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Lettera Savej · Jun 17, 2026

Il coraggio di resistere, la passione per raccontare

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Fondazione Enrico Eandi · Lettera Savej

Lettera Savej è la newsletter della Fondazione Enrico Eandi. Pubblichiamo Rivista Savej, curiamo le Edizioni Savej, realizziamo progetti all’incrocio tra cultura piemontese e digitale come il Dizionario Elettronico Piemontese e altri.

— RIVISTA SAVEJ
Il coraggio di resistere, la passione per raccontare
Adriana Filippi, “Malinconie del secondo autunno”, 1944, olio su tela, cm 40x50.

Il contributo di Adriana Filippi, fra pittura e prosa

Adriana Filippi è stata insegnante e pittrice ed è ricordata come una war artist, un’artista di guerra. Oggi siamo abituati a vedere, purtroppo quotidianamente, immagini di guerra ma non era così comune cento anni fa. Fino alla Prima guerra mondiale la guerra non entrava nelle città, il 90% dei morti durante un conflitto erano militari caduti sui fronti e sui campi di battaglia. Oggi il 90% dei caduti è civile. Adriana Filippi ebbe la prontezza e l’animo di riprodurre su tele e su fogli, con tecniche pittoriche varie, quello che stava vivendo. Anche sotto i bombardamenti aerei.

Dare una definizione ad Adriana Filippi non è cosa scontata. Torinese di nascita e di formazione, ottenne il diploma magistrale che le permise di diventare insegnante delle scuole elementari. Siamo di fronte a una donna, classe 1909, piena di passione e talento artistico, poi affinato all’Accademia della Belle Arti di Firenze. Immaginate quanto doveva essere brava per investire su di lei, una donna, in un’epoca in cui in pochi riuscivano a finire le scuole elementari, pochissimi le medie, rari quelli che facevano le superiori e un’eccellenza quelli che arrivavano all’università, per lo più uomini, oltre a vivere negli anni difficili del primo dopoguerra e della crisi economica.

La sua passione non si esaurì però solo nella pittura ma si tramutò anche in impegno civile e letterario: civile perché negli anni della Resistenza seppe prendere posizione, facendosi partigiana, e letterario perché, come vedremo, volle trasmetterci il suo diario, un’opera a oggi inedita, su cui sto lavorando perché veda finalmente la luce. Possiamo ammirare la sua impronta artistica e la sua bravura nella collezione pittorica di 160 opere presenti nel Museo della Resistenza di Boves (Cuneo), teatro della prima strage nazifascista in Italia il 19 settembre 1943.

Adriana dipinse queste opere durante i venti mesi di Resistenza trascorsi a San Giacomo di Boves, in cui ella si trovava, insieme alla madre, Maria Angela Ravera, dopo aver vinto il bando di concorso per insegnanti delle scuole elementari in montagna. La frazione di Boves era allora molto popolata – contava circa mille abitanti – tanto da avere una scuola elementare, una chiesa e due osterie. Nelle opere sono rappresentati molti dei partigiani che combatterono in quel luogo e molte scene di gruppo che ci offrono uno spaccato dello stile di vita semplice e frugale dell’epoca. Ammirando i dipinti si evince facilmente come Boves ebbe un ruolo centrale nella guerra di Resistenza tanto da ricevere dallo Stato due medaglie d’oro: al valor civile nel 1961 e al valor militare nel 1963.

In seguito all’armistizio dell’8 settembre 1943 i militari della IV armata di rientro dalla Francia – sottrattisi all’ingiunzione fascista di giurare fedeltà all’esercito di Salò nonostante la minaccia di morte o di deportazione nei campi di concentramento – e molti giovani civili chiamati alle armi trovarono rifugio a San Giacomo e, sotto il comando di Ignazio Vian e Francesco Ravinale, costituirono la prima banda di Boves. In montagna non esisteva una caserma e la gente preferì ospitarli nelle proprie baite e nei fienili piuttosto che denunciarli e consegnarli ai fascisti.

Adriana, abituata agli ambienti cittadini, era innamorata di queste baite montane e non perse occasione per dipingerle in momenti significativi: sia nelle notti di veglia in cui i soldati si riunivano di nascosto ad ascoltare Radio Londra o a pregare sia nei momenti di riposo in cui gli uomini si abbandonavano al sonno. Da questi ritratti non emerge certo la retorica degli eroi di guerra quanto piuttosto il dramma quotidiano di decine di giovani spersi in montagna, lontani dagli affetti, costretti in condizioni di grande privazione e freddo a ingegnarsi per sopravvivere e combattere.

