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Librobreve · Jul 26, 2026

Filosofia della relazione di Édouard Glissant (Mimesis)

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Librobreve · Librobreve

“Relazione” è senza dubbio una delle parole dell’ultimo secolo completo: nella scienza, nella narratologia, in filosofia o in sociologia, pare che non possiamo muoverci senza mettere sul piedistallo questa parola, unico chiavistello da sollevare per capirci qualcosa, in qualsiasi settore della conoscenza. Di fatto, non è così dal Novecento, ma senza dubbio la ribalta se l’è conquistata, forse definitivamente, durante il Ventesimo secolo, probabilmente con la complicità di grandi avvenimenti della scienza e del pensiero con cui questo si è inaugurato (la stessa teoria della relatività inaugura il secolo già nel 1905). Édouard Glissant (1928-2011), scrittore, poeta e saggista antillano di lingua francese, ci aveva consegnato nella sua opera principale, Poetica della relazione (in italiano da Quodlibet), l’ulteriore consapevolezza che l’identità si può costruire nella relazione, in quel processo definito “creolizzazione”, dove il contatto, la mescolanza, l’incontro ci portano verso una concezione di arcipelago del mondo dove insiste un diritto all’opacità dell’individuo. Non esiste alcun continente omogeneo né un insieme di identità trasparenti e traducibili, esiste invece una costellazione di singolarità in relazione, separate e connesse insieme, come isole separate e connesse dal mare, senza confondersi. L’arcipelago esprime una pluralità non totalizzante, mentre l’opacità tutela il diritto di ogni realtà a non essere interamente penetrata o ridotta a schema. Da qui deriva un’etica della relazione fondata sul riconoscimento di una distanza irriducibile che rende davvero possibile l’incontro (che è anche, e forse soprattutto, un’accettazione del residuo di incomprensibilità reciproca).

Di quasi vent’anni successivo alla Poetica della Relazione è Filosofia della Relazione pubblicato da Mimesis (pp. 144, euro 16, a cura di Renato Boccali). L’arcipelago concettuale qui puntella il Tutto-mondo (che è anche un titolo di Glissant, proposto in italiano da Edizioni Lavoro nel 2007), il rizoma di Deleuze e Guattari, il tremore, l’erranza, l’opacità, gli immaginari, la creolizzazione e appunto la relazione e riprende a distanza di anni, sotto l’egida della filosofia e non più della poetica, le linee di forza dell’opera precedente, obbligandoci anche a fare una fulminea torsione di sguardo che raramente ci capita: quanto poetica e filosofia sono connesse ab ovo? Quanto e quando la poesia stessa è accettazione o ricusa di qualsiasi posizione totalizzante del sapere? Lo stesso curatore, Renato Boccali, ci offre una chiave interessante per avvicinare poetica e filosofia:

Del resto, un’analisi lessicale delle opere dell’autore rivela facilmente la ricorrenza di termini connessi all’atto dell’intrecciare: tissage (tessitura), entrelacs (intreccio), trames (trame), nœuds (nodi), enchevêtrements (grovigli, ammassi), tissu (tessuto), fils (fili) ecc. La filosofia della relazione si rivela quindi una filosofia della tessitura intesa come processo di riconnessione, ritrasmissione e correlazione (relato) possibile solo sulla base di un instancabile lavoro poetico che, partendo dal singolo essere-come-ente, produce sempre nuove forme di soggettivazione collettiva, su cui la filosofia può riflettere e la politica operare.

La riscoperta di Glissant, se così si può definire, si innesta in una certa stanchezza ermeneutica e saturazione del filone dei postcolonial studies. Identità e comprensione sono forme di violenza, nella loro staticità. Esistono quindi modelli di pensiero che non hanno portato ai margini forme diverse da quella umana e che ci possono aiutare come antidoto ai tanti veleni umani che ogni giorno corrodono. Degna di nota è la cascata testuale di Glissant: il suo testo è fatto di ricognizioni, sopralluoghi, aperture e ritorni, frammenti aforistici.

Il pensiero dell'erranza non è il disperato pensiero della dispersione, ma quello degli incontri non prestabiliti, attraverso i quali migriamo dagli assoluti dell'Essere alle variazioni della Relazione, dove si rivela l'essere-come-ente, l'indistinguibilità dell'essenza e della sostanza, della dimora e del movimento. L'erranza non è esplorazione, coloniale o meno, né abbandono all'errare. Sa essere immobile e trascinare con sé.

Il mondo, immediatamente ignoto.

Attraverso il pensiero dell'erranza rifiutiamo le radici uniche che uccidono ciò che le circonda: il pensiero dell'erranza è quello delle radici solidali e delle radici a rizoma. Contro i mali dell'identità come unica radice, esso è, e rimane, il motore infinito dell'identità relazione. L'erranza è il luogo della ripetizione che predispone quelle infime (infinite) variazioni in grado di rivelarla come un momento della conoscenza. I poeti e i narratori si dedicano istintivamente a questa delicata arte della lista (attraverso variazioni in accumulo), che ci fa vedere la ripetizione non come un inutile raddoppio.

Nell’epoca della spacconaggine, Glissant recupera anche il kierkegaardiano “tremore”, come un vacillare davanti a paura, apprensione, dubbio, ambiguità. Il suo lascito, a quindici anni dalla morte, vibra nel tutto-mondo e tutto-nulla che stiamo attraversando. E in quest’era di Large Language Model la sua prosa spaccata e rintoccante apre a nuove possibilità di pensiero che non siano probabilistiche, statistiche, stocastiche.

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