Giovanni da Fiesole, detto Beato Angelico, Pie donne al sepolcro
“Qual è il primo fatto pubblico rilevante accaduto durante la vostra vita che riuscite a ricordare? Sapreste dirmi come ne siete venuti a conoscenza?”, chiedo agli studenti nella prima lezione dei miei corsi. Sono esche a cui questi pescioloni ventenni, anche i più timidi, non resistono mai, ritrovandosi senza accorgersene a ragionare sul concetto di notizia, a divertirsi delle loro comunanze, a divertirsi anche di più della mia lontananza. Il gioco, del resto, piace pure a me. Con loro io intravedo il mondo di chi ha come confuso punto di partenza nella memoria l’elezione di Barack Obama, 2008, o - nei corsi italiani - la scomparsa di Yara Gambirasio, 2010 (le ragazze soprattutto la ricordano, una sorta di Cappuccetto Rosso versione Perrault, senza lieto fine). E loro con me, se vogliono, hanno accesso alla preistoria dei fatti portati dalla tivù in bianco e nero e dal telefono con il filo.
Il mio primo ricordo di qualcosa avvenuto nel mondo è la morte di papa Giovanni, 3 giugno 1963. La data precisa ho dovuto controllarla su Wikipedia, ma mia madre in piedi che piange accanto alla libreria, nella penombra del grande ingresso della casa di piazza Manin, è davanti ai miei occhi. Come lei lo avesse saputo, non ho idea - la radio, forse. Anche allora, comunque, le notizie si muovevano in fretta. Pochi mesi dopo ci sarebbe stata l’uccisione di Kennedy, al telegiornale. E ora che ci ripenso, riemerge qualcosa di precedente, non un vero ricordo, ma un’impressione, una conversazione preoccupata dei miei genitori per qualcosa che sarebbe potuto succedere: era la crisi della Baia dei Porci nell’aprile 1961? Avevo sei anni e mezzo, potrebbe essere.
Fra quindici o vent’anni cosa estrarranno le ragazze e i ragazzi dal loro bagaglietto di ricordi? Me lo chiedo, mentre mi rimbomba nella testa una notizia che ho letto ieri sera sul New York Times: il segretario alla difesa degli Stati Uniti Pete Hegseth invita gli americani a pregare “ogni giorno in ginocchio” per una vittoria militare in Medio Oriente “nel nome di Gesù”. Un lettore, Marc, ha commentato: “Quindi i soldati ebrei e musulmani e tutti gli altri non-cristiani potranno tornarsene a casa, visto che non combattono per Gesù?”. Intanto, mancano poche ore alla mezzanotte della Pasqua cattolica, quando le campane si scioglieranno dopo il silenzio imposto dal grido “a gran voce” - Elì, Elì, lamà sabactáni? “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. (Nella Cartolina # 6, ormai più di un mese fa, avevo ricordato le ultime parole di Anna Kuliscioff: “E’ proprio difficile anche morire”, una regola alla quale evidentemente è difficile sfuggire).
A proposito di domani, come ogni prima domenica del mese, a Genova Il Secolo XIX esce con il suo supplemento culturale Snaporaz, costola di carta della rivista online che porta lo stesso nome felliniano. Vista la coincidenza con la Pasqua, il numero sarà dedicato stavolta alla resurrezione, così come la si può intendere oggi, e si aprirà con una conversazione di Filippo D’Angelo con il teologo svizzero Daniel Marguerat. In teoria, avrei dovuto partecipare anch’io con un’intervista a Venki Ramakrishnan, premio Nobel per la chimica nel 2009 e autore di un libro, Why We Die, tradotto in tantissime lingue (anche in italiano: Perché moriamo, Adelphi 2025), ma la lista d’attesa è giustamente molto lunga, chissà che non ci riesca l’anno prossimo, intanto queste sono le domande che gli avrei fatto.
Sei domande (senza le risposte) per Venki Ramakrishnan, autore di Perché moriamo. La nuova scienza dell’invecchiamento e la ricerca dell’immortalità
Il suo libro si intitola Perché moriamo, e non Perché invecchiamo. La morte è solo la conseguenza dell’invecchiamento, o qualcosa di più fondamentale, se non necessario?
La biologia, lei scrive, è orientata alla sopravvivenza dei geni, non dell’individuo. Significa che i nostri geni sono, in un certo senso, già immortali e noi siamo solo il loro temporaneo e involontario contenitore?
Se è vero che l’identità individuale dipende dalla continuità della memoria e dell’esperienza, in che modo – dalla sua prospettiva di scienziato – una vita radicalmente prolungata o addirittura indefinita sarebbe ancora la vita della stessa persona, o a un certo punto diventerebbe qualcosa d’altro?
La società californiana Nectome sta lavorando per congelare cervelli umani, con un protocollo pensato per malati terminali, nella speranza di rianimarli in futuro, magari impiantando la loro struttura neurale in un’intelligenza artificiale. La scienza delle neuroscienze e della crionica è davvero così vicina a prefigurare una forma di resurrezione?
La consapevolezza della morte ha probabilmente guidato gran parte della cultura umana – l’arte, la religione, la scienza, forse persino l’idea di un dio che sceglie di morire. Se riducessimo o addirittura annullassimo quella consapevolezza, non rischieremmo di perdere il motore che ci ha spinti fin qui?
Sappiamo che l’universo finirà. L’aspirazione umana a vivere per sempre – o anche solo molto più a lungo – non è scientificamente assurda di fronte a questa prospettiva?
Buona festa!

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