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LetMeTellIt · Jun 13, 2026

Elogio dell'attrito

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Antonio · LetMeTellIt

Qualche tempo fa ho comprato una Hermes Baby risalente agli anni quaranta. E ne vado fiero.

Non avevo mai usato una macchina da scrivere in pubertà, né dopo. Lo sto facendo, però, in questi giorni. Il primo foglio è volato per una virgola sbagliata in fondo all’ultima riga, dopo mezz’ora di martellate che mia moglie ancora mi sta rinfacciando. Il primo testo completo deve ancora vedere la luce. Quasi cento euro spesi al mercatino vintage sui Navigli per ripetere imprecazioni che il progresso aveva rimosso da un po’. Ma vabbè.

Perché ho comprato una macchina da scrivere, ti chiederai?

Beh, intanto è un bel pezzo di design, il che non guasta. E poi perché ho provato ad introdurre dei limiti nel mio già contorto processo creativo, di proposito.

Con una macchina da scrivere ogni lettera che batto deve essere convinta. La resistenza dei tasti e l’impossibilità di correggere una parola fuori posto costringono il mio cervello da quarantenne arrugginito a fare un lavoro che i modelli di intelligenza artificiale invece stanno tentando di cancellare. Con una macchina da scrivere l’attrito, oltre che fisico, è anche concettuale. In un certo senso, è un aggeggio di metallo che mi aiuta a tornare umano. Il colmo dei colmi.

Sì, perché una produzione senza ostacoli è una produzione senza il rischio. E senza rischio non esiste scoperta, non esiste innovazione, non esiste un proprio punto di vista.

C’è da dire che il mondo in cui abbiamo scelto di passare la nostra esistenza (non che ci fossero alternative) ha dichiarato guerra a qualsiasi forma di resistenza. L’IA è come l’ANAS per le stradine di campagna: spiana tutto. E odia l’attrito, come i designer e gli sviluppatori che per decenni l’hanno combattuto come me le zanzare nelle sere d’estate. Che fossero passaggi per completare un acquisto o millisecondi di attesa per passare al reel successivo, qualsiasi sforzo è stato ridotto all’osso, per tenere incollato il tuo nasone allo schermo il più a lungo possibile.

Si chiama frictionless design, ed è ancora il vangelo della Silicon Valley secondo Aza Raskin, tra i padri dello scroll infinito (poi pentitosi sulla via di Damasco).

Riduci i clic di qui. Elimina i form dillà. L’attrito è stato scelto come vittima sacrificale sull’altare del grano.

Oggi lo stesso vale per tutto ciò che vive online. In un clic generi uno shooting da premio Pulitzer con cui vantarti a cena con amici e colleghi, ma non è tuo. Non ci sei tu dentro. E non stai esprimendo nulla se non una didascalia fatta immagine.

Se bazzichi il digitale da un po’, immagino tu abbia imparato a capire quando un testo, un’immagine o un video puzza di IA lontano un miglio. O meglio: hai imparato a riconoscere un certo tipo di slop, quello coi testi immotivatamente pomposi da venditore Folletto, emoji come se piovesse, mani con quattro o sette dita.

Ecco.

Qualche giorno fa provato a fare un esperimento con alcuni generatori di immagini. Ho chiesto a ciascuno di disegnare un Omega Speedmaster (il mio orologio prefe), senza dare indicazioni su design o altro. In tutte le immagini le lancette erano sulle dieci e dieci.

Poi ho chiesto di spostarle sulle 11:37.

Apriti cielo.

Uno ha deciso arbitrariamente che fossero le 19:56. Un altro mi ha consegnato uno Speedmaster con tre lancette dei minuti tutte uguali, aperte a ventaglio. Vedere questi cervelloni inciampare su un compito così goffamente mi ha ridato speranza. Superano complessi problemi matematici col massimo dei voti che nemmeno l’amico secchione, generano centinaia di righe di codice in pochi minuti, riassumono l’opera omnia di Dostoevskij in due paragrafi e 7 secondi. Eppure incappano su un dannato quadrante d’orologio. Tutto molto simpatico.

Il motivo d’inciampo, però, è meno divertente, perché spiega l’appiattimento di tutto il resto. Quando inserisci un prompt, il sistema non riflette sul messaggio implicito che vuoi trasmettere ma analizza gli schemi ricorrenti nei suoi dati e sceglie il termine, o il pixel, più ricorrente in contesti simili. Le foto di orologi nei database, ad esempio, provengono in gran parte da cataloghi, riviste di lusso e e-commerce, dove l’industria orologiera applica da oltre un secolo la convenzione delle lancette sulle dieci e dieci. Per un modello linguistico, il concetto visivo di orologio è quello e basta.

