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Mediastorm · Jan 9, 2026

#Mediastorm 106 - La grande scommessa

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Lelio Simi · Mediastorm

Le notizie dell’acquisizione di Warner Bros. Discovery da parte di Netflix e della partnership strategica siglata tra Disney e OpenAI sono arrivate come due clamorosi colpi di scena sul finale di un anno decisamente turbolento per l’ecosistema dei media, in grado di cambiare nuovamente tutto, mettendo in discussione le (poche) certezze che gli addetti ai lavori pensavano di aver consolidato sulla scena – sempre più fluida – dell’industria dell’intrattenimento.

Netflix, pur entrata ormai da tempo nella sua fase mainstream, ha sempre tenuto molto (anzi moltissimo) a distinguersi dalle media company tradizionali di Hollywood. Eppure, inglobando nella propria library un catalogo di film, serie TV e franchise così ingombrante per storia e peso culturale come quello della Warner, rischia oggi di essere percepita come del tutto sovrapponibile ai suoi rivali più classici.

Il disruptor tecnologico piombato a Hollywood per cambiare per sempre il mercato cinematografico e televisivo che mette sul tavolo 83 miliardi di dollari per acquistare un gigante dell’intrattenimento con una storia centenaria è un po’ come se Amazon decidesse di comprare Walmart: non solo un’operazione economico‑finanziaria, il momento nel quale chi è nato per rompere il sistema finisce per diventarne la colonna portante.

Disney, dal canto suo, sceglie oggi di concedere una parte rilevante della propria proprietà intellettuale al ciclo produttivo dell’intelligenza artificiale, sebbene abbia sempre tenuto molto (anzi moltissimo) a rivendicare il proprio ruolo di baluardo della tradizione hollywoodiana di fronte all’invasione dei nuovi barbari della Silicon Valley. Una mossa che apre scenari radicalmente nuovi, ma anche pieni di incognite.

Non è un caso che entrambe le operazioni siano state lette, da molti osservatori, come inversioni a U identitarie: Netflix rinuncia definitivamente alla sua natura tecnologica per diventare in tutto e per tutto una major; Disney spalanca le porte del proprio immaginario alla tecnologia più invasiva mai creata.

Sebbene l’operazione WBD-Netflix non sia ancora ufficialmente conclusa e continui ad arricchirsi di colpi di scena (dalle contromosse della Paramount controllata dalla famiglia Ellison ai suoi evidenti intrecci politici) la domanda a cui mi sembra interessante provare a rispondere è perché queste due mosse, quella di Netflix e quella di Disney, stiano emergendo proprio adesso e che cosa raccontino dello stato profondo dell’ecosistema dei media.

Sono le due facce della stessa medaglia come a un primo sguardo potrebbero sembrare o, invece, sono due modi molto diversi di rispondere allo stesso problema? E, insomma: che cosa sta (davvero) succedendo nell’industria dell’intrattenimento?

Benvenuta, benvenuto, io sono Lelio Simi e questo è il centoseiesimo numero di #Mediastorm una newsletter di appunti, storie, segnalazioni, dati e approfondimenti per capire come la tecnologia ha trasformato/sta trasformando/trasformerà l’economia delle industrie dei media e il nostro rapporto con i loro “prodotti”. Se non lo sei già, puoi iscriverti da qui:

Se dopo averla letta hai suggerimenti, domande o segnalazioni da farmi puoi scrivermi a questa email leliosimi@substack.com, oppure se quello che ho scritto ti suggerisce delle riflessioni che vuoi condividere, oltre che con me, anche con gli altri lettori puoi usare direttamente la sezione commenti, sarò felice di risponderti. Se invece vuoi consultare le altre puntate di questa newsletter puoi farlo da qui Archivio #Mediastorm.

Un po’ di contesto

Per molto tempo si è discusso se Netflix, ormai raggiunta la maturità, fosse da considerarsi ancora una tech company che operava anche come media company o, invece, una media company con un background da azienda tecnologica.

Netflix su questa doppia natura ha spesso giocato abilmente: presentandosi come una media company là dove le piattaforme tecnologiche e gli algoritmi sono percepiti come il male assoluto; mettendo in bella mostra il suo pedigree da azienda nata e cresciuta nella Silicon Valley nei mercati finanziari, dove le aziende tecnologiche sono valutate un multiplo delle media company.

La scelta attuale non si configura come una semplice virata verso la prima ipotesi: Netflix non rinnega la tecnologia (e chi potrebbe farlo oggi?), ma taglia il cordone ombelicale con la Valley e tutto quello che rappresenta a livello simbolico e competitivo per diventare una media company “punto e basta”.

Una scelta che, però, arriva mentre nei mercati finanziari è partita la nuova caccia all’oro tecnologico e, di contro, le valutazioni delle aziende dell’intrattenimento tradizionale sono in ribasso.

Breve nota: le azioni di Netflix, dai 93 dollari del primo dicembre 2025, sono scese a 77,65 dollari del primo gennaio 2026 (-16%): segno che Wall Street sul mega‑merger ha scelto di essere decisamente molto cauta.

Tuttavia la scelta del management di Netflix può essere letta come molto pragmatica, realisticamente si sceglie dove non competere: meglio essere l’assoluta protagonista a Hollywood e nello scenario globale dell’intrattenimento che una semplice comprimaria al tavolo della grande innovazione tecnologica guidata dall’intelligenza artificiale.

Insomma, la scelta “a ribasso” di chi abbandona il tavolo dei soldi veri dove si decide il futuro delle infrastrutture e dei capitali, ma dove anche un’azienda dalla capitalizzazione di migliaia di miliardi di dollari come Meta per stare al passo deve ricorrere, per la prima volta, al debito.

