Già. Al posto di farmi una settimana al mare, ho deciso di passare un po’ di giorni in Bosnia.
E dopo aver girato tra Sarajevo e dintorni, sono finito anche nel luogo sacro delle apparizioni per eccellenza: Medjugorje.
Se mi seguite da un po’, già lo sapete che sono un gran curioso, e volevo approfittare di questa esperienza per capire un po’ meglio come funziona questo posto.
Medjugorje ogni anno accoglie più di un milione di fedeli, che vedono nella città uno dei punti di riferimento per la propria fede. Una meta dove cercare risposte, miracoli o anche solo una conferma a ciò in cui credono già.
E devo dire che, non appena ho messo piede nella città, mi è sembrato di entrare in un’enorme bolla.
E oggi vi spiego perché i meccanismi di Medjugorje non sono poi così diversi da quelli dei social.
Se a un fedele chiedi di descrivere l’esperienza di andare a Medjugorje, la risposta che ti sentirai ripetere è molto probabilmente che “lì si respira un’energia diversa”.
È una frase interessante, perché capita di sentirla dire anche da chi parte più scettico o da chi ci va quasi per caso, magari per accompagnare un parente. C’è chi arriva lì e, in un modo o nell’altro, si ritrova immerso in un’atmosfera in cui ha l’impressione che ci sia qualcosa di diverso dal solito.
Certo, non vale per tutti: c’è chi ci va e rimane del tutto indifferente. Ma per una fetta enorme di persone quell’impatto c’è.
Provando ad analizzare il fenomeno in maniera più lucida possibile, in realtà ha tutto perfettamente senso. La colpa, molto banalmente, è di come funziona il nostro cervello.
Immagina la scena. Sei a Medjugorje, un luogo di cui hai sentito parlare per anni, associato a eventi straordinari come apparizioni e miracoli. Chi decide di andarci ha quindi inevitabilmente una carica emotiva alta e ha il desiderio (anche se minimo o inconscio) di vedere un segnale.
Ecco. In quel momento il cervello attiva una sorta di “radar”: entra in una modalità di ricerca attiva verso gli stimoli esterni. Cose che in qualunque altro luogo diresti che sono banali coincidenze o normali fenomeni fisici, come un raggio di luce o un colpo di vento, in quel contesto improvvisamente prendono un senso diverso.
Se in quel momento stai cercando una risposta, la tua mente scarta la spiegazione più semplice e dà un significato mistico a ciò che sta vedendo.
In psicologia viene definito come bias di conferma. In poche parole, è la tendenza del nostro cervello a selezionare e valorizzare soprattutto ciò che conferma ciò che già crediamo. Crediamo che sulla collina delle apparizioni ci sia qualcosa di divino? Tutte le cose che notiamo non faranno che alimentare la nostra credenza.
A Medjugorje, il luogo per eccellenza di questo fenomeno, questa dinamica viene poi amplificata anche da altri due fattori.
Il primo è la prossimità ai simili. Molte persone viaggiano per ore insieme ad altri fedeli, parlando delle stesse storie, condividendo le stesse speranze e ascoltando le stesse testimonianze. Quando passi del tempo a stretto contatto con persone che condividono la tua stessa predisposizione, la soglia di suggestione si alza.
Il secondo fattore è la saturazione dell’ambiente. Le strade di Medjugorje sono piene di negozi con articoli sacri, i ristoranti si chiamano con nomi di santi, tutto intorno rimanda a un’unica narrazione. C’è in pratica un’assenza totale di narrazioni alternative che mettano in dubbio quello che sta succedendo.
Ma se vi dicessi che pure i social funziona in maniera piuttosto simile?
Sui social infatti c’è più o meno la stessa struttura, ma che lavora in maniera diversa.
A Medjugorje l’ambiente serve a rispondere a un bisogno di conforto, a dare risposte facili a chi cerca un senso o sta affrontando un momento difficile. Sui social, gli algoritmi prendono quella stessa fragilità umana e la usano per trattenere la nostra attenzione il più a lungo possibile.
E come abbiamo visto innumerevoli volte sempre su questa newsletter, la verità è che niente ci tiene incollati allo schermo più della paura, dell’indignazione o della rabbia.
Quando iniziamo quindi a soffermarci su contenuti che solleticano le nostre insicurezze (che si tratti di politica, soldi o temi sociali) l’algoritmo reagisce esattamente come l’ambiente di Medjugorje: toglie tutte le sfumature e inizia a riempirci il feed solo di quel tipo di contenuti.
È qui che la bolla diventa tossica.
Se a Medjugorje l’assenza di voci contrarie ti porta a vedere un segno divino in una raffica di vento, sui social l’assenza di voci contrarie ti porta a vedere un nemico in chiunque la pensi diversamente da te. Il bias di conferma ti fa smettere di analizzare ciò che leggi, diventando la “prova” che gli altri sono in malafede e che noi abbiamo ragione ad attaccare.
E arrivati a questo punto la tentazione sarebbe quella di assolvere la tecnologia dicendo che “in fondo l’uomo è sempre stato così”. Ma sarebbe una scorciatoia sbagliata.
Dire che i bias sono una dinamica umana non significa alleggerire la responsabilità delle big tech. Anzi, la raddoppia.
Luoghi come Medjugorje dimostrano che l’uomo ha da sempre la tendenza a cercarsi contesti privi di dubbio. Ma nel mondo reale per farlo serve uno sforzo: devi fare la valigia, salire su un autobus e percorrere centinaia di chilometri. Ci sono dei confini fisici e temporali che rallentano il tutto.
La responsabilità delle piattaforme sta nell’aver preso questa debolezza cognitiva e averla trasformata in un modello di business. Gli algoritmi hanno sfruttato un nostro comportamento, scalandolo su scala globale.
Andare in un posto del genere è servito a ricordarmi proprio questo: se nel mondo analogico per entrare in una bolla dobbiamo attivarci e metterci in viaggio, sul digitale ci siamo già dentro senza nemmeno esserci mossi dal divano.
La differenza quindi non sta solo nella nostra mente, ma soprattutto in chi ha deciso di monetizzare le nostre fragilità rendendole sistemiche.
Alla fine, il viaggio a Medjugorje mi ha insegnato che per uscire da una “bolla analogica” basta semplicemente prendere un aereo e tornare a casa. Per uscire da quella digitale, invece, dobbiamo fare lo sforzo di metterci, ogni tanto, in discussione.
Perché Medjugorje resta un posto speciale che possiamo visitare per cercare risposte. Ma i social sono il luogo in cui viviamo ogni giorno, ed è lì che dobbiamo stare attenti a non smettere di farci le giuste domande.
Ci sentiamo la prossima settimana :)
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