Può far paura parlare in pubblico e non intendo solo quando ci rivolgiamo a un grande pubblico, molte persone hanno difficoltà a parlare anche in piccole riunioni o quando devono affrontare conversazioni difficili.
In fondo trovi 11 esercizi pratici per superare questa difficoltà e migliorare il modo di parlare in pubblico.
Nella mia visione, il public speaking non è un una conquista.
Il palcoscenico, sia che si tratti di un teatro, una presentazione, una classe o un dialogo, è uno spazio da sentire e da abitare, è un luogo dove può avvenire un incontro ed anche il terreno fertile per una trasformazione personale, anzi, soprattutto per questo.
Un discorso che arriva a chi ascolta inizia quando scegliamo di esserci davvero, di essere presenti. Inizia con una ricerca interiore preliminare e non sul palco o alla riunione.
La paura di parlare in pubblico è un'emozione complessa che può venire da lontano. Afferrare il punto d’origine della paura e averne consapevolezza è il primo passo importante ma non è l’unico. Così come non esiste solo la tecnica, perché sul palco ci va una persona in carne e ossa, ed è la sua essenza che comunica, non solo le parole dette con una buona tecnica vocale.
Il talento conta, fino a un certo punto.
Si ha l’impressione che certe persone abbiano il dono innato dell’eloquenza e che a chi non ce l’ha non resti che il silenzio o un tentativo impacciato di non perdere la faccia. Non è così.
Si impara a parlare in pubblico, è una competenza che può essere appresa, non è un destino scritto sulla pietra col sangue. Ci si può allenare a parlare davanti a una platea, un piccolo gruppo o a una persona, così come si studia la danza, la musica o qualsiasi arte, allo stesso modo si può apprendere anche la maestria della parola che muove, che coinvolge, che guida ed emoziona.
La voce, le pause, i gesti, le intenzioni, le emozioni, lo spessore dei sottotesti, il corpo, la presenza… tutto si può allenare.
Serve un metodo, certo. Soprattutto, serve uno sguardo diverso: iniziare a parlare non per convincere ma per contattare.
E qui entra in gioco la Gestalt.
Gestalt: parlare come forma di contatto
Nel mio lavoro, unisco il teatro e la Gestalt, ho creato un metodo, con un ciclo di contatto preciso, per allenare chi deve parlare a un pubblico, perché funziona e perché in questo modo l’esperienza dell’incontro con sé e con l’altro è al centro.
Parlare non è “dire”. È entrare in relazione. È creare un campo tra sé e chi ascolta. È un campo che potenzia, risveglia e orienta.
Ci chiediamo:
Chi c’è davanti a me?
Di cosa ha bisogno, oggi?
Cosa ci muove, davvero, quale impulso ci spinge a parlare?
Una parola sola: l’àncora del discorso
Prima di ogni discorso, invito a scegliere una parola sola.
Non dieci concetti, non tre messaggi chiave.
Una sola parola-àncora, capace di contenere tutta l’intenzione.
Una parola che ci riporti a casa quando ci perdiamo e che guidi come un faro.
La scegliamo senza logica, con l’intuizione e col cuore, per lasciarla lavorare con noi, in silenzio, mentre ci prepariamo e anche mentre parliamo.
Un pubblico, una persona
Uno degli errori più comuni nel parlare in pubblico è immaginare un pubblico generico.
Non funziona. Non tocca. Non coinvolge.
Provare invece a pensare a una sola persona specifica, è una chiave.
È cruciale scegliere un solo interlocutore, il più importante.
Farsi domande su di lui, chiedersi cosa ha vissuto? cosa lo preoccupa? cosa desidera?
Proprio come un attore si immerge in un personaggio ed entra nella sua pelle.
Parla a lei. Solo a lei e, paradossalmente, parlerai a tutti.
(Questo vale per la comunicazione in generale e non solo per il public speaking)
Il messaggio chiave: formula gestaltica
Non è necessario dire tutto. È più importante lasciare un’impronta.
Per farlo, si può usare questa formula, semplice e potente:
Cosa mi attraversa ora e qui? Cosa sta accadendo davvero? Come risultato del mio discorso, capiranno [questo], e risponderanno facendo [quello]. Che contributo offro?
È un esercizio di essenzialità. Obbliga a esserci con presenza, a scegliere, a tagliare, a focalizzare.
È la Gestalt che lavora: contatto pieno con un messaggio preciso e, zac, via tutto il superfluo e l’artificioso, anche quando ci piace perché è bello, pensato e scritto bene.
Allena la presenza.
