CHE COS’È “LE NUOVE DYNASTY”?
- LA NUOVA INIZIATIVA DEL GRILLO PARLANTE: UN PICCOLO EBOOK PER GLI ABBONATI
- UN TESTO ESCLUSIVO, SCRITTO APPOSTA PER SUBSTACK
- IL SEGUITO DEL BESTSELLER DINASTY (uscito nel 2025)
- RACCONTIAMO LE NUOVE LITI EREDITARIE DI RICCHI E VIP
- QUATTRO PUNTATE TUTTE DA LEGGERE SOTTO L’OMBRELLONE (O DOVE VOLETE VOI)
Sembra incredibile che chi è ricco di denaro sia così povero di tutto il resto. Sembra incredibile che ci siano famiglie che danzano ebbre di soldi attorno all’urna funeraria del capofamiglia. Sembra incredibile che si trascinino per anni a lottare nel sangue, senza nessun rispetto per sé stessi, per la loro storia, per i loro cari e per il Paese che li ha nutriti, per l’immagine che i loro padri hanno dato di sé. E io non riesco a togliermi dalla testa sempre la stessa domanda: ne vale la pena? Sacrificare tutto, anche la propria dignità, anche i propri affetti, anche le proprie memorie, per qualche dollaro in più? Sono tutti pieni di denaro. Ne hanno spesso più di quello che serve loro. Eppure lottano per averne ancora. Per averne altro. Senza mai chiedersi se, per quel pacco di quattrini, vale la pena perdere l’affetto della propria madre. O l’abbraccio del proprio figlio. O la festa di compleanno della nipotina.
L’anno scorso è uscito il mio libro Dynasty, che ha avuto un bel successo in libreria. Raccontavo le dispute ereditarie di ricchi e vip. Un anno dopo la situazione non è cambiata di molto: i Del Vecchio, a quattro anni dalla morte del fondatore, non si sono ancora messi d’accordo sull’eredità. Gli Agnelli sono sempre alle prese con le loro beghe giudiziarie. I Benetton stanno cercando di mettere una pezza alle figuracce accumulate dopo il crollo del ponte Morandi, per cui è stato appena condannato il loro manager Giovanni Castellucci (“Sono indegni. Vogliono solo i soldi e pensano ai cazzi loro”, ha detto di loro Gianni Mion, uno dei loro principali collaboratori, intercettato al telefono durante l’inchiesta).
Nel frattempo sono sorte nuove dispute ereditarie: quelle dei Gucci, quelle fra gli eredi di Pippo Baudo, quelle fra gli eredi di Emilio Fede. Sembra impossibile: più le persone arrivano in alto e più i loro eredi scendono in basso. Più i capifamiglia accumulano tesori, palazzi e quattrini e più i loro successori rischiano di far la figura dei cretini.
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Reinhold Messner, il grande scalatore, re degli Ottomila, aveva capitalizzato grazie sue imprese un patrimonio stimato dall’Ansa in 30-37 milioni di euro, compresi due castelli. Nel 2019 lo ha lasciato in eredità ai suoi quattro figli Làyla (nata del primo matrimonio con Nena Holguin), Magdalena Maria, Gesar Simon e Anna (nati dal secondo matrimonio, con l’alpinista, Sabine Stehle).
“Speravo che lasciando loro tutto prima della mia morte imparassero quali sono le loro responsabilità”, ha detto Messner. Invece, ecco arrivare la delusione: “Appena i miei figli hanno avuto tutto”, ha raccontato, “mi hanno messo da parte. Non apprezzano il valore della mia generosità. I miei figli mi hanno deluso. Io non ho ereditato nulla dai miei genitori e ne sono felice, non c’era altro che rispetto e gratitudine. Eravamo una grande famiglia, molti fratelli e sorelle, e ci siamo presi cura dei nostri genitori anche in età avanzata. Invece nel momento in cui ho distribuito la mia eredità materiale ai figli e alla moglie, la famiglia si è spezzata. Mi hanno messo da parte. E la domanda su chi avesse ricevuto di più era in primo piano nelle discussioni”.
Quella dell’eredità distribuita agli eredi mentre si è ancora vivi non è una buona idea, ha detto l’avvocato Annamaria Bernardini De Pace, una che di liti familiari se ne intende assai. In effetti anche Carlo De Benedetti nel 2012 donò l’intera sua azienda ai suoi tre figli, Rodolfo, Marco e Edoardo. Ci fu la riunione davanti al notaio Guasti per il “patto di famiglia” (un vero e proprio contratto tra padri e figli, come se fosse una successione ma senza il morto, un’eredità con il de cuius presente e arzillo). Ci furono festeggiamenti e celebrazioni. Ci furono soddisfazioni e pubblicazioni. “Voglio evitare liti”, disse l’Ingegnere. E poco tempo dopo, nel giugno 2016, in un’intervista ribadì con orgoglio: “Ho già sistemato tutta la successione da vivo e da sveglio per evitare problemi in futuro. Così si fa”. Tre anni dopo, invece, sarà lui stesso a mandare tutto all’aria, accusando i figli, a mezzo stampa, di gestire male l’eredità e facendo una proposta per ricomprarsi l’azienda. Proposta rimandata al mittente dai figli, con annessa lite e guerra ereditaria.
