A volte basta premere “pubblica”.
Quando ho aperto Il tempo di un caffè pensavo che sarebbe stato uno di quei progetti che iniziano con entusiasmo e finiscono lentamente nel dimenticatoio. Non perché non ci credessi, ma perché negli anni ho accumulato una lunga collezione di idee lasciate a metà, account aperti e poi abbandonati, tentativi che non hanno mai davvero trovato il loro posto nella mia vita.
Ero solo stanca di scrivere per algoritmi che sembravano chiedermi continuamente di essere qualcosa che non sono, di creare contenuti veloci, performativi, ottimizzati per l’attenzione e di non poter invece abitare la cosa che amo di più in assoluto: la scrittura.
Volevo un posto in cui parlare di libri, di creatività, delle difficoltà di costruirsi una vita che assomigli a quella che desideriamo.
Oggi siamo quasi 3500 e ancora faccio fatica a crederci.
Non tanto per il numero in sé, che resta comunque qualcosa di enorme per una newsletter nata praticamente per caso, ma perché dietro quel numero ci sono persone vere, persone che si prendono qualche minuto della loro settimana per leggere quello che scrivo, persone che rispondono alle newsletter raccontandomi le loro storie.
Persone che condividono gli stessi dubbi creativi, le stesse paure, gli stessi momenti in cui ci sentiamo irrimediabilmente indietro rispetto agli altri.
Ho pensato che la crescita fosse qualcosa di lineare: più pubblichi, più cresci, più sei presente, più costruisci community.
Ma non è esattamente così.
All’inizio ho fatto quello che probabilmente fanno molti quando iniziano con una piattaforma nuova: ho spinto, ho pubblicato almeno una nota al giorno, ho programmato i contenuti, ho interagito, ho cercato di esserci il più possibile. Ho aperto le mie rubriche: appunti a margine per la scrittura, con calma per la creatività, ma soprattutto un caffè con, la serie di interviste con autrici e autori emergenti di grande talento.
Poi, in un periodo particolarmente stressante della mia vita lavorativa, ho rallentato. Niente più note, niente più interazioni, solo una pubblicazione alla settimana, per rimanere fedele a chi ha scelto di leggermi.
E lì ho capito una cosa che, da social media manager, conoscevo teoricamente ma non avevo mai vissuto in modo così diretto: non è quando sei più attivo che capisci davvero cosa hai costruito, perché la community e il valore dei contenuti si rivelano soprattutto quando smetti di esserci con continuità.
In molti progetti digitali la community cresce lentamente, si stratifica nel tempo, si costruisce attraverso ripetizione e fiducia progressiva. Nel mio caso è successo qualcosa di diverso perché la crescita è stata rapida e improvvisa, e questo ha cambiato tutto, ha accelerato le aspettative, mie e di chi mi legge.
Substack, però, non si comporta come un social tradizionale. Non è un feed verticale dove la visibilità è tutto, ma uno spazio più lento, più orizzontale, più fragile e proprio per questo anche più stabile se viene costruito nel modo giusto. Qui la relazione non si basa solo sulla presenza costante, ma sull’autenticità del legame e dei contenuti.
Per questo negli ultimi mesi ho iniziato a ripensare anche il mio modo di essere presente e soprattutto che tipo di esperienza voglio che le persone abbiano quando entrano qui.
Se prima pensavo a Substack come a un progetto editoriale, oggi lo penso sempre di più come a qualcosa che sta a metà tra una newsletter, una community e un diario pubblico condiviso.
scriverei sempre pensando a una persona sola, molto specifica;
parlerei solo di argomenti che potrei sostenere per ore senza annoiarmi, perché la durata nel tempo non si costruisce sull’interesse momentaneo ma sulla profondità;
creerei piccoli appuntamenti ricorrenti, perché le persone si affezionano alle abitudini;
userei le note per promuovere, ma soprattutto per aprire conversazioni e spunti di riflessione ineerenti ai temi trattati negli articoli;
Non ero pronta quando ho aperto questa newsletter, ma raramente siamo pronti quando dobbiamo uscire dalla nostra comfort zone. Probabilmente non sarò pronta per molte delle cose che farò nei prossimi mesi, ma ormai ho imparato che aspettare di sentirsi pronti è spesso solo un modo elegante per rimandare.
Per gli amanti delle liste come me, due brevi elenchi che potrebbero tornarvi utili:
avere un logo e un nome perfetti;
sapere esattamente di cosa parlare;
preoccuparmi troppo della lunghezza dei testi e del loro aspetto grafico;
pianificare sempre tutti gli articoli.
pubblicare con continuità;
avere rubriche riconoscibili e di reale valore;
essere presenti nelle note;
non concentrarmi sui risultati ma sull’autenticità degli scritti;
rispondere ai commenti e interagire con la community;
leggere gli altri e farsi ispirare.
La verità è che pensavo di stare costruendo una newsletter, invece ho creato uno spazio in cui poter parlare di libri, di scrittura con tutte le sue incertezze, della sensazione continua di blocco e ritardo, scoprendo che dall’altra parte ci sono persone che si sentono esattamente allo stesso modo.
Tre mesi dopo continuo a non avere un piano preciso.
Non so dove sarà Il tempo di un caffè tra altri tre mesi, né tra un anno, ma forse è proprio questo il bello: continuare a presentarsi ogni settimana, continuare a scrivere, continuare a costruire qualcosa anche quando non si vede ancora perfettamente la destinazione.
Se sei qui dal primo articolo, grazie.
Se sei arrivato ieri, grazie lo stesso.
Ci prendiamo questo tempo insieme, il tempo di un caffè.
Se sei qui da un po’, che cosa ti ha fatto decidere di restare?
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