Questa settimana la rassegna parte dai funerali di Ali Khamenei, trasformati dalla Repubblica islamica iraniana nel primo grande rito politico della nuova fase post-bellica, e arriva fino alle elezioni algerine, segnate da apatia, esclusioni e sfiducia. In mezzo ci sono El Fasher, dove Amnesty documenta l’uso dell’assedio e della persecuzione etnica come strumenti di conquista; il Mali, attraversato da una nuova offensiva coordinata contro le installazioni militari; e Lampedusa, dove Papa Leone XIV ha riportato il discorso sui confini dentro una cornice morale prima ancora che securitaria.
A tenere insieme queste notizie non è soltanto la guerra, né genericamente l’instabilità. È il modo in cui Stati, eserciti, gruppi armati e istituzioni cercano di produrre o conservare legittimità in una fase in cui il controllo del territorio, dei confini e del consenso appare sempre più fragile. In Iran il potere prova a mostrarsi compatto attraverso il lutto pubblico. In Sudan e Mali la sovranità viene contesa con l’assedio, la violenza e la mobilità delle reti armate. In Europa e negli Stati Uniti il confine torna a essere il luogo in cui le democrazie misurano la distanza tra i propri principi e le proprie pratiche. In Algeria, infine, la politica istituzionale continua a funzionare, ma sembra parlare a una società sempre più distante.
I funerali di Ali Khamenei sono iniziati sabato con una delle più grandi mobilitazioni organizzate dalla Repubblica islamica degli ultimi decenni. Per quasi una settimana il corteo attraverserà diverse città iraniane prima della sepoltura a Mashhad, alternando cerimonie religiose, commemorazioni pubbliche e la partecipazione di delegazioni straniere provenienti soprattutto da Russia, Pakistan, Afghanistan e altri Paesi alleati di Teheran. L’obiettivo è duplice: celebrare la figura della Guida Suprema uccisa durante la guerra con Israele e Stati Uniti e, allo stesso tempo, mostrare l’immagine di uno Stato ancora compatto nonostante i profondi traumi subiti negli ultimi mesi.
Le immagini diffuse dai media di Stato mostrano folle imponenti e slogan contro Stati Uniti e Israele, elementi che rafforzano la narrativa della “martirizzazione” della leadership iraniana. Resta però difficile capire quanto questa partecipazione rifletta un consenso spontaneo e quanto sia invece il risultato della capacità organizzativa dello Stato e delle reti religiose sciite, soprattutto dopo anni di proteste interne e di crescente disaffezione verso il regime.
A rendere ancora più delicata la fase politica è stata l’assenza pubblica della nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei. Secondo diverse ricostruzioni, la mancata partecipazione sarebbe legata alle condizioni di sicurezza e al timore di nuovi attacchi, mentre continuano le speculazioni sul suo stato di salute dopo essere rimasto ferito nei bombardamenti che hanno ucciso il padre. L’episodio alimenta le incertezze attorno a una successione già contestata e segnata da un forte accentramento dinastico del potere.
Parallelamente si intravedono i primi segnali di una ripresa dei contatti diplomatici. Dopo i colloqui indiretti ospitati a Doha nei giorni successivi al cessate il fuoco, l’amministrazione Trump ha confermato l’intenzione di riprendere i negoziati con Teheran al termine delle celebrazioni funebri, sostenendo di aver concesso una pausa di una settimana proprio per consentire lo svolgimento delle cerimonie. Sul tavolo restano il futuro del programma nucleare iraniano, il graduale allentamento di alcune sanzioni e la tenuta della tregua raggiunta dopo settimane di guerra. Nessuno degli attori coinvolti, tuttavia, sembra considerare il cessate il fuoco come la conclusione definitiva della crisi: per Washington e Teheran rappresenta piuttosto un tentativo di congelare il conflitto mentre ciascuna parte prova a ridefinire la propria posizione negoziale.
