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Risvolti · May 20, 2025

Cartolina da SalTo25

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Maria Teresa Carbone · Risvolti

SalTo25 è l’ultima sigla social del Salone Internazionale del Libro di Torino, e la vecchia che è in me si vergogna per l’istinto di storcere il naso, ma ricorda con affetto la prima edizione a cui, allora non così vecchia, ha partecipato.

Era il 1989, il salone era nato l’anno prima, si sentiva l’eccitazione della novità, la sede era al Valentino, io ero a Torino perché la mai troppo lodata Costa & Nolan aveva appena pubblicato un libro segnalato e tradotto da me, Le veritiere confessioni di un africano albino di Breyten Breytenbach. (Nel titolo originale l’albino era un terrorista, ma in Italia la parola faceva paura). C’era anche lui, Breyten, che era uscito dal carcere pochi anni prima e ci aveva incantato con un modo di parlare in cui passione e pacatezza riuscivano meravigliosamente a coesistere. Ho appena controllato la data della liberazione di Nelson Mandela, 11 febbraio 1990, e mi fa impressione pensare che tante cose non fossero ancora successe, nel mondo e nella mia vita, in quel pomeriggio di maggio di cui ricordo la luminosità (la sala dell’incontro era, mi pare, a piano terra, e la luce veniva dalle finestre, senza aggiunta di fari o neon).

Di Breytenbach ho già scritto quando è morto, e non vorrei dilungarmi sul passato, non c’è cosa peggiore dei vecchi che parlano solo di quello che è stato. Ma una cosa la dico ancora, perché mi fa sorridere, mentre percorro i chilometri su e giù tra i padiglioni del Lingotto e l’Oval, spazio aggiunto di recente, essendo il Salone affetto da elefantiasi, come tante altre cose. Giusto venticinque anni fa, nel 2000, RaisatZoom (il sito che con Nanni Balestrini avevamo lanciato pochi mesi prima e il cui avveniristico sottotitolo era “la prima televisione in rete”) aveva stretto un accordo con il Salone del Libro per girare e mandare online i video di tutti o quasi gli incontri, condendoli con interviste ad hoc. Eravamo in sei, Balestrini e io, l’amica Maria Antonietta Saracino, scomparsa nel 2020, due operatori e il geniale, e allora giovanissimo, Vittorio Pellegrineschi che aveva costruito il sito ed era capace di realizzare qualsiasi idea nuova e bizzarra gli venisse proposta. Per cinque giorni abbiamo corso dal minuto dell’apertura a quando, in serata, i padiglioni si svuotavano e gli espositori chiudevano gli stand. Grande fatica e gran divertimento, di cui - che io sappia - è rimasta in rete solo una traccia flebilissima: nel sito vigata.org, alla pagina Andrea Camilleri alla Fiera del Libro di Torino, 11 maggio 2000, c’è un lungo dialogo tra l’autore di Montalbano e Gianni Riotta, con una nota finale: “Trascrizione di Paola Rossi da registrazioni in video e voce caricate sul sito Raisatzoom, ora non più disponibili”. (Grazie di cuore alla sconosciuta Paola Rossi). Oggi ben altra squadra sarebbe necessaria.

Ma basta con le memorie! Dopo qualche anno di visite rapidissime, in questa edizione 2025 mi è capitato di nuovo di trascorrere molte ore al Salone, e ne ho approfittato per riempire gli intervalli tra un incontro e l'altro chiacchierando con un po’ di editori, alcuni noti e in certi casi amici, altri mai incontrati finora.

(Ho invece evitato gli “eventi”, con la parziale eccezione del lancio della nuova uscita dei libri di Philip Roth da parte di Adelphi. Sono dovuta andare via prima della fine, ma di certo, tra i momenti di questo SalTo25 che mi resteranno nella memoria c’è il rombo dell'applauso che ha accolto l'arrivo di Emmanuel Carrère, super testimonial del rinnovato Portnoy, sul palcoscenico dell'auditorium - 1400 posti, nessuno libero, almeno tra quelli intorno a me. Uno di quei rumori che senti col corpo prima che con le orecchie, e mi sono chiesta se Carrère abbia provato angoscia, oltre che soddisfazione. La stessa angoscia che mi pare di cogliere nei sorrisi del neopapa Leone quando si rivolge alla folla, la sensazione che da qualche parte, dentro, si chieda: ma chi è quello che stanno applaudendo?).