Meditazione, visualizzazione, respirazione: ogni pratica che favorisce la consapevolezza e il rilassamento è un allenamento fondamentale per chi desidera comunicare davvero. Porta attenzione al diaframma, al ritmo del respiro, al silenzio interiore, lascia spazio all’immaginazione e alla visualizzazione. Questo ti aiuta a ritrovare centratura, ad abbassare il rumore mentale e a gestire l’ansia da prestazione con maggiore tranquillità. La voce nasce qui, dalla qualità della tua presenza.
(Trovi alcuni esercizi gratuiti qui).Resta in contatto con il corpo e con lo spazio.
Osserva la postura, senti il peso del corpo distribuito, radica i piedi a terra, rendi la spina dorsale un’antenna tra terra e cielo. Il corpo non è un ostacolo alla parola ma il suo primo veicolo. Una postura viva, aperta e consapevole crea un campo sicuro, espressivo e accogliente.Porta consapevolezza alla voce come strumento.
Ascolta il tuo tono, sperimenta le pause, riconosci le intenzioni che abitano le parole. Non serve una voce perfetta ma una voce autentica, che vibra in risonanza con ciò che senti. La voce è relazione, è contatto, è presenza musicale.Memorizza solo introduzione e conclusione.
All’inizio e alla fine serve stabilità, chiarezza, direzione. Il centro del discorso, invece, può restare vivo, adattarsi, respirare con chi ti ascolta. La parola-àncora ti guiderà. Affidati all’improvvisazione consapevole: è lì che nasce la magia dell’incontro.Concentrati sui benefici per chi ascolta.
Sposta l’attenzione da te all’altro. Non conta quanto sei bravə tu: ciò che importa è cosa si porterà a casa chi ti ascolta. Il tuo scopo non è fare bella figura, ma creare senso, lasciare un’impronta, generare movimento.Allena l’ascolto attivo.
Parlare bene significa anche ascoltare in profondità. Allena la tua capacità di ascoltare prima, durante e dopo. Ascolta chi sei, chi hai davanti e quello che emerge tra voi. È grazie agli imprevisti, alle reazioni, alla libertà dell’improvvisazione che nasce una comunicazione vera, che lascia il segno.Usa un linguaggio chiaro e concreto.
La poesia funziona solo se è radicata nel corpo. Le parole devono essere vissute, non recitate. Evita tecnicismi e frasi fatte: ogni parola deve avere peso, verità, carne. Ricorda: è il corpo che va in scena con tutta la sua esperienza addosso, non il copione.Limita i dati, privilegia il significato.
I numeri informano, ma non trasformano. Alla mente di chi ascolta qualche dato serve ma poi è la cornice di senso (e di sensi) che sfiora chi ascolta. Punta sull’esperienza, sui simboli che toccano la memoria emotiva. Le storie parlano al cuore, e il cuore è il luogo dove la comprensione diventa cambiamento.Taglia senza pietà tutto ciò che è superfluo.
Non tutto ciò che è bello serve. Ogni parola di troppo ruba respiro, attenzione, energia. Sii essenziale, direttə, generosə. Se un passaggio non aggiunge valore, toglilo. La chiarezza è un atto d’amore per chi ti ascolta. Lo so che spesso ci si innamora delle proprie parole ma poi ti ritrovi a parlare a persone che guardano il cellulare.Fai pratica. Registrati, riguardati, ascoltati.
Parlare ad alta voce, anche da solə, è già allenamento. Registrati, ascolta i tuoi toni, la velocità, le pause, i volumi. Così puoi vedere l’effetto che fa. Fai le prove (anche se è faticoso). Osserva i tuoi gesti, senti come cambia la tua presenza. Procedi per tappe, parole-chiave, tentativi.Fatti aiutare.
Avere una guida, ricevere consigli e feedback mirati è essenziale per migliorare la tua comunicazione. Lascia che qualcuno ti accompagni nel vedere ciò che da solə non cogli. È così che puoi esprimere davvero il tuo potenziale e trasformare la tua identità, compresi i tuoi difetti, in una firma unica e memorabile.
Parlare in pubblico non è una performance. È questione di presenza.
Il punto non è dire la cosa giusta. È essere con chi ascolta.
Quando sali su un palco o parli a qualcuno, stai nel tuo centro, disegna i confini, prendi consapevolezza del tuo valore, immagina che ogni parola possa essere un abbraccio, un invito, un’accensione.
Dire l’essenziale. Parlare per incontrare. Questo è il punto.
E se ti tremano le mani, va bene.
Anzi, è perfetto.
Vuol dire che ci sei con tutta l’energia che serve.
Se vuoi ci lavoriamo insieme, mi trovi qui.
Buona domenica, Marina

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