Normalmente quando esco dal cinema succede sempre la stessa cosa: io e l’amica con cui ho visto il film iniziamo a parlarne già mentre scorrono i titoli di coda:
“Ti è piaciuto?”
“Sì/No.”
“Anche a me.”
“Quel finale però...”
“I costumi…”
“Eh sì.”
Cinque minuti dopo siamo già a parlare di dove andare a mangiare e la discussione finisce lì. Ognuno torna a casa con la propria interpretazione, che spesso rimane la stessa con cui è uscito dalla sala.
E fino alla settimana scorsa pensavo fosse il modo normale, giusto, di vivere un film e andare al cinema.
Poi sono andata al movie talk organizzato dopo The Odyssey di Christopher Nolan, al Colosseo di Milano con Marta Perego, Alessio De Santa e Valeria Locati e ho capito che forse mi sono sempre persa metà dell’esperienza.
Mi spiego meglio. Il film è finito ed ero entusiasta: non era stato troppo nolaniano e quindi avevo seguito perfettamente tutta la storia, avevo apprezzato l’atmosfera, la fotografia, gli attori, il modo in cui mi ero sentita dentro qualcosa di enorme trattandosi di una storia epica, ma allo stesso tempo anche dentro qualcosa di estremamente umano viste le inquadrature e la centralità singola dei personaggi.
Ero convinta di avere un’opinione abbastanza definita, poi è iniziato il talk.
Nel giro di un’ora quella certezza si è sgretolata.
Qualcuno ha fatto notare come la figura di Circe fosse stata semplificata rispetto al poema e trasformata nella vecchia idea di strega amareggiata. Qualcun altro ha parlato dell’assenza di alcuni passaggi fondamentali per comprendere davvero il senso di colpa di Ulisse. Si è discusso del momento in cui il film sembra iniziare davvero a condannare la guerra e se quella presa di posizione fosse presente fin dall’inizio oppure arrivasse troppo tardi. Mancava Nausica, il trucco di “Nessuno” con Polifemo, la presenza imprescendibile degli Dèi. Si è parlato di epica, di psicologia, di costruzione narrativa, della memoria, dei personaggi femminili.
E così non è che ho cambiato idea, ma ho iniziato a vederlo da più angolazioni.
Ho adorato l’accento che Alessio De Santa ha dato sulla genialità di alcune scene di Nolan, come il modo in cui Circe trasforma gli uomini in maiali (no spoiler), come in Oppenheimer c’era una scena dove il protagonista si vede con un piede dentro un cadavere quando realizza la portata delle sue azioni.
La parte più interessante, però, è stata ascoltare sì persone competenti, ma anche il pubblico. Persone che non conoscevo. Persone che avevano visto esattamente lo stesso film che avevo visto io e che, in qualche modo, avevano assistito a un’opera completamente diversa.
Viviamo in un periodo storico in cui ci sembra di discutere continuamente ma, in realtà, ci limitiamo a esporre opinioni. E sono due cose molto diverse: esporre un’opinione significa dire quello che pensiamo, discutere significa lasciare aperta la possibilità che, tra un’ora, penseremo qualcosa di diverso.
Non succede spesso perché cambiare idea ci mette in una posizione scomoda, significa ammettere che non avevamo visto tutto, che qualcun altro ha notato qualcosa che ci era sfuggito, che la nostra lettura non era sbagliata, ma incompleta.
E poi, c’è quel senso d’ineguadezza e stupidità. Per buona parte del talk mi sono sentita la persona meno preparata della sala.
Ascoltavo riferimenti all’epica, alla costruzione narrativa, alla psicologia dei personaggi, alla storia della guerra, e continuavo a pensare: “Io questa cosa non l’avevo minimamente notata.”
La mia prima reazione è stata quella che abbiamo probabilmente tutti quando ci troviamo davanti a qualcuno che conosce un argomento meglio di noi: sentirmi un passo indietro. Come se il fatto di non avere la stessa quantità di informazioni significasse avere meno diritto di partecipare alla conversazione.