D’altro canto anche i dirigenti di Disney sembrano aver fatto una scelta pragmatica: fermare i giganti tecnologici che governano l’AI a colpi di cause legali è una guerra, se non persa in partenza, quantomeno lunga e dispendiosa. Tanto vale fare un accordo e provare a governare il fenomeno dall’interno, trasformando una minaccia in un laboratorio controllato.

In fondo, sia Netflix che Disney stanno rispondendo alla stessa domanda: come si resta rilevanti in un mercato in cui la tecnologia corre più veloce dei contenuti, e le modalità di consumo più veloci dei modelli di business, quando né la tecnologia né i contenuti da soli sono più un vantaggio competitivo sufficiente?

Negli ultimi quindici anni mi sono occupato di innovazione nel mondo dei media pubblicando inchieste, saggi, reportage, sviluppando progetti editoriali e, tra i primi in Italia, utilizzando le tecniche del data-journalism per fare emergere le storie, le strategie e i contesti economici che plasmano queste industrie.

Grazie a questo come professionista e giornalista indipendente oggi posso aiutarti a trovare le domande veramente importanti da porti per muoverti al meglio all’interno di un ecosistema come quello dei media in continua trasformazione.

Per contattarmi

Se tutto diventa “commodity” cosa è davvero rilevante?

Mi sembra che questa sia ormai la domanda fondamentale. Se la tecnologia è diventata una commodity perché, in un modo o nell’altro, viene messa a disposizione di tutti – dalle grandi media company attraverso accordi con le big tech, fino all’universo dei creator tramite le piattaforme che la incorporano – e se anche i contenuti lo sono, riversati sul mercato in quantità enorme, che cosa genera davvero valore oggi nell’industria dell’intrattenimento?

Per anni il dibattito sui media si è polarizzato attorno a una serie di contrapposizioni: contenuti contro tecnologia, creatività contro algoritmi, Hollywood contro Silicon Valley. Oggi, però, queste categorie aiutano sempre meno a capire ciò che sta accadendo.

La tecnologia, anche la più sofisticata, tende rapidamente a standardizzarsi; i contenuti, anche quelli di qualità, competono in un mercato sovraffollato e iper-frammentato. La “grande ibridazione di qualsiasi cosa” ha finito per rendere tutto più simile, intercambiabile, sostituibile.

È in questo contesto che vanno lette le mosse di Netflix e Disney, per quanto possano sembrare azzardate:

  • Netflix acquisisce proprietà intellettuali storicizzate non per aumentare semplicemente la quantità della sua offerta, ma per appropriarsi di un patrimonio di oltre un secolo di storie capaci di creare narrazioni, veri eventi culturali, stratificate nel nostro immaginario e impossibile da replicare in pochi anni, per quanto capitale e talento Netflix possa concentrare.

  • Allo stesso modo, Netflix entra nell’universo dei podcast e dell’economia dei creatori digitali non tanto per inseguire nuovi linguaggi, quanto per presidiare il tempo “prima della scelta”: quello in cui si forma davvero il comportamento dello spettatore.

  • Disney, al contrario, si lega a OpenAI non tanto per accelerare l’innovazione, quanto per tentare di difendere dall’interno la fiducia e l’autorità simbolica del proprio immaginario, in un mondo in cui tutto rischia di diventare generabile e indistinto.

  • E YouTube, se allarghiamo lo sguardo all’altra grande protagonista del mercato dell’attenzione, resta gigantesca perché domina l’abitudine, ma fatica ancora enormemente a trasformarsi in un’istituzione culturale, proprio perché non esercita una vera legittimazione.

  • I player intermedi, infine, che sopravvivono – e lo faranno sempre più faticosamente – in quella terra di mezzo situata tra giganti e nicchie iper specializzate, soffrono terribilmente perché non controllano nessuna di queste tre leve in modo strutturato.

In conclusione: chi rischia di più?

Quindi abbiamo capito che in un ecosistema sempre più ibrido, nell’industria dell’intrattenimento il vero vantaggio competitivo non è tanto quello che produci, ma quanto riesci a renderlo affidabile e socialmente riconosciuto nel tempo.

In questo senso, se a prima vista è la scelta di Netflix a sembrare la più azzardata: un’azienda come lei che smette di inseguire la frontiera dell’innovazione per puntare su una strategia da grande major, è a mio parere Disney a esporsi al rischio più profondo.

Acquisire cataloghi e rafforzare la propria posizione industriale, come sta facendo Netflix, è una mossa comunque ancora gestibile e, almeno in linea di principio, ancora reversibile (e ai suoi abbonati comunque che continui o meno ad essere una tech company importa il giusto).

Consegnare invece il proprio immaginario (o almeno una parte significativa di esso) a una tecnologia come l’intelligenza artificiale, come sta facendo Disney, significa mettere in gioco qualcosa di molto fragile ma determinante: il confine, finora chiarissimo a tutti, tra ciò che Disney è e ciò che non è.

Se Netflix rischia di assomigliare sempre di più ai suoi rivali storici, Disney rischia qualcosa di molto più complicato da recuperare agli occhi degli spettatori: la fiducia che ne ripongono, quella sensazione di familiarità delle storie e dei personaggi con cui sei cresciuto, che li rende riconoscibili e culturalmente condivisi nel tempo. Una scelta forse inevitabile, ma con incognite che vanno ben oltre un piano industriale.

Se hai letto fino a qui #Mediastorm e l’hai trovata interessante puoi condividere questo numero della newsletter con chi pensi possa trovarla altrettanto interessante e aiutarmi così a diffonderla ancora di più.

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È davvero tutto per questo numero, grazie per aver letto fino a qui. Alla prossima puntata.

Lelio.

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