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L'estinto · Jul 4, 2026

La macchina delle emozioni

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L'estinto · L'estinto

Ciao,
sono Ivo Silvestro e questa è la 177ª edizione della mia newsletter gratuita.
Oggi parlo di consolazioni e assoluzioni, di smartphone e di aria condizionata.

Ma prima una foto:

“Meno Severino e più Dawson Creek”.

Un amico — nonché abbonato a questa newsletter — ha commentato così le mie elucubrazioni sulla scritta trovata sul lungomare.

Sarebbe intrigante immaginarlo un messaggio politico: non è tua la colpa se ci sono guerre e conflitti, se le disuguaglianze crescono in tutto il mondo, se il clima sta impazzendo ma continuiamo a bruciare gas e petrolio come se niente fosse, se la povertà e l’insicurezza crescono in tutto il mondo e così via. Non è tua la colpa anche se chi è davvero responsabile cercherà di fartelo credere. Ma dubito che sia quello l’intento dell’anonimo autore, o dell’anonima autrice, di quella scritta: è quasi certamente un messaggio personale, verosimilmente tra due persone coinvolte in una qualche relazione sentimentale. Ma questo non rende la cosa meno interessante: fosse la classica richiesta di perdono, il testo reciterebbe “non è colpa mia”. Qui siamo di fronte a un’assoluzione — che però rimane sfumata: se la colpa non è tua, di chi è? E qual è la colpa? Da notare la costruzione insolita, con il soggetto (la colpa) alla fine della frase: l’informazione rilevante non è la colpa, che si dà per scontata, ma il fatto che non è tua.

Mentre facevo queste mie riflessioni, l’amico ha proposto la sua interpretazione: ragazzo è stato mollato da ragazza ma, essendo ancora innamorato, si assume la colpa e rassicura ragazza. Concludendo, appunto, con “meno Severino e più Dawson Creek” che alle mie orecchie è suonata come “Ci son più cose in cielo e in terra, Orazio, che non sogni la tua filosofia”.

In questi giorni non ho letto solo scritte sui muri, ma anche il libro, appena uscito per Il Mulino, Sentirsi. Un’antropologia dello smartphone di Gabriele Balbi e Massimo Cerulo.

L’idea alla base del libro è semplice: le tecnologie, o almeno le tecnologie interessanti, non sono cose che capitano nel vuoto o che riguardano la singola persona che le usa. Nascono in un determinato contesto sociale e lo modificano, cambiando comportamenti, abitudini e regole sociali.

Gli smartphone, e più in generale la telefonia mobile, hanno indubbiamente cambiato il nostro modo di vivere: per chi ha ormai una certa età — quorum ego — basta fare uno sforzo di memoria, per chi non ha memoria diretta di un’epoca senza smartphone o cellulari bastano libri, film e serie tv a mostrare quel mondo strano dove potevi perderti per strada e non avevi modo di avvisare casa, una foto ricordo richiedeva tempi e attrezzature eccetera.

Il problema è andare da semplici aneddoti a una analisi più strutturata. Perché, perdonate la banalità, con lo smartphone fai di tutto: telefoni (e più in generale comunichi in maniera sincrona), mandi messaggi ed email (e più in generale comunichi in maniera asincrona), fai fotografie, scrivi, ti fai guidare per strade che non conosci, comandi gli interruttori di casa, fai acquisti online, paghi il conto del ristorante che hai trovato cercando recensioni positive, ascolti musica, podcast e audiolibri, controlli quanti passi hai fatto questa settimana e altro ancora che adesso non mi viene in mente. A voler analizzare tutto questo servirebbero una decina di volumi di un migliaio di pagine l’uno.

Balbi e Cerulo hanno quindi dovuto fare delle scelte — che non mi sento di condividere del tutto. La parte sul sonno mi è parsa forzata e, d’accordo, il tema della continua reperibilità, di come sia inconcepibile essere sconnessi per più di qualche ora, è ben noto e analizzato ma non per questo trascurabile. Ma nel complesso il libro funziona e ci presenta lo smartphone come una “macchina delle emozioni”. Il titolo si riferisce proprio a questo aspetto: “sentirsi” non è solo telefonarsi, è anche percepirsi, sapere di essere al mondo (magari con un selfie. E poi c’è il sentire nel senso più antico di patire, soffrire e gioire. Sono passioni vere quelle che ci arrivano dal telefono: ansia per un messaggio che non arriva, nostalgia per una foto riemersa dall’archivio, indignazione, tenerezza.

Ho trovato particolarmente interessanti le parti storiche che sì, giocano un po’ con la nostalgia e la curiosità, ma mostrano bene la continuità dello smartphone con tecnologie precedenti: i cambiamenti sono spesso “antiche novità”, cose vecchie che prendono nuove forme o vivono in nuovi contesti.