Degli editori che ho incontrato non faccio l’elenco, cito solo i tre che non conoscevo o conoscevo poco, tutti piccoli o piccolissimi: la perugina Pièdimosca che prende il nome dal segno tipografico antico e nascosto che marca le divisioni di un testo in capoversi o paragrafi, metafora di quello che la casa editrice vuole fare, “uno scavare invisibile per far emergere voci e storie dall’asfalto, dalla terra, dalle tane dei conigli, dai buchi negli alberi, dal metallo arrugginito”; Le assassine, “boutique editoriale” che pubblica solo autrici e solo gialli (due le collane, una di romanzi scritti tra la fine dell’Ottocento e la metà del Novecento, l’altra, “Oltreconfine”, di testi contemporanei dove le indagini sono anche chiavi di accesso a luoghi lontani e poco noti); Ago, che ha in catalogo testi stranieri del Novecento e “si propone di intendere l’editoria come gesto pragmatico, teso a intessere l’autore e il suo libro con i lettori… al contempo, assicurando a chi scrive la libertà assoluta di trascurare chi legge”.

Di case editrici così, al Salone ce ne sono tante, non tutte così piccole e quasi sotterranee, ma comunque felicemente eccentriche, ed è grazie a loro che la mia insofferenza per il frastuono dei padiglioni, gli eserciti delle scolaresche, il codazzo all’inseguimento delle “celebrità” televisive, si acquieta. Non ho simpatia per le presentazioni, credo che - tranne poche eccezioni - un autore non abbia molto da aggiungere a quello che ha scritto, ma sono convinta (e lo posso dimostrare) che gli editori, quelli che non inseguono solo mode e fatturati, abbiano una quantità incredibile di storie da raccontare, una per ogni titolo che hanno pubblicato, e i miei giri di questi giorni lo hanno confermato.

Diceva però Balestrini, citato qualche riga sopra e morto esattamente sei anni fa, il 19 maggio 2019, che primo compito di un editore è vendere libri, e la frase non era sua, ma di Giangiacomo Feltrinelli, con cui Nanni aveva lavorato a lungo. Ed è vero: a cosa serve pubblicare libri bellissimi, se poi non li vendi? Ma agli editori che ho incontrato in questi giorni non ho chiesto: vendete? Ho preferito girare la domanda: quante copie tirate in prima battuta? che è un po’ come dire: qual è il numero minimo di copie che sperate di vendere? Nessuno di quelli con cui ho parlato mi ha detto che tira più di 1500 copie, i più hanno risposto “intorno alle mille”, qualcuno è sceso sotto, “sulle 500” o addirittura meno. Non sono stupita, ma non riesco a non pensare alla sproporzione fra il tempo e l’impegno che richiede un libro, dall’idea iniziale fino a quando l’oggetto fisico arriva sui banchi delle librerie, e queste cifre minuscole, che si moltiplicano solo se un titolo cattura l’attenzione dei lettori e la prima tiratura va esaurita e si passa alla seconda o alla terza. Succede, ma è un’eccezione.

Per chiudere, qualche riga sugli incontri a cui ho partecipato. Due rientrano nelle iniziative che CulturMedia, l’associazione cui fanno capo le cooperative culturali, ha appena avviato per dare vita e corpo a un’idea lanciata da Cesare Zavattini cinquant’anni fa: Un metro di libri in ogni casa. Nella tavola rotonda In che lingua leggiamo quando leggiamo in Europa organizzata dal Forum del libro, invece, si è parlato dell’egemonia dell’inglese e degli sforzi che su fronti diversi si fanno per dare spazio e rilievo alle altre lingue. Infine, nel Bosco degli scrittori, un vero bosco con veri alberi piantati da Aboca nell’Oval, ho posto alcune domande a Erika Maderna, autrice di un libro, La memoria nelle mani, ho scritto qualche giorno fa sul Manifesto. L’articolo - che ha come soggetto il parto, tema per me anche più appassionante dell’editoria - è qui sotto. Seguono due pezzi sull’andamento del mercato del libro, sempre dal Manifesto. Buona lettura.

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(il Manifesto, giovedì 8 maggio 2025)

Non c’è essere umano che non abbia vissuto l’esperienza del parto. O, come ha scritto la poetessa Sara Ventroni nella sua raccolta La sommersione, “Ciascuno è stato vivo / almeno una volta tra le gambe / di una donna. / Ciascuno era presente, tra le gambe: / a quel momento appartiene / una visione privata di cui non avrà ricordo”.

Nascere, venire al mondo – come poi morire – è un passaggio a cui nessun vivente si è mai potuto sottrarre, il dato che ci accomuna tutti, al tempo stesso straordinario (si nasce una volta soltanto) e quanto di più ordinario si possa immaginare (anche oggi, in una fase di denatalità che investe ormai quasi tutti i paesi del mondo, con la parziale eccezione dell’Africa subsahariana, si calcola che ogni anno nascano sulla Terra più di 130 milioni di bambine e bambini).