Insomma l’idea di spartire l’eredità finché si è in vita non funziona. Nemmeno davanti alla morte, però, le cose vanno meglio. E a me continua a rimbalzare in testa quella domanda: possibile che anche di fronte a un testamento i soldi continuino a valere più di tutto? Più del dolore, più del rispetto, più del mistero, più della famiglia, più dei rapporti con i figli, più del ricordo dei propri cari? Possibile che tutto ciò che c’è di sacro dentro le mura di casa venga gettato nel fango per correre dietro all’ultimo quattrino? Possibile che anche per le persone più in vista, quelli che dovrebbero essere guida e modello per il Paese, alla fine gli unici valori che meritano di essere tramandati sono i valori di Borsa?
“Io non penso più che sia una sorella”.
Così dice a Repubblica Sveva Fede, secondogenita di Emilio. Si riferisce alla primogenita, Simona. L’intervista viene pubblicata il 23 giugno 2026. La lite sull’eredità è fragorosamente scoppiata. In mezzo ci sono discussioni su ville a Napoli, ville ai Castelli, appartamenti, gioielli, conti correnti e ipotetici tesori all’estero. Un patrimonio difficile da valutare. Ma il dubbio è sempre quello: per quanto vale quel patrimonio può valere il rapporto tra due sorelle? Emilio Fede, storico giornalista, già direttore del Tg1 e del Tg4, colonna portante per anni dell’informazione Mediaset, e Diana De Feo, figlia dello scrittore Italo, sono sempre stati una coppia un po’ sui generis. Per anni lui è stato a Milano e lei a Roma. Lui circondato da meteorine, lei immersa nell’arte. Lui sempre sotto i riflettori, lei più nell’ombra. Lui contestato, lei rispettata. Ma non avrebbero mai immaginato quel che sta succedendo ora. Le loro due figlie, infatti, si parlano solo attraverso tribunali e carte bollate.
Quando andava in onda su Rete4 Emilio Fede era un volto familiare per tanti italiani. Ma dal volto familiare alle dispute familiari il passo è fin troppo breve. L’ex direttore del Tg4 è morto il 2 settembre 2025 nella clinica San Felice di Segrate. È stato sepolto al cimitero di Mirabella Eclano, in provincia di Avellino, accanto alla moglie Diana, morta nel 2021. Ma mentre Emilio e Diana si riunivano, le loro figlie si separavano, forse per sempre. La primogenita Simona ha accusato infatti la secondogenita Sveva di non averle fatto più vedere il padre. Non si è presentata al funerale. E ha denunciato la sorella sia in sede penale che in sede civile: dice che avrebbe svuotato i conti facendo sparire un milione e 450mila euro. E la accusa di averle impedito l’accesso alla splendida Villa Santa Lucia a Napoli.
“Niente di vero”, replica Sveva. E per questo conclude: “Simona non è più mia sorella”.
Il principale motivo di discordia è proprio Villa Santa Lucia, una storica dimora di Napoli, con vista sul golfo, valutata 7 milioni di euro. Simona sostiene di non poterci entrare nonostante un comodato d’uso a suo favore. Sveva nega tutto. Ma la lite riguarda anche una villa e un appartamento a Anacapri, oltre a quattro ville a Rocca di Papa, in provincia di Roma: secondo Simona, Sveva si sarebbe intestata questi immobili. Secondo Sveva, invece, questi immobili di Rocca di Papa non esistono. Poi ci sono gioielli, argenteria e opere d’arte per altri 400mila euro, a partire dalle leggendarie perle di Diana De Feo, e liquidità sparse sui vari conti correnti. Si litiga anche su una presunta apertura irregolare di una cassetta di sicurezza di via del Tritone a Roma. “È stata svuotata”, accusa Simona. “Tutti gli accessi sono stati autorizzati”, ha risposto Sveva.
