Benvenuti nella newsletter di LumiMed! Qui trovate una rassegna stampa settimanale con le principali notizie della sanità europea e internazionale, qualche aggiornamento su che cosa succede in casa nostra e alcuni link a risorse utili per chi lavora nel settore sanitario e della salute
In questa newsletter c’è molta Africa e molta Asia: la Cina conquista un posto simbolico al vertice della ricerca oncologica mondiale, il Sudan affronta il collasso della filiera dei farmaci sotto il peso della guerra e il Kenya si oppone a un progetto sanitario voluto dagli Stati Uniti. Segnali diversi di un mondo in cui la geografia della salute sta cambiando rapidamente. Completano il quadro internazionale una promettente novità contro il tumore al pancreas e il dibattito tedesco su come finanziare il welfare in una società che invecchia.
In Italia, la Camera ha approvato il primo testo sulle terapie digitali, aprendo la strada al loro possibile inserimento nei Lea e alla rimborsabilità. Sul fronte dell’accesso, i nuovi dati Agenas sulle liste d’attesa mostrano un sistema ancora molto disomogeneo, pur a fronte di lievi miglioramenti. Per il resto, resta centrale il nodo dell’equità di accesso: dalle cure palliative, ancora lontane dalla piena applicazione della legge 38, alla salute mentale, dove solo una persona su dieci riesce ad accedere ai servizi specialistici
Buona lettura!
Si è parlato di «svolta epocale» e ha ricevuto una standing ovation all’Asco, la più grande conferenza mondiale sull’oncologia. È il daraxonrasib, una pillola quotidiana che promette di raddoppiare il tempo di sopravvivenza dei pazienti con tumore al pancreas, uno dei più letali. Le terapie esistenti per questo cancro sono poche e la maggior parte offre benefici limitati.
Nello studio di fase 3 presentato all’Asco, la pillola ha raddoppiato il tempo di sopravvivenza rispetto alla chemioterapia (raggiungendo una sopravvivenza mediana di 13,2 mesi rispetto ai 6,6 attuali) in pazienti con tumore al pancreas metastatico, causando anche meno effetti collaterali. Il farmaco ha inoltre mostrato di ritardare la progressione della malattia.
Nonostante i risultati dello studio siano davvero notevoli, il giornalista Daniele Banfi ricorda nella sua newsletter che la cura non è risolutiva: i pazienti vivono più a lungo, ma purtroppo la maggior parte non è in vita a 5 anni dalla diagnosi (oggi il tasso è dell’11-12%). E poi c’è la questione dell’accesso: negli Usa è in corso la procedura accelerata presso la Fda. In Europa il farmaco ha ottenuto lo status di farmaco orfano dall’Ema, ma non è ancora disponibile nella pratica clinica. Il via libera europeo potrebbe arrivare nel 2027: i tempi per l’Italia dipenderanno poi dalle negoziazioni su prezzo e rimborsabilità
Ha fatto molto discutere la proposta della ministra della Salute tedesca Nina Walken di aumentare il contributo delle persone senza figli all’assicurazione obbligatoria per la cura degli anziani. Gli assicurati senza figli - che già ora pagano di più - dovrebbero quindi versare un contributo complessivo del 4,3% (+0,1% rispetto alla situazione attuale) a partire dai 23 anni. Per gli assicurati con figli, rimarrebbero invece in vigore le aliquote attuali comprese tra il 3,6% e il 3,1% a seconda della prole.
L’aumento non è così significativo, almeno in termini percentuali, ma mostra una volontà di tassare maggiormente chi, secondo una sentenza del 2022 della Corte costituzionale federale, contribuirebbe meno alla sostenibilità del sistema previdenziale. La proposta riapre anche un dibattito più ampio: mentre per il sistema previdenziale avere figli rappresenta una risorsa futura, una minore crescita della popolazione è spesso indicata come uno dei fattori che possono attenuare l'impatto del cambiamento climatico.
La misura - che deve ancora essere discussa - è inserita in una riforma più ampia che punta, tra le altre cose, a ridurre il deficit di oltre 22 miliardi di euro dell’assicurazione previdenziale previsto entro i prossimi due anni, una cifra significativamente superiore rispetto alle stime.
