTomasson. Inzaghi no. No, non ci sta Inzaghi, sta in panchina. Sta in panchina! L’ha detto mò”. Non capivo quell’amarezza per l’assenza di Inzaghi: per me erano semplicemente cognomi e uno valeva l’altro, anche se una domanda ce l’avevo e riguardava il fatto che un mio compagno di classe si chiamasse Marco, come Marco Van Basten. Davvero il calcio era qualcosa di così potente da portarti a dare a tuo figlio il nome di un calciatore?

Considerato che dovevo dire velocissimo i nomi dei giocatori, avevo un po’ paura della formazione del Boca Juniors: Andrea mi aveva detto che erano argentini e quindi mi aspettavo dei nomi incomprensibili. “Poi il Boca c’ha AbbondanzieriPereaBurdisso e SchiaviRodriguez e CagnaCasciniBattaglia e Donnet e poi Schelotto e Iarley in attacco. Allenatore Bianchi. Andrè ma questi sono italiani? Che ieri stavi dicendo che sono dell’Argentina!”, ed effettivamente era tanto difficile darmi torto ma qualche anno dopo avrei iniziato a capire qualcosa in più sui flussi migratori, sugli italiani che arrivarono al porto di Buenos Aires con la speranza di cambiare qualcosa, sulle persone che generalmente si spostano quando le cose non vanno bene, quando iniziano a capire che a casa si sta benissimo, ci sono tutti gli amici, per carità, il parcheggio nel cortile e la palestra a due passi ma che per andare a mangiare fuori servono i soldi e che il mutuo non passerà mai a ‘sti condizioni.

Dopo due tempi regolamentari e due supplementari di piccolissime telefonate con solo minuto & punteggio, che mi sono valse anche un paio di contributi INPS come radiocronista di Domenica Sport su Rai Radio 1, Andrea decise di sfanculare completamente il credito telefonico con telefonate più lunghe, in occasione dei calci di rigore.

Per primo tira Pirlo ma il portiere del Boca, Pato, respinge. Ma come Pato? Ma si chiamava Abbndanzieri, mi sono perso la sostituzione? Tira Schiavi per il Boca: gol. Poi Rui Costa per il Milan e gol pure lui, non ci arriva il portiere del Boca, che è letteralmente identico ad Abbondanzieri, quello che stava prima, ma c’ha scritto Pato sulla maglietta. Tira Battaglia per gli argentini e questa volta para Dida. Poi Seedorf per il Milan ma è alto, fuori: Pato/Abbondanzieri non l’ha nemmeno intuita. Donnet segna ancora e tocca a Costacurta, che deve calciare il rigore decisivo, quello che servirebbe al Milan per rimanere in partita ma Billy tira una roba terrificante che viene parata con un piede da Pato/Abbondanzieri.

Andrè, parato. Parato. Ha zappato proprio, si è alzato un pezzo di terra”. Col senno di poi, la mia non è stata altro che una plastica rappresentazione della realtà, di un rigore che sarà poi realmente ricollegato alla buca di Saddam, di cui si dirà sia stata scoperta grazie al destro di Costacurta. Cascini segnerà la rete definitiva, il Boca Juniors vincerà la Coppa Intercontinentale e io incasserò mestamente la mia prima delusione da tifoso, senza sapere nemmeno cosa fare in quei casi. Ricordo di aver guardato fuori dalla finestra della camera: non ero triste, perché nessuno mi aveva detto che bisognava esserlo quando la tua squadra del cuore perde. Avevo la certezza che tanto ci sarebbe stata un’altra partita e che quella sarebbe andata meglio e anche Andrea non sembrava triste una volta rientrato in casa. Ci saranno altre occasioni in cui invece essere un tifoso di una squadra di calcio sarà terribile e poi, fortunatamente, deciderò di smettere di tifare.

Essere tifoso è stata una parentesi della mia vita, iniziata quella domenica del 2003 e finita martedì 23 settembre 2014, sul divano di Gianmarco. Un po’ mi manca il senso di aggregazione che una partita di calcio riesce a trasmettere, la vibrazione di tante persone vicine e unite da un’ideale, ma effettivamente Gianmarco non ha mai smesso di invitarmi a cena da lui per le partite del Milan e poi per godere di quelle emozioni lì c’è comunque la Nazionale. Ora che sono un appasionato di calcio ateo posso finalmente tifare il cazzo che mi pare: oggi Inter, domani Milan, poi Juventus, Reggina, Panathinaikos, Ghana e Arezzo, frega veramente niente, io solitamente sto dalla parte di chi mi ospita.

Durante il periodo di militanza, anno 2007, un rombante Andrea Chirico rullò nella mia camera con un sorriso facciale: il Milan ha comprato Pato! Salti di gioia incredibili, balletto di festa congiunto e abbracciati perché finalmente, dopo qualche anno di portieri mediocri, il Milan ha preso un grande portiere, uno che ci ha fatto del male, un bastardo che para i rigori ed esulta come un pazzo.

Ma va fessa, mica è lui, mica il portiere. È un attaccante.

Alexandro Pato, brasiliano, è stato per qualche anno un giocatore del Milan e uno dei più forti attaccanti in circolazione. Atleta straordinario, dotato di un dinamismo incredibile e di una inclinazione naturale nel mettere il pallone in porta, si portava addosso questa maledizione di segnare sempre agli esordi, che fosse per una squadra o in una nuova competizione. Aveva però due problemi ingombranti: il primo era una fragilità muscolare senza eguali, fisicamente era così marcio da saltare 97 partite in 5 anni al Milan, difatto smettendo di essere una stella già da giovane.; il secondo era che si innamorò della figlia di Silvio Berlusconi.