Eppure, sono rari i testi letterari che abbiano cercato di raccontare questo momento. Perché per secoli è appartenuto alla sfera femminile e dunque è stato considerato di scarso interesse? O perché il parto, con la sua esplosiva fisicità, è così potente da non poter essere piegato dentro la rigidezza delle parole? Non dà una risposta univoca un piccolo volume uscito recentemente per la mantovana Oligo La nascita nella letteratura (pp. 190, euro 18), la cui autrice, Linda Terziroli, ha setacciato uno sterminato territorio che include la Bibbia e Hemingway, e arriva fino alla giapponese Mieko Kawakami, per individuare le opere – perlopiù (ma non soltanto) – narrative che contengono scene in cui un nuovo essere umano vede la luce.

In realtà, come avvisa il sottotitolo, “Viaggio nella narrazione del parto (e dell’aborto)”, Terzioli estende la sua indagine all’interruzione di gravidanza. E prende come figura di snodo una scrittrice, Natalia Ginzburg, che con i suoi cinque figli fu “controcorrente rispetto alla scelta di sacrificare la maternità all’altare della letteratura” e tuttavia volle intervenire, più volte e pubblicamente, a favore del diritto di una donna di abortire, nel periodo in cui si discuteva quella che sarebbe diventata la legge 194. (Interventi severi, come era nello stile di Ginzburg, fermamente convinta che la scelta se proseguire o no una gravidanza debba appartenere alla donna, e al tempo stesso irritata, se non nauseata, per la “diffusa attitudine di gagliarda spavalderia” che a volte accompagnava la campagna a favore della legalizzazione dell’aborto).

La scelta di accostare il parto a quella che può essere considerata la sua dolorosa antitesi pare a prima vista contradditoria, tanto da far pensare che l’inclusione derivi dalla scarsità di materiali letterari sulla nascita. Non è così, vedremo, ma questa scarsità è oggettiva, e colpisce che non soltanto i testi in cui c'è un parto siano pochi, ma che nella maggior parte dei casi l’evento non venga descritto, solo evocato - massimo esempio di oscenità. E di fatto “fuori scena” sono due dei più importanti parti raccontati in letteratura (e significativamente scritti da uomini): in Anna Karenina di Tolstoj come in Addio alle armi di Hemingway una porta divide il futuro padre, trepidante e angosciato, dal luogo dove avviene il mistero della nascita.

Significativa eccezione, non citata da Terziroli, uno dei Racconti di un giovane medico di Michail Bulgakov: qui l’io narrante, alter ego dell’autore, è chiamato per il suo stesso ruolo ad assistere a quello che è per lui Il primo parto (questo il titolo del racconto) e si rende drammaticamente conto di quale distanza separi l’astrazione della tecnica appresa sui manuali universitari e la necessità di agire su un corpo vivo che richiede aiuto immediato: “Tutte quelle parole in quel momento erano inutili. Era importante una sola cosa: dovevo introdurre una mano all’interno, con l’altra dall’esterno dovevo facilitare il rovesciamento, e affidandomi non ai libri, ma al senso della misura, senza il quale un medico non vale niente, con attenzione ma con decisione, dovevo estrarre una gamba e quindi tutto il neonato. Dovevo essere tranquillo e prudente, e nello stesso tempo infinitamente deciso e coraggioso”.

Il racconto di Bulgakov è interessante non solo per la nitidezza con cui viene descritta una nascita faticosa e difficile, ma perché ce la mostra attraverso lo sguardo di un medico, di un uomo. Un portato della modernità: per millenni sulla scena del parto si sono mosse solo figure femminili - la partoriente circondata da altre donne, prima fra tutte la levatrice, che con sapienza esperienziale la assiste nel travaglio e la accudisce, aiutando il piccolo a venire alla luce, e oltre, nella fase finale del secondamento.

La storia delle levatrici nei lunghi secoli in cui a loro (e solo a loro) è appartenuto il magistero della nascita, è al centro di un saggio di Erika Maderna, La memoria nelle mani (Aboca, pp. 199, euro 26), utile fra l’altro perché dimostra come in effetti il parto e l’aborto rientrino in un unico ambito. In una sezione opportunamente titolata “Fare i bambini, fare i morti”. Donne sulla soglia oscura, Maderna infatti analizza “la sovrapposizione tra la figura dell’ostetrica e quella della strega” come “parte di un fenomeno culturale che ha radici profonde”: non solo la levatrice era anche colei cui la donna si rivolgeva per interrompere una gravidanza non voluta, ma “in molte tradizioni europee le comari che facevano nascere i bambini venivano chiamate ad accompagnare l’agonia dei malati terminali”.