Troppa ricchezza per andare d’accordo? Certo Emilio Fede guadagnava bene. Per anni ha avuto uno stipendio di oltre 20mila euro al mese, più casa e autista pagati, e poteva godere della generosità di Silvio Berlusconi. Anche quando ha smesso di lavorare godeva di una pensione di tutto rispetto: 9.870 euro al mese. Però buona parte del suo patrimonio è stato consumato dai processi. Al momento della morte risultava possedere sette vani a Milano, in corso Plebiscito, due immobili ad Anacapri e mille metri quadrati di vigneti, di cui però possedeva solo l’usufrutto. L’unico bene realmente intestato a lui era un appezzamento di terra in provincia di Messina, 29mila metri quadrati tra pascoli noccioleti, uliveti, ruderi e un piccolo bosco, come riportato dall’Huffington Post. Quel poco che gli era rimasto era stato messo nella Fondazione Fede, per cercare di sottrarlo ai creditori. Il resto era il patrimonio di Diana e della sua famiglia.
“Non mi considero bravo come padre”, aveva confessato Fede anni fa in un’intervista, “sono sempre stato assente e me ne dispiaccio. Ma le mie figlie le ho amate molto”.
La primogenita è Simona, classe 1965, brillante, indipendente, si occupa di design e architettura tra la Francia e gli Stati Uniti. Giovanissima, nel 1986, Simona ha sposato Vittorio Emanuele Marzotto, uno dei figli di Marta Marzotto, acquisendo il titolo di contessa: dal matrimonio, che si tenne nella magica cornice di Capri, sono nati tre figli, ma la storia si è poi conclusa con la separazione. È stata assessore alla Cultura nel comune di Spilimbergo, in Friuli-Venezia Giulia, dove abitava con l’allora marito, per poi candidarsi con Forza Italia alle Europee senza però ottenere un seggio.
Sveva, invece, è la secondogenita di Emilio Fede e della moglie Diana. Più giovane, classe 1967, ha lavorato nella comunicazione, in uffici stampa di importanti realtà come Trussardi e il Gruppo Finanziario Tessile, e poi nell’organizzazione di mostre ed eventi culturali. È stata sposata con il conte Gianluigi Borghini Baldovinetti da cui sono nati i figli Ottavia e Guelfo. È sempre rimasta legata al padre: Emilio le è stato vicino nei momenti difficili della sua vita, lei ha sempre ricambiato. Infatti c’era Sveva al capezzale mentre il direttore si spegneva. C’era lei al funerale. Ma proprio per questo la sorella Simona l’ha accusata di circonvenzione d’incapace e di appropriazione indebita. La Procura ha aperto un’inchiesta, il pm ha chiesto l’archiviazione. Ma la battaglia ora si è spostata in sede civile. E sarà lunga. E sarà sanguinosa. E sarà deprimente.
Perché loro padre conosceva bene le regole della comunicazione. E le regole della comunicazione dicono che da una vicenda simile alla fine, resterà solo magone e stridor di soldi. Perché, come sempre accade, dalle liti in punto di morte salta sempre fuori il peggio di ogni vita. E così ecco riemergere di nuovo, sui giornali, la vicenda dei presunti soldi portati all’estero da Emilio Fede: nel 2012 il Corriere della Sera scrisse che l’allora direttore del Tg4 si era presentato alla banca di Lugano per depositare 2,5 milioni di euro in contanti. Un episodio oscuro che espose Fede anche al rischio di una denuncia per riciclaggio. “Tutto falso, è una menzogna”, rispose allora Emilio e la storia sembrava dimenticata. Ma nello scontro sull’eredità si torna a parlare anche di quei quattrini, dei “milioni scomparsi”, i giornali titolano sulla “caccia ai soldi all’estero”. È questo il risultato della lite fra le sorelle. Un altro sfregio alla memoria.
Così i tempi in cui Emilio Fede entrava nelle case degli italiani come volto amico e familiare appaiono sempre più lontani. Ricordo che voleva sempre condurre il giorno di Natale perché diceva:
“Natale è il giorno della famiglia e io devo essere presente nelle famiglie”.
Chissà cosa dice, ora, a vedere la sua famiglia ridotta così. A vedere le sue figlie che se le danno di santa ragione. È pur vero che il suo esempio di padre, per sua stessa ammissione, non è stato sempre irreprensibile, ma perché continuare a sporcare il suo ricordo, anche dopo la morte? Forse non sarà stato un padre esemplare, nessuno di noi lo è: ma quale padre merita due figlie che, dopo la morte dei genitori, non si ritengono più sorelle? Due sorelle che si confrontano solo in tribunale? Che ritengono una villa, per quanto bella e di valore, più importante della storia della loro famiglia? “Non intendo offuscare la memoria di mio padre e di mia madre”, ha detto Sveva a Repubblica. “Non voglio che vengano sporcati da questa storia”. Ma forse è troppo tardi, ormai.
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