“L’attenzione è la forma più rara e più pura della generosità.”
Simone Weil
Dopo più di vent’anni di lavoro sul palcoscenico, oggi sento di appartenere sempre più a spazi piccoli, a relazioni empatiche che si creano una alla volta. Non è una scelta strategica e nemmeno una fase. È un movimento che si è imposto da solo, una specie di richiamo sempre più stabile ed evidente verso ciò che è essenziale e verso ciò che si può costruire solo con la presenza piena e reciproca tra due persone. Nessuna distanza, nessuna rappresentazione. Solo la verità che accade nel momento in cui ci si guarda davvero.
È il terzo anno che partecipo a una serie di performance teatrali one to one, insieme ad altre attrici. Lo abbiamo fatto nei parchi, nelle biblioteche, negli studi d’arte. Ogni volta cambia lo spazio ma il cuore resta lo stesso. Incontriamo una persona per volta, in silenzio prima, poi attraverso un piccolo rituale di carte e libri. Usiamo l’immaginario della cartomanzia come pretesto per entrare in temi grandi come la pace, la guerra, la scelta, la responsabilità.
Il teatro qui non è spettacolo, è incontro. Non c’è palco, non c’è copione. C’è un essere umano che entra, si siede, pesca una carta che apre un libro. Da lì qualcosa inizia a muoversi. A partire da quella carta (e da quel preciso incontro) nasce una lettura diversa ogni volta. Nessuno riceve lo stesso messaggio, nessuno ascolta lo stesso frammento letterario. Ogni spettatore assiste a una cosa unica e irripetibile, proprio perché la scelta della letteratura condivisa si radica solo nel campo relazionale che si crea tra due persone. È questo che rende ogni performance viva, intima, trasformativa. Ogni volta diversa da tutte le altre.
È il teatro del dialogo e dell’incontro. Non vuole convincere nessuno, semplicemente accade. Non mette in scena, mette in contatto. È una forma di presenza che per me unisce due mondi che sono la mia casa: il teatro e la relazione d’aiuto. Non devo scegliere tra l’una e l’altra, non devo spiegare chi sono. Sono lì, nel mio. C’è qualcuno davanti che ascolta, che si apre, che ride o si commuove e inizia a raccontarsi.
Viviamo in un’epoca che non ha più bisogno di figure da seguire ma di persone che si assumono la responsabilità del proprio pezzo di realtà. Per emanazione, il lavoro di un singolo individuo porta un cambiamento che va oltre i confini personali. Non serve un altro maestro, non serve una voce più forte. Serve una presenza reale, che ti guarda e ti dice: ti vedo. Mi interessa cosa hai da dire. Non in modo generico ma con attenzione viva, qui, ora.
Ogni volta che entro in una di queste performance mi ricordo perché faccio ciò che faccio. Non mi interessa più intrattenere o convincere. Voglio creare uno spazio dove qualcosa possa accendersi per far succedere l’inaspettato. Quel qualcosa ha a che fare con l’umano, con lo stupore, con il semplice fatto di esserci, e di riconoscersi.
Le performance one to one di Teatro Causa fanno parte di un progetto più ampio: INTeRAMUNDI. Abbiamo date ancora fino a novembre e il progetto prevede anche altre iniziative e anche la traduzione in LIS (Lingua dei Segni Italiana) per favorire un accesso davvero inclusivo. Al momento siamo a Roma, ma chissà che il progetto non possa estendersi ad altri territori. Sarebbe bello
Nascere alla relazione, uno sguardo alla volta è la grammatica dell’empatia
L’empatia è il fondamento invisibile di ogni relazione sana. Il teatro è la scuola primaria per impararla. Permea anche il mio lavoro di coach, sempre. Non si tratta solo di parlare bene in pubblico, ma di esserci totalmente, nell’incontro.
Una relazione empatica non è fatta di buone intenzioni, né di parole giuste al momento giusto. È una qualità dell’incontro che si costruisce nel tempo, attraverso la disponibilità a essere toccati dall’altro, senza volerlo correggere. Non si tratta di mettersi nei panni altrui, ma di sentire i suoi panni sulla pelle, restando radicati nei propri. Vale per ogni forma di comunicazione e la cosa bella è che funziona!
“Quando una persona si sente veramente vista e compresa, può finalmente rilassarsi e iniziare a cambiare.”
Carl Rogers
Carl Rogers lo chiamava “ascolto incondizionato”, ed è ancora oggi uno dei pilastri di ogni relazione d’aiuto efficace. Non serve essere attori o coach per praticarlo. A casa, al lavoro, nelle amicizie, possiamo accorgerci che qualcosa cambia quando decidiamo di non intervenire subito, di non risolvere ma di stare lì, in ascolto. Nel corpo. Nel cuore. Nella voce.
Non evitare il disagio, ma sostenerlo insieme.
Accade nella vita quotidiana, in aula o in riunione, in una conversazione tra sconosciutə. Ogni volta che qualcuno si prende il tempo di accogliere il vissuto dell’altro senza giudicarlo, accade qualcosa. Si apre uno spazio di fiducia e dove c’è fiducia, può nascere qualcosa di nuovo.
L’empatia non è gentilezza: è presenza
Essere empatici non significa essere sempre d’accordo, né diventare accomodanti. Al contrario, è una pratica di presenza. Un modo per dire: “Ti vedo, sono qui.”
Ci sono giorni in cui qualcuno vicino a noi è in ritardo, sbaglia, crolla. La tentazione di correggere, risolvere, spiegare è forte ma se in quel momento decidiamo di respirare, rallentare, guardare davvero, fare una pausa… può emergere un altro tipo di risposta. Una che non viene dal controllo, ma dalla connessione.
Un leader empatico non acconsente sempre perché sa distinguere tra errore e umanità e che, anche nel momento della decisione, non dimentica il valore di chi ha davanti.
Come ogni linguaggio vivo, anche l’empatia si può apprendere con l’esercizio. Non bastano i concetti, serve esperienza. E come ogni competenza, si affina attraverso piccoli gesti ripetuti, che cambiano la qualità delle nostre giornate.
Empatia è:
– ascoltare senza preparare la risposta
– accogliere un’emozione senza doverla spiegare
– restare presenti con il corpo e lo sguardo, anche nel disagio
– mettere da parte le proprie proiezioni per un attimo
– riconoscere il dolore senza trasformarlo in dramma
È anche prendersi una pausa quando l’altro è in difficoltà, senza giudicare né consolare a tutti i costi. A volte basta solo esserci.
Nutrire il tessuto relazionale
Le relazioni empatiche sono come fili che tengono insieme il mondo. Invisibili e fondamentali. Non serve piacere a tutti ma è urgente imparare a restare in contatto con la nostra parte più intima e viva. In un mondo che comunica in fretta e giudica ancora più velocemente, scegliere la lentezza dell’ascolto è un atto radicale.
È anche un modo per educare lo sguardo, per tornare a vedere l’altro come altro, non come un’estensione dei nostri bisogni. È così che si costruisce una presenza umana vera: nella disponibilità a incontrare senza invadere e da lì, spesso, nascono le cose più importanti.
Se vuoi iniziare a vivere le relazioni come spazi di contatto reale, profondità e trasformazione, possiamo farlo insieme. Il mio lavoro parte da qui: dal teatro come strumento per restituire valore all’incontro e risvegliare la tua capacità di esserci, con coraggio e gentilezza.
Buona domenica,
Marina

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