Lettera Savej è la newsletter della Fondazione Enrico Eandi. Pubblichiamo Rivista Savej, curiamo le Edizioni Savej, realizziamo progetti all’incrocio tra cultura piemontese e digitale come il Dizionario Elettronico Piemontese e altri.
— RIVISTA SAVEJ
Quante erano davvero e cosa raccontano oggi del Medioevo albese
Mi stampai nella testa i campanili e le torri e lo spesso delle case, e poi il ponte e il fiume, la più gran acqua che io abbia mai vista.
Queste sono le parole che Beppe Fenoglio attribuisce al protagonista della Malora, Agostino, nel momento in cui egli ammira per la prima volta, davanti a lui, la capitale delle Langhe. Il breve romanzo è ambientato durante il Ventennio, ma l’immagine che cattura l’attenzione del povero servo langhetto trova una curiosa corrispondenza con quella evocata, secoli prima, da un uomo ben diverso. Mi riferisco al comandante capo della section topografique dell’armée d’Italie napoleonica che, nel 1796, occupa la città di Alba. La sua relazione recita così:
On trouve des fragments d’habitations d’époques très differentes; un nombre considérable de tours donnent à ce massif de bâtiments un aspect assez particulier, que fera toujours reconnaître Alba au milieu d’elles des portrait de plusieurs autres villes.
È evidente quanto il generale francese, Joseph François Marie de Martinel, sia stato colpito dalla vista del profilo della città, con quelle torri che, a suo parere, avrebbero reso per sempre riconoscibile il centro di Alba.
Ancora oggi le torri medievali di Alba continuano a connotare in maniera indelebile il paesaggio urbano cittadino e, nel corso del tempo, molto si è raccontato a proposito delle loro funzioni o del loro numero originario. A volte a sproposito.
Ricordo molto bene come, anni fa, quando mi accingevo allo studio della storia della città, di essermi imbattuto in materiali ormai datati, spesso di carattere turistico, in cui si ricordava come Alba, nel suo glorioso Medioevo, avesse annoverato ben cento torri: “la città delle 100 torri”. Questo è stato il soprannome della città, fino a quando lo sviluppo dell’enogastronomia locale ha spinto visitatori e visitatrici ad accostarla al vino e al tartufo e non alle sue vette architettoniche.
Ad Alba, cento torri non sono mai esistite.
La città, fondata dai Romani nel I secolo a.C., era sopravvissuta a stento a quei cinquecento anni di epidemie e invasioni che corrispondono all’Alto Medioevo. Nonostante tutto ciò, la presenza della diocesi e delle mura di origine romana le avevano consentito di sopravvivere. A partire dal X secolo, grazie anche a fattori climatici, Alba sarebbe risorta, con la graduale costruzione di torri, chiese e diversi altri edifici che le avrebbero consentito di raggiungere l’apice del suo sviluppo, fino alla rovinosa sconfitta di Roccavione del 1275.
In ogni caso, nonostante la sua fioritura, la città non avrebbe mai raggiunto le vette di altri comuni medievali più noti. In fin dei conti, Alba era accerchiata da città più potenti, come Asti e Genova, e da marchesati ambiziosi come quello del Monferrato o quello di Saluzzo, senza considerare quel coacervo di signori rurali, come i Ceva o i Del Carretto che avrebbero costruito rapporti cangianti con il centro urbano. Qualche secolo dopo, in questo grande gioco a cui presero parte anche i Visconti di Milano e gli Angioini di Francia, si sarebbero inseriti i Savoia, che avrebbero ottenuto la capitale langhetta nel 1630. In una città con tutte queste difficoltà, così preoccupata di salvaguardare la propria autonomia, è difficile immaginare cento torri.
Nei secoli bassomedievali, proprio a causa degli ingombranti vicini, Alba dovette esercitare molta diplomazia nei loro confronti. A chi scrive piace immaginare che all’ombra di queste torri si siano svolte innumerevoli trattative atte a salvaguardare le libertà comunali. Le torri non erano comunque poche, una trentina, per una città che all’apice del suo sviluppo poteva contare circa 7 mila o 8 mila abitanti. Purtroppo, solamente alcune possono ancora essere ammirate dalla superficie: dalla torre Sineo alla torre Bonino, dalle torri di casa Astesano alla casa-torre Riva, da quella di palazzo Mermet a quella abbassata del palazzo De Magistris o a quella di palazzo Ravinale. Le altre sono note a livello archeologico, grazie ai numerosi scavi che sono stati intrapresi soprattutto negli anni Novanta, e a livello iconografico, come le tavole ottocentesche di Clemente Rovere.
