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L'estinto · Jul 31, 2026

Una newsletter di minoranza

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L'estinto · L'estinto

Ciao,
sono Ivo Silvestro e questa è la 181ª edizione della mia newsletter gratuita.
Oggi parlo di élite, di filosofe e IA, di libri e di errori che portano in galera.

Ma prima una foto: il Kapellbrücke di Lucerna.

Leggo saggi di scienza e filosofia, ascolto musica classica spingendomi anche fuori dalle solite sinfonie di Beethoven, il cinema che mi interessa è quello che debutta nelle sezioni minori dei festival, e giro i negozi di tè in cerca del lapsang souchong; non credo di aver mai visto più di una ventina di minuti di una partita di calcio, né di un talk show di quelli dove la gente urla.

Sono parte di un’élite? Per certi versi sì. Ma non credo sia una questione di numeri. Un po’ perché poi mi guardo con gusto i migliori film d’azione, e anche i peggiori, e nell’elenco dei brani ascoltati accanto a Hindemith e Pergolesi convivono le colonne sonore di Super Mario e Jurassic Park. Per informarmi leggo Il Post e il Guardian – realtà editoriali solide, ovvero con parecchi abbonati. Del resto, anche i Mondiali di calcio, che in teoria guardano tutti, hanno come pubblico una minoranza consistente, non una maggioranza.

Grazie ai dati delle tessere fedeltà, i supermercati riescono a suddividere i clienti con una granularità impressionante, tanto da poter inviare la stessa combinazione di buoni sconto personalizzati a poche persone. Certo, esistono prodotti popolari, quelli che finiscono nella maggior parte dei carrelli. Ma alla fine ogni carrello ha una sua identità, al di là delle discussioni su élite e popolo.

Quello che sto dicendo è che “popolo” ed “élite” sono questione di come ci piace sentirci e presentarci, e di percezione. Non di numeri — anche perché quando qualcuno prova a verificarli, quei numeri, i risultati sono inaspettati. Anche, e soprattutto, su temi politici.

Un esempio interessante mi arriva dalla newsletter di Steve Akehurst, che dirige l’istituto di ricerca Persuasion UK. Il tema è il crollo del consenso britannico sulle politiche climatiche, e la domanda che si pone Akehurst è quanto, di quel crollo, sia reale e quanto sia un problema di percezione.

A seguire la stampa britannica, si ha infatti la forte impressione che il paese si sia stufato della riduzione delle emissioni e che l’obiettivo net zero sia praticamente morto: nel 2025 i giornali online ne hanno parlato in termini ostili nel 70% dei casi. Oltre mille articoli in un anno, in massima parte da testate di destra che, scrive Akehurst, hanno trasformato la produzione di pezzi contro il net zero in una specie di sport.
Poi si va a guardare cosa pensano le persone: contrari il 27%, favorevoli il 62%. Grosso modo l’inverso.

I numeri vengono da uno studio firmato dallo stesso Akehurst per un centro di ricerca britannico di area progressista — di parte, certo, ma è una parte interessata a capire come è davvero la situazione. E la situazione è che i giornali sono di parte, come lo sono sempre stati. La novità è infatti un’altra: la percezione distorta è diventata il terreno su cui si prendono le decisioni. I deputati conservatori sottostimano di circa 18 punti percentuali il sostegno dei propri elettori alle politiche climatiche. E lo stesso errore lo fa anche almeno la metà dei laburisti. Fra il 2023 e il 2025 la fiducia dei deputati laburisti nel fatto che occuparsi di clima porti voti si è quasi dimezzata – mentre il sostegno degli elettori, nello stesso periodo, non è calato.
Sui singoli provvedimenti il quadro si ripete: il 55% dei deputati crede che i propri elettori si opporrebbero a limitazioni della circolazione, gli elettori che si oppongono davvero sono il 40%. Sull’eolico locale, il 36% se ne aspetta l’ostilità e la trova nel 28%.

Insomma, chi si crede minoranza assediata spesso non lo è. E chi si crede portavoce del sentimento popolare, nemmeno.

Questa situazione ricorda un fenomeno noto da quasi un secolo: l’ignoranza pluralistica, espressione coniata da Daniel Katz e Floyd Allport nel 1931 mentre studiavano gli atteggiamenti degli studenti universitari. Si verifica quando la maggior parte delle persone rifiuta privatamente una norma ma è convinta che gli altri la sostengano, e quindi si adegua — confermando così, con il proprio comportamento, la percezione sbagliata di tutti gli altri. L’esempio classico è l’aula in cui nessuno alza la mano per dire che non ha capito, e ciascuno deduce dal silenzio degli altri di essere l’unico rimasto indietro.
Quello che secondo me è cambiato non è il meccanismo, ma la scala. L’ignoranza pluralistica del 1931 riguardava una classe, una caserma, un ufficio. Oggi riguarda la percezione che un paese intero ha di sé stesso.

