Avevamo lasciato Maria Anna Mariani al recente L’Italia e la bomba (Il Mulino), uno studio che lo scorso anno ha intersecato molto bene anniversari, sconquassi geopolitici in essere e tensioni atomiche ricorrenti, mostrando però, in verità, la perpetuità della questione iniziata con la bomba sganciata su Hiroshima e Nagasaki (anche nei periodi apparentemente silenti), in efficace dialogo con le opere di Morante, Moravia, Calvino, Pasolini e Sciascia. Mariani, che insegna letteratura italiana alla University of Chicago, ci aveva consegnato in precedenza studi sull’autobiografia contemporanea, Sull’autobiografia contemporanea. Nathalie Sarraute, Elias Canetti, Alice Munro, Primo Levi (Carocci, 2012) e all’autore torinese aveva dedicato anche un saggio che lo raccorda alla figura e all’opera controversa di Anna Frank, Primo Levi e Anna Frank. Tra testimonianza e letteratura (Carocci, 2018). Sul lato della scrittura di invenzione, avevamo potuto fare nel 2017 la scoperta di una prosa tattile nel diario dell’esperienza di insegnamento in Asia, Dalla Corea del Sud. Tra neon e bandiere sciamaniche (Exorma), e con Voci da Uber. Confessioni a motore (Mucchi, 2019), testo-esperimento tra gig economy e small talk di una breve corsa Uber, avevamo notato come si potesse fare con la scrittura qualche cosa di simile a quanto fa Sophie Calle in ambito di performance artistica.
Questo paragrafo iniziale, più che un rapido ripasso editoriale sull’autrice, è utile a introdurre la nuova ricerca in lingua inglese e in ambito prettamente anglosassone (anche gli autori qui contenuti lo sono) che l’editore Cambridge University Press rende ancora disponibile per qualche giorno, in download gratuito, prima di passare alla versione a stampa. Nel lavoro dal titolo faulkneriano As I Write Dying. Memoirs of the End, qui disponibile e scaricabile, avviene lo spoglio di una forma di scrittura che è emersa di recente nel percepito di tutti: la scrittura della malattia terminale. Gli interessi teorici dell’autrice (autobiografia, memoir, testimonianza, sperimentazione, e anche performance, forse) convergono allora in questo ultimo breve lavoro in ciò che, con inevitabile neologismo, è diventato “autotanatografia”, parola che rende l’idea se non fosse che, per quanto terminale, quel segmento “tanato” che ha sostituito “bio” è pur sempre vita. Difatti, l’accento dell’autrice nulla aggiunge alla morte, ma è tutto racchiuso nel processo di avvicinamento a questa. Come dire che, in epoca moderna, da La morte di Ivan Il’ič, c’è spazio per chi voglia provare a dire qualcosa su questo segmento prossimo al morire.
Mariani analizza un corpus di memoir terminali scritti e pubblicati in forma seriale da scrittori e giornalisti anglofoni dagli anni Novanta a oggi. Tra gli autori figurano nomi più o meno noti al pubblico italiano: Christopher Hitchens (Mortality), Oliver Sacks (My Own Life), Jenny Diski (In Gratitude), Ruth Picardie (Before I Say Goodbye), John Diamond (C: Because Cowards Get Cancer Too), Tom Lubbock (Until Further Notice, I Am Alive), Peter Schjeldahl (The Art of Dying), Anne Boyer (The Undying), Clive James (con le rubriche sul proprio trattamento), Mike Celizic (il suo blog online), Pia Pera (Al giardino ancora non l’ho detto), oltre a riferimenti a Italo Svevo (“Le confessioni del vegliardo”), Natalie Sarraute (The Use of Speech) e Simon Boas (A Beginner’s Guide to Dying). Tranquilli, a dispetto di quest’ultimo titolo, nessuno e nulla insegna a morire, ed è bene tenerlo a mente leggendo queste pagine. Questi testi condividono la scelta di narrare il proprio morire in tempo reale, spesso a puntate, trasformando la malattia terminale in una forma pubblica di autothanatography: una scrittura del sé che invece di mirare alla guarigione o alla resilienza (questa parolina passe-partout che ci ha forse stancato), punta diritta alla testimonianza del progressivo restringersi del corpo, del linguaggio e del futuro.
Dal lato filosofico, Mariani mette in dialogo questi memoir con una tradizione che va da Epicuro a Heidegger, Freud, Jankélévitch, Blanchot e Derrida, per mostrare come la morte sia stata a lungo pensata come irrapresentabile in prima persona: del resto se ci sono io, non c’è la morte e se c’è la morte, non ci sono io. A questa linea si aggiungono, implicitamente o esplicitamente, Frank Kermode e Peter Brooks (sul rapporto fra trama e fine), Walter Benjamin (sulla narrazione e la morte), Gilles Deleuze (il celebre studio L’épuisé, ovvero “L’esausto”, sull’esaurimento del possibile in Beckett), Jean Starobinski (sulla crisi come motore dell’autobiografia), Reinhart Koselleck (sulla semantica del tempo storico), Hannah Arendt letta da Adriana Cavarero (sulla possibilità di dire una vita di qualcun altro). Potrebbe colpire l’assenza di riferimenti a Ivan Illich. In ogni caso, attraverso questi riferimenti, Mariani sostiene che i memoir terminali non risolvono il paradosso filosofico della morte in prima persona, ma lo abitano: mostrano che il soggetto può narrare il proprio morire come processo, trasformando l’impossibilità metafisica in una grammatica del morire fatta di frasi interrotte, ripetizioni, perdita del futuro e di una quasi turbante persistenza della voce.
L’ipotesi storica di fondo è che questo genere sia diventato possibile grazie alla convergenza di due processi: da un lato, la medicina diagnostica contemporanea, capace di rendere visibile e relativamente prevedibile la progressione della malattia (del celebre mors certa, hora incerta è diventata solo un po’ più certa anche l’ora) e dall’altro lato la trasformazione dei media, inclusi i cosiddetti media sociali, sempre più orientati alla serialità, alla confessione personale e all’economia dell’attenzione (e questo approccio di Mariani potrebbe essere benissimo mutuato su una presa diretta del morire nei social media, a voler cimentarsi).
Questa edizione contemporanea del romanzo d’appendice, questo broadcasting del sé morente (a proposito: è più corretto dire sé o io morente?) rientra nel filone delle “Health Humanities”, come apprendiamo dalla copertina. Al di là di un certo scetticismo che, da uomini della strada, potremmo serbare nei confronti di questa parcellizzazione delle humanities, quanto Mariani pone in evidenza ci riguarda, a prescindere da quali autori tocchi lo spoglio di testi: quando il possibile si esaurisce, resta la necessità di continuare a parlare, anche se non c’è più una storia da sviluppare e vi è una temporalità nuova, determinata da una diagnosi ineludibile. Di qui scaturisce qualcosa che non è l’ars moriendi dei manuali di secoli addietro, ma una vendetta di quella violazione del paradossale groviglio di passato-presente-futuro di cui siamo fatti. Quando il futuro si elide e si comprime, a seguito di una diagnosi terminale, passato e presente possono prendere il sopravvento nelle parole e anche nella scrittura, ma l’impasto temporale di cui siamo fatti resta così, in fondo uno e trino. E di questo impasto e della sua mutazione nella scrittura ci parla con sagacia questo breve studio.

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