Con la loro forma slanciata verso l’alto, le torri sono il simbolo dell’importante capitolo comunale della storia medievale di Alba. All’inizio del Trecento, Alba era quindi una città ricca di torri che sfidavano il cielo di Langa, mentre i nobili si contendevano il potere grazie alle armi di ferro e a quelle dialettiche, queste ultime non necessariamente più indulgenti delle prime.
Ma quando è nato il libero Comune di Alba?
La città ha iniziato a godere di una certa autonomia politica, come diversi altri centri dell’Italia centro-settentrionale, dopo la pace di Costanza del 1183, quando l’imperatore Federico Barbarossa concesse maggiori libertà alle città italiane che avevano sete di autonomia. Anche nel caso di Alba, gli accordi siglati presso la città svizzera sarebbero stati decisivi, sebbene una sua autonomia sia già datata al 28 maggio 1170, quando gli Albenses e gli Astigiani si impegnarono in protezione e aiuto reciproco.
Tra le fonti scritte più importanti che consentono di studiare la storia delle torri medievali di Alba si deve annoverare il cosiddetto “Libro della Catena”: un volume in pergamena, con una legatura in cuoio su tavolette di legno, il cui nome è dovuto alla catena con cui veniva legato al banco sul quale era esposto per la consultazione, al riparo dei portici della cattedrale di San Lorenzo. Esso raccoglie la legislazione medievale di Alba, con alcune integrazioni cinquecentesche. Nel testo sono presenti anche riferimenti alle torri cittadine e, tra le sue pagine, emergono varie annotazioni curiose, come il divieto di catturare i volatili che si posavano sulle torri. Invece, nel secondo capitolo si trova una sorta di tutela della proprietà privata, poiché si specifica come il Comune non possa obbligare nessun proprietario a prestare la propria torre per rinchiudervi ladri o delinquenti. Un’altra fonte di primaria importanza è il catasto cittadino del 1560 che consente di registrare l’evoluzione del centro urbano tra l’autunno del Medioevo e l’inizio dell’età moderna.
— LIBRERIA SAVEJ
Un percorso tra parole e immagini sui sentieri della memoria: dal centenario di Beppe Fenoglio alle stragi naziste dimenticate, dai passeurs contrabbandieri tra Francia e Italia alla toponomastica dei monti piemontesi. Rivista Savej 8 è in tutte le edicole del Piemonte, oppure in vendita su questo sito!
— DISSIUNARI (a cura di Massimo Bonato)
Se c’è una figura che si è affacciata almeno una volta ai sogni di un bambino, questa è la “masca”. Strega, fattucchiera, megera dotata di poteri magici e protagonista di molti racconti popolari, sempre in bilico tra l’atto malvagio e il capriccioso dispetto. La masca è una figura antica il cui nome si perde nella notte dei tempi. Se è infatti sicuro che il termine sia presente già sin nel latino, non è però affatto sicuro che la sua origine sia indoeuropea, e come dunque fino al latino sia giunto.
Le teorie etimologiche dipendono quindi da questa incertezza di fondo. Potrebbe derivare sì dalla forma arcaica di protoindoeuropeo *mezgwfino al germanico *maska (“maschera”) e di qui al piemontese attraverso i Longobardi. Ma potrebbe altrettanto verosimilmente provenire da una forma preindoeuropea, che più direttamente recava in sé il significato di “scuro”. Accolto dal latino mascame diffusosi con il significato di “figura demoniaca nera” e poi “maga, strega” proprio nei territori occitani, piemontesi e liguri, attraverso l’antico francese mascurer (“scurirsi, annerirsi la faccia”… non viene subito da pensare a quel prodotto usato quotidianamente da tante donne, il “mascara”?).