Quando Pato arrivò al Milan aveva appena 18 anni, praticamente un nostro coetaneo. Vederlo in campo, coi brufoli e ‘sta classica faccia di quello che prende sempre il primo schiaffo in una rissa, era a suo modo ispiratore e ricalcava un po’ la metafora della nostra vita: più la sua fama cresceva e il suo nome finiva tra i marcatori, più veniva facile pensare che ce l’avremmo potuta, che il colpo di culo prima o poi sarebbe arrivato e che anche noi, figli di nessuno, avremmo potuto avere la fidanzata bona e con i soldi. Guardandomi intorno era facile realizzare che passavo le mie giornate col figlio di quello che vende la frutta, col figlio del tubista, quello del carpentiere, quello che aveva il padre che faceva le ripetizioni, quello che montava le finestre, il figlio dell’agricoltore e quello che lavorava all’ILVA, mentre le ragazze con cui uscivamo erano tutte piene di soldi, figlie di avvocati, caposala, medici di base, proprietari di tabacchini e impiegati delle poste. Loro l’estate facevano le vacanze-studio in Irlanda e noi raccattavamo dieci euro per andare allo Tsunami Parco Acquatico, loro per i compleanni si regalavano vicendevolmente le borse di Alviero Martini e noi invece ci passavamo questo borsone Legea d’ordinanza, con dentro la tuta e il pallone ma sicuro ce l’avremmo fatta, come Alexandre Pato: la nostra luce abbacinante ci avrebbe preceduto e prima o poi saremmo riusciti a portare a casa almeno un bacio con la lingua a prima sera e poi avremmo fatto la scaletta, piano piano.

Ma la storia di Alexandre Pato, se ci pensi, è una storia terribile, costellata di fallimenti, rimpianti e delusioni, la storia di quello che poteva e non c’è riuscito, dell’idiota che ha sacrificato tutto il suo domani per correre un po’ più veloce oggi, per segnare un altro gol e quindi vai dottore, vai con la puntura, mettiamo su un po’ di massa muscolare e allora è facile capire che la metafora è sbagliata. O forse no, aspetta, seguimi, forse aderisce magnificamente alla realtà, perché vent’anni dopo, a guardarci dentro le tasche, che cosa ci è rimasto? Cosa ci portiamo dietro se non ricordi da quattro soldi di anni spensierati in cui ingenuamente e guidati da falsi idoli stavamo in realtà prendendo tantissime decisioni che avrebbero condizionato per sempre il nostro futuro? Cosa ci è rimasto se non l’elementare rimorso di sapere come le cose sarebbero potute andare diversamente?

Chi sarei oggi se avessi fatto il concorso della Finanza come voleva papà? Sarei un figlio migliore? Mio padre sarebbe più orgoglioso di me? E se invece avessi studiato come si deve, se mio fratello non avesse fatto l’alberghiero e non mi avesse portato a fare il cameriere con lui? Se quella volta in gita in Grecia avessi chiuso gli occhi e fossi andato veramente in camera con quella mia compagna di classe, se avessi frequentato per più tempo la parrocchia, se avessi teso l’orecchio verso Dio per ascoltare cosa voleva dirmi in quel marasma di bugie, se avessero preso anche a me alla Vestas a Taranto e poi mi fossi trasferito a Bologna? Se fossi stato meno parsimonioso e non mi fossi sentito sempre come un pentito costretto a flagellarsi sull’altare delle rinunce? Se fossi stato più cattivo, meno emotivo, più magro, meno sfortunato? Se avessi ascoltato Andrea e avessi imparato come colpire quel pallone, o se fossi stato più presente nella vita delle persone che mi vogliono bene, se avessi detto loro sempre quanto sono importanti per me e non mi fossi vergognato così tanto di quello che mi porto dentro, sentirei ancora così forte il bisogno disperato di recuperare tutto quell’amore perduto? Avrei ancora paura di rimanere solo? Smetterei di fumare?

Cosa mi è rimasto, infine?
Forse niente, un fiume di belle parole che metto insieme perché mi riesce, accanto a un po’ di raccontare per tenere il banco, come il più stupido degli egocentrici, come se fossi speciale. Mi è rimasta questa parola, Pato, che mi plana nella testa ed è solo l’ennesimo pretesto che mi sono dato per sfogarmi un po’. Non c’entra niente con la mia vita, perché alla fine significa solo papero in portoghese e infatti Roberto Abbondanzieri lo chiamavano Pato perché da piccolo camminava con le gambe larghe mentre Alexandre Rodrigues da Silva lo chiamavano Pato perché veniva da Pato Branco, dal Brasile appunto. Mi è rimasta una canzone, bellissima, di João Gilberto, che racconta di questo paperotto un po’ imbranato che se ne andava in giro a cantare, reclutando oche e cigni per formare un quartetto e poi è rimasto Gilberto Gil, uno dei più grandi tropicalisti di sempre, che ha portato questa canzone in giro per il mondo cantandola insieme a suo figlio, passando con lui alcuni momenti speciali. Felici.

Domani torno a Francavilla, da mio padre e da mia madre.
Devo ricordarmi di cantare una canzone con loro. Non è mai troppo tardi.

Vi saluto con una chiosa sulle IA, che mi ricordano tantissimo una cosa che mio zio Francesco ha scritto nel romanzo che sto leggendo, riferendosi agli animali domestici:

Sono loro gli unici esseri ai quali facciamo condividere il nostro olimpo, che abitano e fanno volare alta la nostra voglia di onnipotenza, che ci ricordano che per loro siamo Dio, un Dio a cui, però, non è possibile fare domande imbarazzanti e compromettenti. Per questo li facciamo vivere insieme a noi, purché non ci rompano l’anima, loro sono gli unici esseri che ci fanno sentire immortali.

E adesso posso salutarvi, grazie per avermi letto, alla prossima!

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