Ma la parte che davvero vale la pena di leggere è l’ultima, nella quale si affronta la domanda che fino a quel punto era stata esplicitamente esclusa: gli smartphone fanno bene o fanno male? Fino a quel momento Balbi e Cerulo avevano mostrato l’ambivalenza della sua presenza nelle nostre vite, con effetti positivi e negativi che si mescolano a seconda delle circostanze e del contesto. E rimangono con questa impostazione: lo smartphone — a voler proprio usare una concezione così schematica — fa sia bene sia male. E poi capovolgono la domanda: perché pensiamo che lo smartphone faccia male (o, più raramente, che faccia bene)?

Le ragioni che Balbi e Cerulo elencano sono diverse. C’è, anzitutto, una questione generazionale: i critici dello smartphone si trovano soprattutto tra chi è cresciuto senza, e le loro critiche si accompagnano quasi sempre al rimpianto di un passato — regolarmente idealizzato, quando non del tutto mitologico — in cui si comunicava “meglio”. A questa nostalgia si aggiunge la proiezione delle proprie paure sui più giovani. La diffidenza, peraltro, non è nata con lo smartphone: prima toccò ai videogiochi e alla televisione, prima ancora alla radio e ai giornali, e già nell’Ottocento illuminazione elettrica, fotografia e cinema venivano accusati di distruggere la capacità di attenzione.

C’è poi una ragione più strutturale: gli effetti dello smartphone sono difficili da isolare dalle decine di altre variabili sociali in gioco, e distinguere le correlazioni dalle cause è un lavoro lungo e ingrato. Di fronte a tanta complessità, la tentazione è quella delle scorciatoie: slogan facili da comunicare, come appunto il divieto ai minori — che tra l’altro ha il pregio, per nulla secondario, di sollevare tutti gli altri dalle proprie responsabilità: la famiglia, la scuola, i genitori che ricorrono al telefono per distrarre i figli e prendersi qualche minuto di pausa. E c’è infine una ragione più cinica: le notizie negative “vendono” meglio di quelle positive, e i media tradizionali hanno tutto l’interesse a raccontare lo smartphone come una minaccia.

Ma la cosa che più mi ha convinto è la diagnosi che sta sotto a tutto questo. Riprendendo la vecchia distinzione di Umberto Eco tra apocalittici e integrati, Balbi e Cerulo notano che i due schieramenti — chi vede nello smartphone la rovina dell’umanità e chi, più raramente, solo magnifiche sorti e progressive — condividono lo stesso atteggiamento elitario e paternalistico. I critici si sentono moralmente, e forse intellettualmente, superiori agli altri utenti: loro, gli effetti nefasti della tecnologia, li vedono e ne sono immuni; è la massa che non capisce e va messa in guardia. Gli entusiasti, specularmente, chiedono una fiducia incondizionata che fa comodo soprattutto alle grandi aziende tecnologiche. Entrambi infantilizzano l’opinione pubblica, negando a miliardi di persone la capacità di auto-regolarsi e di assumere una posizione critica verso il proprio telefono.

Ancora sull’aria condizionata, visto che le polemiche vanno avanti e ammetto di avere una certa simpatia per i “no aria condizionata”. Non che sogni o auspichi un bando, anzi: la mia personale utopia vede l’aria condizionata quantomeno in tutti gli edifici pubblici — al minimo, visto che si parla di edifici costruiti per mantenere il fresco d’estate e il caldo d’inverno, e alimentata da fonti non fossili. No, la mia simpatia è semplicemente dovuta al fatto che l’aria condizionata rischia di essere il comodo alibi per non fare niente — neanche adattare la rete elettrica e gestendo i picchi con generatori diesel per le strade (sta succedendo in alcune città).
Un approccio più sensato arriva da una delle varie strategie di auto-aiuto — e lo dice uno che non ha nessuan fiducia nei manuali di self-help, utili a chi li scrive e a chi li pubblica. La matrice di Eisenhower, però, mi pare utile. È una tabella che porta l’autorevole nome del presidente americano ma che deve la sua popolarità, appunto, a uno di quei testi che così poco mi piacciono: The 7 Habits of Highly Effective People di Stephen Covey. L’idea è distribuire tutto ciò che devi fare lungo due assi: urgente contro non urgente, importante contro non importante. Ne escono quattro quadranti. Urgente e importante: fallo adesso. Importante ma non urgente: pianifica, proteggilo. Urgente ma non importante: delegalo, o togliti il pensiero. Né urgente né importante: lascia perdere.
Ora, tutto ciò che ha a che fare con il riscaldamento globale è importante — anzi, quel tipo di “importante” che potremmo chiamare “indispensabile”. Ma l’urgenza non è la stessa: un piano di emergenza per il caldo va attuato subito; se la massima supera i 30 o 35°C serve subito l’aria condizionata nelle strutture sanitarie. Ridurre le emissioni, costruire città meglio ventilate e più ombreggiate non devono essere attuate subito — ma devono essere pianificare subito. La matrice di Eisenhower è fatta apposta per smascherare è esattamente questa: l’urgente che cannibalizza in silenzio l’importante-ma-non-ancora-urgente.

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