Alla “masca” si comincia a dar forma giuridica sin dall’Editto di Rotari (643 d.C.) con il significato definitorio di strega: Si quis eam strigam, quod est Masca, clamaverit (“Se la chiamano strega è perché è una masca”) giungendo anche in italiano fino a noi con l’aggettivo mascagno, dal significato di “furbo, astuto, malizioso”. “Strega” rimarrà l’attributo di questa fattucchiera sempre in bilico tra l’essere maligno e la befana capricciosa e dispettosa, per una credenza meno malevola di quella che sino al Cinquecento portò al rogo diverse donne con l’accusa appunto di essere masche, streghe. Come capitò a Micillina, arsa sul rogo il 29 luglio del 1544 su un poggio del Roero dove ancora oggi esiste un Bric dla masca Micillina a ricordare la sventurata, o prima di lei le tre donne bruciate nel 1472 a Forno Rivara, o nel 1474 a Prà Quazzoglio, nel Canavese e le innumerevoli altre finite sotto il cupo sguardo dell’Inquisizione. La realtà era molto diversa dalla credenza che le masche potessero non solo volare, sparire e ricomparire dove desiderassero, ma anche essere immortali. Immortalità bizzarra però, soggetta alla malattia e all’invecchiamento, cosicché una masca risultasse giovane soltanto se in giovane donna si trasformava per apparire ai malcapitati. Del resto però, la masca, seppur figura maligna e demoniaca, rimane una donna del popolo, che frequenta la messa e riceve come tutti i sacramenti; anche se poi si crede possa maledire i bambini, provocare danni a persone o cose – specie i raccolti – determinare il clima.
Chi pensa che masca derivi da una più distante fonte araba, masakha, che significa “trasformare in animale”, giustifica almeno in parte la comune caratteristica delle masche di trasformarsi in mosconi, vipere, o in gatto, l’animale prediletto dal demonio. Come la Splorcia della val d’Ossola, che si presentava come un piccolo mostro dal muso di maiale, ali da pipistrello e zampe di rospo, una sorta di ornitorinco nostrano. L’ineffabile masca delle credenze popolari ha assunto forme e modi diversi a seconda delle aree– Langhe e Roero, Monferrato, Valli di Lanzo o Canavese, valli del Cuneese o l’Alessandrino ecc. – sempre inafferrabile nei suoi voli notturni finì tragicamente per diventare l’attributo di donne molto più realmente perseguitate, incarcerate, torturate e assassinate sul rogo in nome della superstizione e del pregiudizio.
— PIEMUNTEIS.IT
— COSE MOLTO PIEMONTESI
Collaboratrice di Rivista Savej, Cristina Natta-Soleri ha curato per Allemandi Editore il volume Richi Ferrero. Dal teatro di ricerca all’arte pubblica, presentato con grande successo il 15 giugno all’Hiroshima mon Amour di Torino. Il libro ripercorre oltre cinquant’anni di attività di Richi Ferrero, artista che ha saputo attraversare e contaminare teatro sperimentale, arti visive, regia e installazioni urbane. Attraverso saggi critici e una conversazione con Danilo Eccher, il volume offre uno sguardo approfondito su un protagonista della scena culturale italiana, capace di trasformare lo spazio pubblico in luogo di ricerca e di dialogo tra i linguaggi artistici.
— EDIZIONI SAVEJ
“Sebben che siamo donne,
Paura non abbiamo.”
Molte sono le donne piemontesi che, nella loro dimensione individuale o in quella collettiva, hanno contribuito al raggiungimento di importanti traguardi sul lungo percorso dell’emancipazione. Letterate, artiste, imprenditrici, operaie, partigiane, mondine… in queste nove storie scopriamo il coraggio e la forza dell’“anello forte”, a cui ispirarci ogni giorno.
Tra queste pagine traspaiono la tenacia e il coraggio, l’intelligenza e l’entusiasmo creativo, la grande generosità e la voglia di cambiamento delle donne piemontesi che per questi valori hanno combattuto e anche vinto. Traguardi sociali scaturiti dall’unione e dalla solidarietà tra donne, un concetto riportato nell’illustrazione di copertina, ideata da Elisa Talentino, in un’unione di forze metaforicamente rappresentata da un tiro alla fune infinito che travalica secoli e confini.
Grazie per aver letto fin qui! Conosci qualcuno che potrebbe essere interessato a questa mail? Inoltragliela!
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