La guerra in Sudan, che secondo l’Oms rappresenta oggi la più grave crisi umanitaria del mondo, sta creando molti problemi alla fornitura di farmaci. Il conflitto - iniziato nel 2023 - ha infatti paralizzato la produzione farmaceutica interna e fatto collassare le principali reti di distribuzione del Paese. Riempiono il vuoto reti di contrabbando che hanno inondato il mercato di farmaci non regolamentati e spesso deteriorati.
I pazienti devono quindi affrontare una doppia minaccia: costi esorbitanti e gravi problemi di qualità, poiché questi medicinali illegali risultano spesso seriamente compromessi a causa dell’assenza di adeguati sistemi di conservazione e refrigerazione. La situazione è più grave per i farmaci da somministrare per via endovenosa, come l’insulina e gli antimalarici.
La situazione è aggravata dagli attacchi contro strutture sanitarie, dai saccheggi e dalle enormi difficoltà logistiche nel far arrivare gli aiuti umanitari. Secondo un recente rapporto, a ottobre 2025 il 40% delle strutture sanitarie era fuori servizio. Il direttore generale dell’Oms, Tedros Ghebreyesus, ha richiamato la necessità di una rinnovata solidarietà internazionale e di un’azione politica e umanitaria decisiva
Abbiamo più volte parlato dell’ascesa cinese nel campo della ricerca e del biotech. Lo scorso fine settimana tutto questo è emerso con chiarezza all’Asco (il congresso mondiale di oncologia dove sono stati presentati i risultati dello studio sul pancreas): per la prima volta dal 1964, uno dei cinque interventi principali più prestigiosi della conferenza è la presentazione di uno studio clinico condotto esclusivamente in Cina. Si tratta di un farmaco (ivonescimab) per il tumore al polmone.
È il segnale che l’asse si sta spostando a Oriente: finora infatti le presentazioni riguardavano studi clinici condotti principalmente negli Usa o in Europa. Una parte di esperti teme che lo spostamento dell’innovazione farmaceutica verso la Cina comporti rischi per la ricerca, per i pazienti americani e per i lavoratori del settore. In particolare, si è preoccupati per la perdita di controllo sui nuovi farmaci. Una delle preoccupazioni riguarda la validità dei risultati ottenuti in popolazioni esclusivamente asiatiche: funzioneranno allo stesso modo sugli americani? Resta però meno discusso il tema opposto, ovvero se farmaci sperimentati principalmente su popolazioni occidentali abbiano effetti equivalenti sui pazienti asiatici.
Sebbene siano numerosi gli accordi commerciali tra grandi multinazionali farmaceutiche e biotech cinesi, ad oggi nessuna azienda cinese ha ottenuto direttamente l’approvazione di un farmaco da parte della Fda. Alcuni temono che, se le aziende cinesi assumeranno un ruolo sempre più diretto, i pazienti americani possano diventare pericolosamente dipendenti dal governo cinese per l’accesso a farmaci essenziali
Centinaia di persone hanno protestato in Kenya contro la decisione del governo statunitense di allestire una struttura da 50 posti letto all’interno di una base militare di Nanyuki (140 km a nord della capitale Nairobi) destinata a cittadini statunitensi esposti al virus Ebola ma asintomatici.
I cittadini del Kenya, Paese che finora non ha registrato contagi, non vogliono quel centro sul loro territorio, nemmeno in cambio dei 13 miliardi di dollari promessi dal segretario di Stato Usa Marco Rubio al governo. Temono per la salute pubblica. E la Corte suprema di Nairobi ha dato ragione ai manifestanti: il centro di quarantena costituisce una minaccia per la vita dei cittadini e ha chiesto la sospensione temporanea del progetto. Lunedì, durante le proteste, sono state uccise due persone: le cause della loro morte non sono state rese pubbliche.