Questa percezione errata arriva attraverso due canali. Il primo, sorprendentemente nell’era della comunicazione digitale, è il contatto diretto. David Broockman e Christopher Skovron — in uno studio uscito nel 2018 sull’American Political Science Review — hanno intervistato oltre tremila politici americani, chiedendo loro di stimare le posizioni dei propri elettori. E sia i repubblicani sia i democratici sovrastimano, e in alcuni casi di oltre 20 punti percentuali, quanto il proprio collegio elettorale sia conservatore. Secondo i due autori la motivazione è semplice: a scrivere ai politici e a presentarsi alle assemblee pubbliche sono soprattutto gli elettori conservatori. E potrebbe non essere un caso: è un’ottima strategia per plasmare l’idea che i politici si fanno della domanda pubblica.
Il secondo canale, meno sorprendentemente, sono i media — che per sopravvivere hanno bisogno di pubblico e non c’è niente di meglio del conflitto, per avere pubblico. Chi urla passa, chi parla finisce in secondo piano e chi tace scompare proprio.

È una variante del bias del sopravvissuto, quello tradizionalmente presentato con gli aerei della Seconda guerra mondiale. I tecnici esaminavano i bombardieri che rientravano dalle missioni, si segnavano dove erano stati colpiti e proponevano di rinforzare quelle zone — visto che era lì che venivano colpiti più spesso. Finché, secondo la vulgata, il matematico Abraham Wald fece notare che il ragionamento andava rovesciato: quegli aerei erano tornati, quindi i fori indicavano i punti in cui un velivolo può incassare un colpo e cavarsela. Le zone da blindare erano le altre, quelle intatte, perché lì venivano colpiti gli aerei che non facevano ritorno. Poi certo, nel nostro caso le opinioni scomparse non sono precipitate: sono sempre lì, anche se non lasciano traccia.

Perché questa percezione distorta delle opinioni pubbliche va sempre a destra? Da una parte, esprimere in pubblico una posizione nuova ha sempre un costo, mentre ripetere quella corrente non ne ha nessuno. Le convinzioni private cambiano quindi più in fretta del comportamento pubblico, e la percezione collettiva resta cronicamente indietro rispetto all’opinione reale. Il meccanismo, più che favorire la destra, favorisce lo statu quo.
Ci sono precedenti notevoli – e un po’ inquietanti. Alla fine degli anni Sessanta i bianchi americani sovrastimavano largamente quanto i propri concittadini fossero favorevoli alla segregazione razziale. La percezione collettiva stava difendendo una norma che era già morta e che nessuno aveva ancora avuto il coraggio di dichiarare tale.
Il risultato, in ogni caso, è che si legifera – o si evita di legiferare – su una domanda che non esiste.

Visto che alla base di queste decisioni c’è un’illusione, ci si potrebbe aspettare che basti rivelare la realtà, mostrare qual è davvero l’opinione delle persone. Il che a volte è vero. Torniamo all’esempio delle politiche sulla riduzione delle emissioni: spiegare in modo neutro che cosa significhi quell’espressione fa salire il sostegno di sette punti in media, e di sedici fra chi nel 2024 aveva votato conservatore. Non è un caso che i giornali britannici parlino sempre più di net zero senza nominare il cambiamento climatico: una sigla tecnica è un bersaglio molto più facile di un principio.

Solo che è un lavoro delicato e anche un po’ ingrato. I media, come detto, non hanno un grande incentivo a ridimensionare le minoranze rumorose: sono quelle che portano pubblico. C’è chi lo fa comunque, e finisce per essere considerato elitario – e in un certo senso lo è, rispetto agli altri media, ma non perché sia lontano dal popolo.

Ad Anthropic piace la filosofia: per “allineare” la propria IA Claude all’etica umana hanno assunto una filosofa, Amanda Askell, e leggo sul Financial Times che hanno cercato di coinvolgere un’altra filosofa, e teologa, Carmody Grey. Ma non è andata benissimo,1 come racconta lei stessa. Se all’inizio era bello, scoprire l’improvvisa importanza della filosofia, ben prestoo Grey si è accorta che le domande erano tutte tutte sbagliate. Ad Anthropic interessava capire se la sua IA potesse essere cosciente, non cosa accade alle persone che la usano.

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