Il nuovo rapporto di Amnesty International su El Fasher non aggiunge soltanto un altro capitolo all’elenco delle atrocità commesse in Sudan. Documenta qualcosa di più preciso: l’uso dell’assedio, della fame, dello stupro, della detenzione arbitraria e della persecuzione etnica come strumenti di conquista territoriale. Secondo Amnesty, le Forze di Supporto Rapido (RSF) hanno commesso crimini contro l’umanità e atti di pulizia etnica durante la campagna per prendere El Fasher, capitale del Nord Darfur, tra il 2024 e il 2025. Il rapporto si basa su 247 interviste a vittime e testimoni, oltre che sull’analisi di immagini satellitari, video e altri materiali verificati.
La città era stata per mesi l’ultimo grande presidio delle Forze armate sudanesi in Darfur. La sua caduta, nell’ottobre 2025, ha trasformato El Fasher in uno dei luoghi simbolo della guerra, sia per il numero di civili uccisi e sfollati, sia perché la violenza si è concentrata in modo particolare sulle comunità non arabe, tra cui gli Zaghawa. Amnesty parla di omicidi, torture, violenze sessuali, schiavitù, trasferimenti forzati e persecuzione su base etnica e di genere. Una missione d’inchiesta delle Nazioni Unite aveva già definito l’assalto alla città come caratterizzato da “elementi riconducibili al genocidio”.
Il rischio è che El Fasher non resti un’eccezione, ma diventi un precedente. Negli stessi giorni, le Nazioni Unite hanno avvertito che una catastrofe simile potrebbe ripetersi ad al-Obeid, nel Kordofan settentrionale, dove le RSF stanno stringendo l’assedio e dove negli ultimi mesi sono aumentati attacchi con droni, bombardamenti su infrastrutture civili, sfollamenti e carenze di acqua e carburante. È qui che il rapporto di Amnesty diventa anche una notizia sul presente, perché mostra cosa è già accaduto quando l’assedio viene lasciato maturare fino alla caduta di una città.
Sudan, El Fasher e la soglia genocidaria
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Feb 20
La recente missione d’inchiesta delle Nazioni Unite su El Fasher introduce un passaggio critico nella comprensione del conflitto sudanese. La formulazione “hallmarks of genocide” - segni distintivi di ge…
Dopo gli attacchi coordinati di aprile che avevano colpito Bamako, Kati e numerose basi militari, nel fine settimana il Mali è stato investito da una nuova offensiva lanciata contemporaneamente in diverse aree del Paese. Combattimenti sono stati segnalati ad Aguelhok, Anefis, Gao e Sévaré, mentre un altro attacco ha preso di mira il carcere di Kenioroba, a poche decine di chilometri dalla capitale. L’esercito maliano sostiene di aver respinto gli assalti, ma sia il Fronte di Liberazione dell’Azawad (FLA), principale movimento armato tuareg, sia il gruppo jihadista affiliato ad al-Qaeda Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM) hanno rivendicato l’operazione, affermando di aver conquistato diverse postazioni militari.
Più che l’esito dei singoli scontri, colpisce la loro distribuzione geografica. Gli attacchi hanno interessato contemporaneamente il nord, il centro e il sud del Paese, costringendo la giunta militare a disperdere uomini e mezzi su un fronte sempre più esteso. Secondo diversi analisti, alcune delle operazioni potrebbero avere avuto una funzione diversiva: attirare le forze governative lontano dalle aree settentrionali dove il FLA continua a consolidare il proprio controllo territoriale, mentre JNIM mantiene la pressione sulle principali vie di comunicazione.
La novità più rilevante resta però la collaborazione ormai sempre più stabile tra separatisti tuareg e jihadisti. Per oltre un decennio questi gruppi hanno combattuto guerre parallele, spesso entrando anche in conflitto tra loro. Dal grande attacco coordinato dello scorso aprile, invece, stanno dimostrando una capacità crescente di pianificare operazioni congiunte, mettendo in seria difficoltà la giunta guidata da Assimi Goïta e i suoi alleati russi dell’Africa Corps. È un cambiamento che modifica profondamente gli equilibri del Sahel. Siamo davanti a una campagna militare coordinata capace di colpire contemporaneamente obiettivi politici, militari e logistici su scala nazionale.
