Ciao,
sono Ivo Silvestro e questa è la 180ª edizione della mia newsletter gratuita.
Oggi parlo di cinema e IA, di ora legale e di scrittura e diffidenza.
Ma prima una foto: il Rolex Learning Center del Politecnico federale di Losanna.
Ho visto il film di cui tutti parlano, l’Odissea di Christopher Nolan.
Non sono un fan di Nolan, ma indubbiamente sa realizzare film grandiosi. E credo che Omero sia perfetto, per il suo modo di fare cinema: non solo e non tanto per la grandiosità del poema e del mito, ma anche e soprattutto perché la storia di Ulisse è un freno alle sue visioni artistiche. Quando ha piena libertà Nolan esagera, si perde dietro le sue architetture e congetture; il meglio lo dà quando ha dei vincoli, che possono essere eventi storici — Dunkirk, Oppenheimer — oppure, appunto, un poema che tutti, a grandi linee, conoscono.
Detto questo, la sua rilettura di Ulisse non mi ha convinto del tutto ma l’ho comunque trovata interessante — Gabriele Niola sul Post è entrato nei dettagli, con inevitabili spoiler — e son quasi tre ore di grande cinema. Ma anche di un cinema incredibilmente classico e tradizionale. E quindi qui voglio parlare di due film che, almeno apparentemente, classici non sono: due cortometraggi realizzati con l’intelligenza artificiale generativa. Il primo è Nightborne, tredici minuti di fantascienza horror di Neill Blomkamp, il regista del mockumentary District 9 con gli alieni che arrivano in Sudafrica e vengono segregati anche lì. Nightborne ha la stessa struttura di pseudo-documentario con un programma militare segreto per creare, di fatto, una armata di zombi. L’avessi visto senza conoscere il nome del regista, avrei pensato al lavoro di diploma di un regista con una discreta mano ma che deve ancora trovare il suo stile e si limita a parodiare cose non sue.
Il secondo è Pomegranate di Zack London, in arte Gossip Goblin: qui abbiamo un aristocratico immortale annoiato da secoli di guerre e amori simulati, che va dal suo “spacciatore di sogni” in cerca di qualcosa che sembri ancora reale. Qui la visione artistica c’è e l’unico difetto fastidioso che ho trovato è il montaggio, ma non so se è un problema dovuto alla tecnica o una scelta autoriale che non condivido (o non capisco).
A confrontare i due cortometraggi con il film di Nolan, tenendo anche conto che Odissea è stato filmato su pellicola (per quanto parliamo di una pellicola particolare, IMAX 70mm) e con effetti speciali in larghissima parte pratici — un cavallo di Troia alto dieci metri, un Polifemo animatronico di sei, gli stuntman sepolti sotto la sabbia con gli snorkel per respirare, protesi per i compagni di Ulisse trasformati in maiali da Circe —, confrontando Nolan con i due corti realizzati con l’IA, dicevo, si potrebbe pensare di avere da una parte il passato, dall’altra il futuro. E in mezzo la rivoluzione dell’intelligenza digitale.
Per certi versi è così. Per altri no. Dal punto di vista tecnico, l’intelligenza artificiale è sicuramente uno strumento in più, e anche uno strumento incredibilmente potente che permetterà di fare grandi cose (al solito se usata da persone che il cinema lo conoscono). Ma fatico a considerarla una rivoluzione, nel senso di qualcosa che cambia completamente le regole del gioco. Di rivoluzioni di questo tipo credo ce ne siano state solo due, nella storia del cinema: il montaggio, che ha definito il modo in cui il cinema può raccontare le storie, e il sonoro, che ha aperto un nuovo canale sensoriale.1 Da questo punto di vista l’IA è, almeno al momento, un aggiornamento.
La rivoluzione può arrivare a livello di produzione? Per certi versi sì. Non sappiamo quanto sia costato produrre i due cortometraggi (nessuno dei due ha reso pubblico il budget) ma sospetto che a realizzarli “alla vecchia maniera” sarebbero costati molto di più — e con risultati più scadenti, a meno di non aver investito moltissimo di più. Possiamo aspettarci un’era in cui registe e registi di talento realizzeranno la loro Odissea senza aspettare di avere la fama e i soldi di Nolan? Forse.
La prima cosa da dire è che il “costo” delle competenze resta comunque alto: qui abbiamo due registi che il cinema lo conoscono — e anche così uno dei corti è abbastanza deludente. Leggendo in giro, la differenza tra i due lavori sarebbe dovuta agli strumenti utilizzati dai due registi. Blomkamp ha generato Nightborne interamente con Seedance, il modello video della cinese ByteDance, dirigendo — parole sue — inquadratura per inquadratura a colpi di prompt. London ha lavorato all’opposto: prima la sceneggiatura, poi la shot list, poi quindici o venti strumenti diversi e attori in carne e ossa per le voci, un rumorista, compositori umani.
In poche parole, London ha integrato l’IA in un processo creativo misto, valutando per ogni fase la soluzione migliore; Blomkamp ha invece riprogettato il processo di lavoro mettendo l’IA al centro. E, come detto, la differenza si vede. Ma fermarsi all’aspetto tecnico sarebbe un errore. Le tecniche rispondono infatti a due esigenze diverse, come mi ha fatto notare Kevin B. Lee, professore di Futuro del cinema e delle arti audiovisive all’Università della Svizzera italiana. Blomkamp ha realizzato Nightborne come «film di test» per i Barley Studios, la sua nuova casa di produzione per il cinema generato con l’IA: il corto è una dimostrazione da mettere in portfolio. Una demo che non deve mostrare la sua visione artistica, ma la sua capacità di tirare fuori un video in alta definizione di tredici minuti con una manciata di persone. London ha invece un lungometraggio in arrivo — Gods Don’t Give Gifts, in uscita il 30 ottobre — e quello che deve mostrare è, appunto, la sua visione artistica. Blomkamp sta urlando “guardate cosa riesco a fare”; London sta dicendo “guardate cosa ho da dire”.