Un controsenso solo in apparenza, di fatto un accostamento che si potrebbe definire naturale tra i due momenti estremi della vita. Enorme è comunque il potere di queste donne che, “somministrando farmaci o praticando incantesimi, riescono a provocare le doglie o ad attenuarle, se lo ritengono opportuno; sono in grado di far partorire le donne in difficoltà e le fanno abortire, qualora l’operazione si renda necessaria, perché il feto è immaturo”. Così Platone nel Teeteto, 386 o 387 avanti Cristo.

Oggi, quasi duemilacinquecento anni dopo, quanto hanno da dirci queste esperienze remote in un mondo – occidentale, e non solo – dove l’immaginario del parto è uscito dalla sfera della potente “magia” femminile (oscura o luminosa, a seconda di come la si voglia vedere) e ricade sotto un altro potere (anch’esso oscuro o luminoso, a seconda dei punti di vista), quello della medicina? Ancora molto, sostiene Maderna, persuasa che nell’esercizio contemporaneo dell’ostetricia sia necessario “aiutare le donne a recuperare l’antico istinto del dare alla luce, a riappropriarsi del potere del corpo partoriente, troppo a lungo sottratto, narrato con parole improprie”.

Se questo avverrà, non è dato sapere in un contesto dove sempre più la scienza assume i tratti di una religione. A narrare il parto da dentro con parole di singolare onestà, ha però provato la messicana Jazmina Barrera in un bel libro, Linea nigra (La Nuova Frontiera, 2022), ampiamente citato da Terziroli, in cui la scrittrice racconta la sua gravidanza, la nascita del piccolo Silvestre, la fase dell’allattamento. E ne viene fuori il percorso verso la maternità di una giovane donna contemporanea, colta e intelligente, che legge, guarda serie tv, si pone domande: “Se è il corpo della donna a decidere il parto”, si chiede a un certo punto, “perché non posso fare niente per accelerarlo?”.

È un interrogativo cruciale, che riflette il disagio con cui, oggi più di ieri, si guarda al parto. Sempre più convinti che l’essere umano è tale nella misura in cui esercita un controllo sulla propria sfera vitale, ci è difficile accogliere la sconvolgente animalità insita nel passaggio della nascita. Può essere, in questo senso, un viatico la bella frase di Anna Prushinskaya (autrice di un libro intitolato A woman is a woman until she is a mother) citata da Barrera in Linea nigra: “Tutti noi siamo la storia di una parte del corpo di qualcun altro”.

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(il Manifesto, giovedì 15 maggio 2025)

Anche senza avere la troppe volte evocata palla di cristallo, certe cose sul Salone del libro che si apre oggi a Torino possiamo prevederle senza fatica. Per esempio, che alla fine della manifestazione leggeremo comunicati gioiosi dove si dirà che mai così tante persone hanno affollato i padiglioni del Lingotto, e che molti, moltissimi, erano bambini e ragazzi, a riprova che la lettura non è una pratica sempre più minoritaria, come certi uccellacci del malaugurio tendono a dire.

O per converso, che almeno in un paio di incontri (per esempio quello di oggi pomeriggio sulla politica del libro in Italia con il ministro Giuli e quello di domattina, organizzato dall’Associazione Italiana Editori, dove verrà presentato il rapporto sul mercato librario nel primo quadrimestre 2025) si getterà l’allarme sulla crisi del settore. E qui non si tratta di palla di cristallo: già la settimana scorsa l’Aie ha diffuso un comunicato in base al quale “nei primi tre mesi dell’anno l’editoria italiana di varia adulti e ragazzi nei canali trade (in termini non tecnici, tutti i libri, tranne i manuali scolastici o amministrativi, ndr) flette rispetto ai primi tre mesi del 2024 del 3,4%, con una perdita di quasi un milione di copie acquistate (810mila) pari a una minor spesa dei consumatori di 11,9 milioni di euro”.

Chi avrà ragione? Seguiremo palpitando questi appuntamenti e ne daremo conto, ma intanto un’indagine proveniente dal Regno Unito sembra avvalorare le tesi dei pessimisti: secondo una ricerca condotta da Nielsen per il gruppo editoriale HarperCollins (ne dà conto Heloise Wood su The Bookseller) soltanto al 40 % dei genitori piace davvero leggere ad alta voce ai loro bambini. La maggioranza continua a farlo, sì (anche se meno rispetto a dieci o quindici anni fa), ma per motivi utilitaristici: perché “fa bene” ai figli o perché tutto sommato è un buon modo per stare con loro.