Poi però ho pensato che forse è esattamente questo il motivo per cui vale la pena frequentare persone più competenti di noi. Non perché debbano dimostrarci quanto ne sanno, né perché noi dobbiamo uscire da una stanza sentendoci più intelligenti di prima, ma perché ogni volta che qualcuno ci mostra qualcosa che non avevamo visto ci regala un nuovo modo di guardare il mondo.
In fondo, la curiosità nasce proprio dal momento esatto in cui ci rendiamo conto di non sapere.
L’altro giorno mi è successa la stessa cosa. Non in una sala cinematografica, ma seduta attorno a un tavolo durante l’incontro del club del libro di Cecilia - Carovana Letteraria.
Avevamo letto Peyton Place di Blackie Edizioni.
Cecilia ha fatto notare quanto fosse evidente che quel libro fosse stato costruito ben oltre quello che poi compare davvero sulla pagina. Che l’autrice conoscesse la vita dei suoi personaggi e la città molto più di quanto avesse deciso di raccontare. È una tecnica che conosco, da scrittrice la uso a volte anch’io, eppure non mi era mai capitato di riconoscerla con così tanta chiarezza mentre leggevo un romanzo.
Poi la discussione si è spostata sui personaggi, perché il club era diviso tra chi li trovava poco approfonditi e vedeva in questo uno dei limiti del libro e chi, invece, ha fatto notare quanto fossero straordinari proprio coloro che comparivano per poche pagine ma sembravano già avere una vita intera alle spalle. La moglie del pastore, arrabbiatissima in tre righe. La moglie dell’avvocato dell’accusa che si convince che il marito abbia una relazione con l’accusata soltanto perché si rifiuta di trasformare il carneficie in vittima.
Ciò che mi ha colpito è che quelle riflessioni le avevo già da qualche parte dentro di me, ma è stato sentirle pronunciare ad alta voce da altre persone a renderle finalmente nitide.
Così, uscendo da questa settimana caotica piena di incontri speciali, ho deciso che da ottobre inizierò a frequentare il Cinebookclub. E continuerò a frequentare la Carovana Letteraria.
Non tanto per vedere i film e leggere i libri, ma perché mi sono resa conto che mi piace l'idea di continuare a parlarne anche dopo che sono finiti. E, forse ancora di più, mi piace l'idea di conoscere persone con cui poter parlare di storie, libri, cinema e di tutto quello che nasce quando qualcuno guarda la stessa cosa da un punto di vista completamente diverso.
È anche per questo che continuo a credere così tanto nei club del libro, nei movie talk e, in fondo, anche in questo spazio, non perché qualcuno debba convincere gli altri della propria interpretazione, ma perché le storie, quando vengono condivise, smettono di appartenere soltanto a chi le ha scritte.
Forse scambiarsi opinioni non è affatto overrated. Forse è per questo che continuo a cercare spazi come questo. Un movie talk, un book club, una newsletter. Luoghi in cui le storie non vengono archiviate appena finiscono, ma continuano a vivere nelle domande, nelle interpretazioni e nelle conversazioni che aprono.
Perché, a volte, la parte più bella di un libro o di un film non è quella che viviamo da soli, ma quella che scopriamo quando qualcuno ci mostra un dettaglio che non avevamo visto.
Ci prendiamo questo tempo insieme, il tempo di un caffè.
Fai parte di un club? Come vivi la visione di film e la lettura dei libri, da solo o in compagnia?
Gli ultimi articoli di questo mese:
Grazie per aver letto Il tempo di un caffè. Se ti ha intrattenuto, mi farebbe piacere se ti iscrivessi, mettessi like, condividessi o lasciassi un commento. Significa molto per me!
Se ti va, seguimi su Instagram e TikTok per altri contenuti di @lucyinpages

Comments
Nothing yet. Say the first thing.
Sign in to join the conversation.