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— LIBRERIA SAVEJ

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— DISSIUNARI (a cura di Massimo Bonato)

Quando ci si sentiva gridare da bambini “Fé nen tant ciadel!” (“Non fate tanto chiasso!”) si sapeva che era ora di abbassare la voce, smettere di corrersi dietro e cercare di dirimere le dispute più pacatamente o trovarsi qualche trastullo meno rumoroso.

Parola chiassosa ciadel, che rimanda al frastuono fastidioso, caotico, al disordine. E infatti significa anche “disordine” di cose, non soltanto di suoni. Ma non è sempre stato così. Ciadel è un sostantivo deverbale, proviene cioè dal verbo ciadlé che però significa “ordinare, rigovernare, rassettare”, ovvero l’esatto opposto del significato del nome.

L’origine si deve al latino caput, “capo, testa”, il cui diminutivo capitellum designava la parte superiore delle colonne negli edifici e con essi propagato nei territori galloitalici e romanzi fino al Medioevo, fino a quando cioè prese a usarsi come verbo nel latino volgare, capitellare, per significare “mettere alla testa, condurre, dirigere” e di qui arrivato al francese antico chadeler con lo stesso significato.

Ciadlé prende dunque le mosse dal francese antico, restando nell’alveo semantico dell’ordine, del riordino, spesso applicato nell’ambito rurale con il significato specifico di “governare le bestie”. Non a caso non è difficile trovarsi a chiacchierare in montagna con un marghé che ti dica “Pan e furmagg e ün a l’é bel e ciadlà” (“Pane e formaggio e uno è bell e che a posto”). Ciadlé dà il senso dell’ordine, e non soltanto nell’ambito agreste, se la baby-sitter cittadina poteva giustamente chiamarsi ciadela-maraje.

Ma gli scherzi della retorica sono come le vie che portano a Roma, infinite: capita così che per ironia si cominciasse a usare ciadel al contrario del suo significato fino a stabilizzarne l’uso nel nuovo, per antifrasi, e finendo per riconoscere in esso non più il valore di “ordine”, ma l’esatto contrario “disordine, chiasso, baccano” ed è così che ancora noi lo usiamo.

— UN GIRO IN LIBRERIA (di Roberto Coaloa)

Max (Massimiliano) Borella è una figura assai nota a Torino. Lo si può trovare sul palco di un concerto rock, voce e chitarra elettrica, nei panni del suo alter ego musicale, Max Mc­Morte, vestito alla The Rocky Horror Picture Show, con i rivoluzionari baffoni neri alla Emiliano Zapata. Suo il CD Pubblico Dominio, con l’indimenticabile canzone Voglio andare al D.A.M.S. e altre meraviglie. Dal 2008 è presidente dell’Associazione culturale Circolo Sud, che ogni sera propone mostre, film e presentazioni di libri. Alla fantascienza ha dedicato un romanzo, una space opera, dal titolo altisonante, che ricorda il famoso album dei Pink Floyd.

The Wild Side of the Moon è la storia di un soldato, Jimi Markes, il migliore, che ritorna sulla Terra dopo una guerra civile su Marte. Ha dei segreti il soldato e lo si intuisce dal suo essere controcor­rente e soprattutto pieno di soldi. Sulla Terra, però, tutti sono governati, in pace, da un gadget, chiamato “Emotipac”, di una multinazionale che detiene il monopolio dell’intera economia. Jimi Markes, una specie di Rambo invincibile, viene ricercato, qualcuno lo vuole morto. Perché? Il soldato lo capirà scoprendo il lato oscuro, selvaggio, della Luna.

Max Borella conosce bene la fantascienza. Sostenuto da una bella scrittura rievoca gli ultimi stili, lo steampunk, naturalmente. Poi i Watchmen di Alan Moore e gli Elseworld della Dc Comics; i romanzi marziani di Bogdanov, leader bolscevico e “costruttore di Dio” a Capri; il romanzo “pan­marziano” di Larry Niven, Marte, un mondo perduto. La potenza del romanzo di Borella risiede forse nel disinvolto equilibrio di inquietudine e fiducia con cui medita sull’essere umano e sulla proliferazione di un marketing aggressivo, governato da un unico “cervello”.

— PIEMUNTEIS.IT

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— COSE MOLTO PIEMONTESI

Torino Storia torna con una nuova pubblicazione!

I luoghi raccontano la storia. Se impari a metterli in fila te la raccontano tutta. Dall’età della pietra ai grattacieli, Il libro della città è la prima storia scritta facendo parlare soltanto i luoghi di Torino: le immagini, le mappe e i protagonisti. Li metti in fila e ti impossessi della città.

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— EDIZIONI SAVEJ

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