Il che ci ricorda che sì, con le IA i costi di produzione si abbasseranno notevolmente. Ma questo renderà ancora più importanti gli investimenti per farsi notare2 — che già ora, per il cinema tradizionale, costituiscono buona parte degli investimenti. E alla fine sì, forse avremo una moltitudine di cineaste e cineasti che realizzeranno la loro Odissea, ma alla fine vedremo sempre quella di un regista acclamato come Nolan.
Mi ricordo l’entusiasmo di molti, me compreso, quando nel 2012 uscì Iron Sky, film di fantascienza realizzato in parte tramite autofinanziamento. Sembrava che questa soluzione potesse aprire la strada a una miriade di progetti dal basso, film fatti dagli spettatori per gli spettatori. E certo, qualcosa c’è stato. Ma quel che ha davvero cambiato la produzione di film negli ultimi anni non è stato il crowdfunding: è stata Netflix.
Mercoledì è uscita la newsletter riservata agli abbonati a pagamento nella quale non ho scritto del gioielliere assassino e dei limiti della legittima difesa — almeno non direttamente: diciamo che l’ho presa un po’ alla larga, partendo da Guglielmo il Taciturno.
★ Fuori dalla legge
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Jul 22
Perché leggere un libro su Cicerone, con tutto quello di interessante che è successo negli ultimi duemila anni? Perché in questi duemila anni la natura umana è rimasta sostanzialmente la stessa. E perché è più semplice parlare di Lucio Silla o di Marco Antonio che di personaggi o vicende d’oggi: siamo meno coinvolti emotivamente e politicamente, sappiamo già come andrà a finire.
Non so se è innato ottimismo, ma quando a fine ottobre torna l’ora solare non mi rattristo per il buio che arriva un’ora prima, ma mi rallegro per l’ora in più di luce al mattino. Ma a quanto pare non è una fissa mia: il grosso dei problemi per il cambio dell’ora si ha in primavera, quando si perde un’ora di sonno al mattino. Per questo sarebbe un’ottima idea abolire il cambio dell’ora ma tenendo fissa l’ora solare, come scrivono Katie Sharkey e Katrine Wallace.
Il che è l’esatto contrario di quanto si vuole fare negli Stati Uniti, usando come ora standard quella estiva. In pratica per metà anno le giornate inizierebbero al buio, in contrasto il ritmo biologico del corpo che si attiva con la luce. Ho scoperto che anche in Russia avevano abolito il cambio dell’ora applicando l’ora estiva, cambiando idea pochi anni dopo e usando come standard l’ora solare.
Anche in Europa si era iniziato a discutere dell’abolizione del cambio dell’ora e l’ultimo aggiornamento che ho trovato è la decisione, dello scorso ottobre, di condurre uno studio dettagliato.
In un lungo articolo di Rose Horowitch su come la nostra sia ormai una società “post-alfabetica” visto che nessuno ormai legge più testi più lunghi di qualche riga, mi sono imbattuto in un aneddoto che non conoscevo.
Per vedere se c’è un nesso tra ragionamento astratto e capacità di leggere e di scrivere, lo scienziato Aleksandr Lurija era andato tra le popolazioni dell’Asia centrale a fare domande di logica. Sillogismi dei più banali: dove c’è sempre neve tutti gli orsi sono bianchi; a Novaja Zemlja c’è sempre neve; di che colore sono gli orsi a Novaja Zemlja? Chi non sapeva leggere e scrivere si rifiutava di rispondere perché — è l’interpretazione che fornisce Horowitch — non riesce a fare ragionamenti astratti.
La storia mi ha incuriosito e mi son messo a cercare informazioni. Come riporta Mark Liberman su Language Log, chi non sa leggere e scrivere non rifiuta la logica, ma rifiuta di trattare come vera una premessa che non avevano modo di verificare — posta oltretutto da funzionari venuti da Mosca a fare strane domande. Tu mi dirai che che in terre lontane gli orsi sono bianchi, ma io non ne ho mai visti: perché dovrei crederti?
Può essere un eccesso di scetticismo, in un momento storico in cui le informazioni scritte arrivavano da fonti affidabili come il governo sovietico — oggi direi che un atteggiamento decisamente più sano del credere a tutto quello che si legge in giro.
Quanto fanno male, davvero, le sigarette elettroniche? (spoiler: forse meno di quelle tradizionali, sicuramente più di non fumare).
Entrambe le rivoluzioni sono avvenute all'inizio della storia del cinema, e proprio per questo oggi ci sfuggono: sono diventate il linguaggio stesso del mezzo, e fatichiamo a immaginare che potesse esistere un cinema senza. Per farsi un'idea di cosa abbia significato l'arrivo del sonoro non c'è niente di meglio di Cantando sotto la pioggia.
E il lavoro della critica indipendente nel valorizzare quel che merita di essere valorizzato e nello stroncare quel che merita di essere stroncato.
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