Qualsiasi output che sputa fuori l’IA è esattamente la media matematica di tutto ciò che è già presente online da anni: miliardi di testi, video e immagini prodotti da esseri umani, animali e vie di mezzo. Ecco perché quello che hai scritto nove anni fa per compiacere l’algoritmo di Google, oggi te lo ritrovi nei testi di ChatGPT. Garbage in, garbage out.

Da qui il destino di gran parte dei contenuti artificiali: la mediocrità.

Ted Chiang, in un saggio sul New Yorker, ha trovato l’immagine definitiva: l’IA è un JPEG sfocato del web. Una compressione che butta via informazioni per risparmiare spazio; quando poi quei dettagli servono, il modello li reinventa con la cosa più plausibile: le famigerate allucinazioni che capitano quando tenti di cavare qualche idea decente da Claude o Gemini.

Immagina ora la distribuzione di questi dati su una curva con un picco al centro, e avrai il quadro completo.

La statistica spinge il modello verso il baricentro. Al centro c’è la risposta più probabile, il cliché. Lo stile personale, quello che ti rende chi sei, si trova nella coda. L’opinione che non cerca applausi facili è qui.

Ora, la sbobba artificiale di ieri si riconosceva a occhio nudo. Con quella di oggi è più difficile. Emily Segal l’ha chiamata tasteslop: roba esteticamente impeccabile, firmata da nessuno. Qualcosa ti sarà passata sotto il naso anche questa settimana, e non te ne sarai nemmeno accortə.

Parlando di scrittura, che è quello che penso (e spero) di fare meglio, ChatGPT e soci evitano per natura tutto ciò che è poco frequente: dovendo scegliere, imboccano sempre la via più sicura. Ecco perché certi post che leggi su LinkedIn o Substack sembrano scritti dalla stessa mano, e tanti progetti grafici hanno lo stesso fastidiosissimo stile cartoon. Contenuti perfetti dal punto di vista estetico e privi di carattere; o peggio, il carattere ce l’avrebbero anche, ma palesemente posticcio.

Quando scrivi un prompt dove chiedi un titolo che alzi l’open rate della newsletter, o un post che diventi virale su LinkedIn, la stai spingendo tu stesso a precipitare nella parte centrale della campana. E a quel punto, sticazzi dell’autorità: non sei più qualcuno da seguire, ma solo rumore di fondo.

Serve tornare a una produzione più spontanea. Magari non perfetta, ma umana.

Torniamo alla mia macchina da scrivere.

A questo punto sarai portatə a pensare che imporsi degli ostacoli nel proprio processo creativo sia un vezzo da radical chic milanese trapiantato, ma è vero in parte, e lo sanno bene alcune delle persone più creative degli ultimi anni.

Lo sapeva Lars von Trier, che si autoimpose diversi vincoli col suo movimento cinematografico Dogma 95, tipo zero illuminazione artificiale, e solo riprese a mano. Vincoli che sulla carta avrebbero teoricamente peggiorato i film, e che invece li resero più veri.

E lo sanno da sempre anche i musicisti.

Nei primi anni Ottanta, l’arrivo dei PC e del MIDI (il protocollo che mette in comunicazione strumenti e computer) permise di registrare tracce perfettamente a tempo. Un software che correggeva ogni minima imperfezione. Una figata. All’inizio.

Col tempo, però, produttori e musicisti si resero conto di avere tra le mani una bacchetta magica che rendeva tutto perfetto, ma troppo freddo e asettico. Il carattere di un brano sta spesso nelle piccole imperfezioni, tipo il batterista che colpisce il rullante con un millesimo di secondo di ritardo o la voce che si incrina su una nota troppo alta.

J Dilla, leggenda dell’hip hop, mentre scriveva i suoi beat sull’AKAI MPC, fece una cosa che all’epoca fu considerata errore da principianti: spense il quantize, la funzione che incollava automaticamente ogni battito sulla griglia del tempo. Da lì nacque uno swing ubriaco, ma con un groove pazzesco che divenne il marchio di fabbrica dell’artista e uno dei linguaggi ritmici più imitati degli ultimi trent’anni.

Senti qua.