Il 4 luglio gli Stati Uniti hanno celebrato i 250 anni della Dichiarazione d’Indipendenza in un clima di forte polarizzazione politica. Le celebrazioni organizzate dall’amministrazione Trump hanno assunto i toni di una grande manifestazione patriottica, con eventi sul National Mall, una retorica fortemente nazionalista e numerose polemiche per quella che diversi osservatori hanno definito una progressiva politicizzazione dell’anniversario. Secondo un recente sondaggio Reuters/Ipsos, la maggioranza degli statunitensi ritiene che le celebrazioni siano diventate eccessivamente divisive, mentre diversi Stati a guida democratica e alcuni artisti hanno scelto di non partecipare alle iniziative ufficiali.
È proprio in questo contesto che si inserisce il doppio messaggio di Papa Leone XIV. Il primo pontefice nato negli Stati Uniti ha ricevuto la Liberty Medal pronunciando un discorso in cui ha richiamato la tradizione americana di accoglienza, invitando il Paese a rimanere fedele ai principi della Dichiarazione d’Indipendenza e ricordando che “la grandezza morale di una nazione si misura dalla sua capacità di proteggere i più vulnerabili”. Pur senza citare direttamente Donald Trump, il riferimento alle politiche migratorie dell’amministrazione è apparso evidente.
Il giorno successivo quel messaggio si è spostato dall’altra parte dell’Atlantico. A Lampedusa, davanti alle tombe dei migranti morti nel Mediterraneo, Leone XIV ha parlato di una “responsabilità epocale” per l’Europa, chiedendo politiche che non si limitino al controllo delle frontiere ma affrontino anche le cause delle migrazioni. La scelta dell’isola non è casuale: come aveva fatto Papa Francesco nel 2013, anche Leone trasforma Lampedusa in un luogo da cui interrogare il significato stesso delle frontiere contemporanee.
Più che due interventi distinti, sembrano due parti dello stesso discorso. Da un lato gli Stati Uniti celebrano i 250 anni della propria indipendenza in una delle stagioni politicamente più polarizzate della loro storia recente. Dall’altro il primo Papa statunitense utilizza proprio quell’anniversario per ricordare che l’identità nazionale non si costruisce soltanto attraverso la sovranità e i confini, ma anche attraverso il modo in cui una democrazia decide di trattare chi quei confini prova ad attraversarli. È probabilmente questa la contrapposizione più interessante emersa durante le celebrazioni del 4 luglio.
Giovedì quasi 25 milioni di algerini sono stati chiamati a rinnovare i 407 seggi dell’Assemblea Popolare Nazionale. Più che il risultato, ampiamente previsto a favore della coalizione vicina al presidente Abdelmadjid Tebboune, l’attenzione era rivolta all’affluenza. A due ore dall’apertura dei seggi aveva votato appena il 3% degli aventi diritto, nonostante il governo avesse dichiarato giornata festiva per incentivare la partecipazione. La campagna elettorale è stata segnata dal caro vita, dalla crisi del potere d’acquisto e da una diffusa sfiducia verso la politica, mentre molti algerini seguivano con maggiore interesse la partita della nazionale ai Mondiali contro la Svizzera.
A rendere ancora più controverso il voto sono state le esclusioni di 269 candidati, tra cui esponenti del partito islamista MSP e numerose figure riconducibili al movimento Hirak, che nel 2019 aveva portato alle dimissioni di Abdelaziz Bouteflika. L’Autorità nazionale indipendente per le elezioni ha giustificato le esclusioni richiamando la normativa contro la corruzione e i legami con “reti finanziarie illecite” o “attività politiche sospette”. Per gli esclusi e per gran parte dell’opposizione, invece, quei criteri sono diventati uno strumento per restringere ulteriormente lo spazio della competizione politica.
Sette anni dopo le proteste dell’Hirak, il dato più significativo sembra essere proprio questo, il progressivo svuotamento della partecipazione politica. Se nel 2019 milioni di persone erano scese in piazza chiedendo una trasformazione del sistema, oggi il malcontento si esprime soprattutto attraverso l’astensione. Le elezioni si svolgono regolarmente, ma sempre più cittadini sembrano considerarle incapaci di incidere sugli equilibri del potere. In questo senso il disinteresse registrato durante il voto racconta forse più della politica algerina di quanto possa fare il risultato finale.
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