La decisione statunitense segue la politica di non voler far entrare nessun caso sospetto di Ebola negli Usa: dal 22 maggio è stato vietato l’ingresso nel Paese a tutti i cittadini non americani provenienti da Repubblica Democratica del Congo, Uganda e Sud Sudan, indipendentemente dai sospetti di contagio
La scorsa settimana la Camera ha approvato all’unanimità il testo unico sulle terapie digitali. Ora il testo passa al Senato per l’approvazione definitiva, ma il voto della Camera rappresenta già un passaggio cruciale: apre infatti la strada all’inserimento delle terapie digitali nei Lea e quindi alla loro rimborsabilità. Confindustria Dm ha auspicato che la legge rappresenti il primo passo verso una strategia più ampia per l’integrazione dei dm digitali nei percorsi di cura e assistenza del Ssn
I nuovi dati sulle liste d’attesa pubblicati da Agenas mostrano un sistema ancora fragile e molto disomogeneo, nonostante nel primo quadrimestre del 2026 siano migliorati leggermente i tempi. Per la prima volta, inoltre, Agenas rende disponibili dati regionali e non solo aggregati a livello nazionale, con la possibilità di leggere l’andamento per anno, Regione, singola prestazione e classe di priorità. Il risultato mostra un lieve aumento della quota di prestazioni erogate entro i tempi previsti, soprattutto per visite ed esami non urgenti, ma allo stesso tempo circa 2 milioni di prestazioni continuano a non rispettare le scadenze e le criticità si concentrano proprio nelle urgenze e nelle prestazioni più complesse, con forti differenze tra Regioni. Un elemento evidenziato anche dalla Commissione europea nel suo Country Report. Nel frattempo, è pronto il Piano nazionale di governo delle liste d’attesa 2026-2028, che punta sulla centralizzazione delle agende nel Cup, sulla digitalizzazione dei sistemi di prenotazione e monitoraggio, sull’obbligo di disdetta per ridurre gli sprechi di slot e sull’introduzione di percorsi di tutela per i pazienti quando i tempi non vengono rispettati
A 40 anni dalla fondazione della Società italiana di cure palliative (Sicp), il settore ha compiuto passi importanti, ma molto resta ancora da fare. A partire dalla piena applicazione della legge 38/2010: oggi sono ancora troppi i cittadini che non ricevono quello che dovrebbe essere un loro diritto. Come ricorda Gianpaolo Fortini, presidente Sicp, «le cure palliative funzionano solo quando diventano sistema, quando sono capillari, accessibili, integrate tra ospedale e territorio, non un’eccellenza isolata in alcune città»
Giovedì 3 era il Senato ha discusso il Ddl sul fine vita: atteso da 2 anni (ne sono passati 7 dalla sentenza della Corte costituzionale sul suicidio medicalmente assistito), ha subito, come da previsione, un nuovo stop. Il principale punto di scontro riguarda il coinvolgimento diretto del Ssn nell’erogazione del trattamento. Un passaggio previsto dal testo, presentato dal Pd Alfredo Bazoli e che la maggioranza vuole evitare. Il testo torna dunque nelle commissioni riunite Giustizia e Sanità di Palazzo Madama: lì è in esame il testo di maggioranza sullo stesso argomento e sono attesi emendamenti per modificarlo. Per le opposizioni si tratta di un modo per affossare la proposta
Solo un decimo delle persone che avrebbero bisogno di assistenza per un problema di salute mentale è seguito dai centri specialistici territoriali. Che cosa accade a tutti gli altri? Una parte si rivolge al privato, ma molti altri restano senza diagnosi e cure adeguate. Per Fabrizio Starace, presidente della Società italiana di epidemiologia psichiatrica (Siep), si fa fatica ad intercettare i disturbi mentali nella fase di esordio e nel passaggio dalla neuropsichiatria infantile ai centri per adulti si perde il 40-60% dei pazienti. Tutto questo senza nemmeno toccare il tema delle Rems, le residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza che sono sempre piene. Per gli esperti servono percorsi più integrati tra ospedale e territorio (in questo le Case della Comunità potrebbero avere un ruolo importante) oltre a una maggiore collaborazione con il Terzo settore
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