A voler essere maliziosi, possiamo immaginare questi papà e mamme volenterosi e attenti al benessere della prole leggere sbadigliando le storie della buona notte, mentre sognano di tornare a scrollare lo schermo del telefono o a guardare sul maxischermo tv l’ultima serie di Netflix. E visto che, come per tante attività anche la passione per la lettura avviene soprattutto per contagio, non c’è da stupirsi che appena un terzo (il 32%) dei bambini britannici tra i cinque e i dieci anni scelga di leggere per piacere. Ma consoliamoci, forse da noi la situazione è diversa.

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(il Manifesto, sabato 17 maggio 2025)

Che il 2025 sia cominciato male per il settore del libro in Italia, si sapeva anche prima che nei giorni scorsi l’Associazione Italiana Editori anticipasse alcuni dati dal suo rapporto sul primo quadrimestre, presentato ieri – finalmente in versione completa – al Salone di Torino. In effetti, tra gennaio e marzo le vendite sono sempre fiacche, una fisiologica risacca dopo l’ondata degli acquisti natalizi; ma quest’anno nelle case editrici come nelle librerie si è percepito un rallentamento più accentuato del solito, quasi che i conflitti in cui siamo immersi avessero spaventato perfino gli eroici lettori fortissimi, quelli che sostengono gran parte del mercato editoriale.

Le cifre esposte ieri al Lingotto lo confermano: rispetto ai primi quattro mesi del 2024 l’editoria di varia (termine tecnico che comprende tutti i libri in vendita, tranne i testi scolastici e amministrativi) è diminuita in Italia del 3,6%, quasi un milione di copie vendute in meno. La colpa, secondo il presidente dell’Aie Innocenzo Cipolletta, è soprattutto del vacillante supporto pubblico, prima fra tutte la App18 (500 euro dati senza distinzioni a tutti i neomaggiorenni, una misura introdotta da Renzi e copiata da diversi paesi europei) che il governo Meloni ha sdoppiato nelle due Carte della cultura e del merito, legate al reddito e all’andamento scolastico. È un punto, questo, su cui l’Aie insiste da mesi, e forse adesso con qualche risultato: l’altro giorno, sempre a Torino, il ministro della cultura Giuli ha promesso di semplificare l’accesso alle due Carte, di conseguenza – si spera – aumentando il numero dei beneficiari.

Ammesso avvenga, basterà a invertire la tendenza? A osservare meglio i numeri della ricerca Aie, diversi elementi fanno pensare che la flessione non sia provocata solo dalle modifiche alle misure di sostegno. O più precisamente, che ci siano altri fattori di più lunga durata da tenere in conto. Per esempio, nel rapporto Aie si scrive che “il calo attraversa tutti i generi con l’esclusione dei libri per bambini e ragazzi, le cui vendite crescono a valore del 5,4%”. Di fatto, però, in questo ampio segmento c’è una sola fascia in fortissimo aumento (+13,5%), quella della primissima infanzia, tra gli zero e i cinque anni, mentre le altre diminuiscono. E un fenomeno analogo si osserva con gli illustrati: crescono sensibilmente i fumetti per bambini e ragazzi (+14,5%), scendono i manga (-5,8%), destinati, si presume, a un pubblico di lettori più grandi.

Il quadro complessivo è di un mercato debole, dove le case editrici più muscolose, quelle che hanno un venduto superiore ai cinque milioni di euro, riescono a contenere le perdite (-1,3%), mentre soffrono gli editori medi (-13,1%) e piccoli (-7,3), e dove i best-seller lo sono per modo di dire: la top ten del primo quadrimestre 2025 ha venduto quasi un quarto di copie in meno (-23,9%) rispetto agli stessi mesi dell’anno scorso (e sarebbe interessante avere i numeri assoluti, probabilmente si scoprirebbe che per scalare le classifiche bastano poche centinaia di copie).

Ma il dato forse più preoccupante, anche perché persiste nel tempo, è il divario fra nord e sud, a cui il rapporto Aie dedica un approfondimento, mostrando come nelle regioni meridionali e nelle isole, non solo si vendano meno libri, ma l’accesso alle attività culturali, si tratti di teatro o di prestiti in biblioteca, sia decisamente sottodimensionato rispetto alla popolazione residente. In questo contesto, chiedere il ripristino della App18, o di qualcosa che le somiglia, può tamponare le perdite, ma per remare contro difficoltà antiche e nuove, gli investimenti di soldi, di energie e di intelligenze dovrebbero essere ben maggiori.

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