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Oggi chi fa elettronica passa molto più tempo ad inserire proprio questo tipo di imperfezione ingegnerizzata, piuttosto che scegliere le note giuste. Ed esistono in commercio diversi software musicali e plugin che sporcano di proposito ciò che la macchina rende per sua natura troppo freddo, come filtri che imitano il fruscio della puntina di un giradischi sui solchi di un vecchio vinile.

Cos’hanno in comune questi personaggi?

Hanno fatto tutti la stessa cosa che oggi tocca a noi fare con le macchine: hanno introdotto l’attrito dentro il processo, di proposito, per non finire al centro della campana.

Lungi da me fare l’ipocrita: il luddismo non abita certo a casa mia. L’IA la uso, mi dà una grande mano quando devo elaborare grandi quantità di dati, sviluppare landing page o app, trovare aneddoti, ricerche, studi, fare un reclamo, tradurre quello che mi dice di fare il commercialista. Ma la creazione è solo mia, accenti e virgole sbagliate inclusi. La linea va tracciata sempre, e va dichiarata da subito.

Preservare la propria identità, col coltello fra i denti. Ma se scegliamo di usarla, per restare alle estremità della campana dobbiamo auto-imporci degli attriti nell’atto di ideazione e creazione.

Ad esempio, introducendo volutamente dei limiti.

L’IA è la media statistica di tutto ciò che è già stato fatto (spesso non benissimo). Se le chiedi, ipotizzo, un punto di vista su un argomento, ti restituirà i soliti tropi relativi a quel tema, combinandoli tra loro e facendoti illudere aver ottenuto qualcosa di originale. Spoiler: non lo è.

Allora glielo devi vietare espressamente. Anziché aggiungere, togliere.

In questo modo la costringi a pescare in una zona grigia, che possiamo assimilare al nostro pensiero laterale, e smette di fare la parodia del consulente junior sottopagato. Non funziona sempre al primo colpo: a volte il cliché rispunta travestito da sinonimo e allora lì parte il ti avevo detto di no, hai ragione, scusa e tre righe dopo lo rifà, e tocca ricominciare. L’importante è non abusarne, ça va sans dire.

Oppure rifiutando il consenso.

I modelli linguistici sono degli yes man. È un difetto noto, che in inglese chiamano sycophancy (o piaggeria), la tendenza a dirti quello che vuoi sentirti dire, insomma.

Il punto è questo: alla macchina non devi far scrivere nemmeno una riga al posto tuo.

Dovresti trasformarla invece in quel professore che tanto odiavi all’università, non nel tuo assistente virtuale leccaculo. Rifiutare il consenso della macchina, è esso stesso un attrito.

La parola aura va tanto di moda tra i Gen Z.

Gianluca Diegoli spiega meglio del sottoscritto la sua accezione moderna tanto in voga tra i teenager, ma il concetto lo troviamo già in un saggio di quasi un secolo fa, firmato da Walter Benjamin: Das Kunstwerk im Zeitalter seiner technischen Reproduzierbarkeit (L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica). La sua tesi era che ogni originale possiede un’aura, ossia l’essere per definizione unico e irripetibile in un punto ben preciso dello spazio e del tempo. La riproduzione tecnica, che sia la fotografia o la stampa, moltiplica la copia dissolvendone l’aura.

L’IA generativa è, volendo semplificare oltremodo, una stampante di cose senza aura.

Va da sé che il valore dovrà essere ricercato non più nel risultato finale, ma nel processo. La fatica, le fonti che hai consultato di persona, le relazioni, gli sbagli, l’esperienza, il gusto, ma anche le discussioni con i tuoi genitori, la festa coi tuoi amici, il sesso con il partner, l’abbraccio di tuo figlio, il fiatone dopo una corsa, lo spavento di una malattia, un tramonto in riva al mare.

Tutto fa parte del processo, e diventa parte integrante di quello che siamo, facciamo e pensiamo.

Immagino che tutto ciò che è frictionless varrà sempre meno sul mercato dell’attenzione e che la resa cognitiva sarà un problema grosso con il quale avremo a che fare nei prossimi anni. Ma più il processo di creazione sarà personale, faticoso, denso di attriti, più sarà difficile da imitare per un modello matematico, anche fosse quello con il più alto numero di parametri.

Imponiti vincoli che la statistica non si aspetta, paga di tasca tua il prezzo del dissenso. La macchina usala come un consulente, avversario, mentore, tutor, compagno di banco. Scegli tu…ma mai come sostituto.

L’universo online trabocca già di roba liscia e perfetta.
Abbiamo bisogno di ruvidezza.
Abbiamo bisogno di attrito.

Read the original on letmetellitnewsletter.substack.com

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