Israele non prova alcun imbarazzo per la sua politica di appropriazione delle terre della Cisgiordania, e i soldati israeliani sembrano ben lieti di impedire a palestinesi, israeliani o giornalisti internazionali di documentare la presa di possesso di Qusra da parte dei coloni.
Dahlia Scheindlin (Trad. It. Lavinia Marchetti)
Non è facile andare a trovare le famiglie di Qusra, nella Cisgiordania settentrionale, le cui case dalla scorsa settimana sono assediate dai coloni. Invece di allontanare i coloni, l’esercito israeliano ha fatto uscire dalle proprie abitazioni fino a venti famiglie palestinesi; in seguito ne ha lasciate rientrare alcune, però altre sono rimaste fuori. Chi è tornato ha trovato le case devastate e dichiarate zona militare chiusa, tuttora sotto il controllo dell’IDF.
Per la maggior parte degli israeliani, i villaggi di quest’area sono vicinissimi — poco più di 50 chilometri da Tel Aviv in linea d’aria — eppure sembrano appartenere a un altro universo. Google Maps lì non mostra molte delle strade sterrate, ripide e rocciose, piene di tornanti. Molte vie sono prive di nome e seguono percorsi privi di qualsiasi regolarità.
La vera ragione per cui è tanto difficile raggiungere le famiglie assediate, o anche solo vedere le loro case, è che le autorità israeliane vogliono impedire che loro — o qualsiasi palestinese — vengano visti.
Per arrivare ai villaggi bisogna orientarsi in un intricato reticolo di stretti sentieri sterrati, appena sufficientemente larghi per un’automobile — idealmente una jeep — fino a raggiungere le strade asfaltate più grandi che collegano i centri abitati. Quasi tutte, però, sono bloccate.
Procedendo lentamente, all’improvviso davanti a voi compare un cumulo di terra rocciosa color ruggine, oppure un fossato appena scavato, una catena chiusa con un lucchetto o un vistoso cancello giallo, installato dall’esercito dopo il 7 ottobre. Una donna palestinese che cammina sotto il sole opprimente di mezzogiorno, con pesanti abiti e un cesto sulla testa, probabilmente non sta semplicemente perpetuando qualche pittoresca tradizione popolare: più probabilmente sa che non può usare l’automobile per sbrigare le proprie commissioni.
Nella foto - An Israeli settler filming cars on the road approaching the besieged houses in Qusra last week. Credit: Itai Ron
Le agenzie delle Nazioni Unite documentano attualmente più di 900 barriere di questo genere, però come possono i ricercatori riuscire a stare al passo? Proprio mentre passiamo in automobile, tre giovani coloni con vistosi riccioli laterali stanno scavando un fossato per bloccare un’altra strada. Ci fissano e sostengono di stare riparando una conduttura dell’acqua, eppure questi uomini non sono dipendenti di alcuna società idrica. Hanno lo stesso aspetto dei coloni che, lungo altre strade, sentieri e campi della Cisgiordania, piantano pali nel terreno per disseminare ovunque bandiere israeliane.
Se si arriva dalla strada principale utilizzata dagli israeliani — Area C, secondo la configurazione stabilita dagli accordi di Oslo — alcune delle deviazioni che conducono ai villaggi palestinesi di questa enclave dell’Area B vengono interrotte. Diventa quindi difficile incontrare quelle persone, vederle o persino sapere che esistono.
Dopo che numerose strade sbarrate ci avevano fatto girare a vuoto fino a perderci, finalmente abbiamo trovato un piccolo sentiero sterrato, poco distante dall’insediamento di Shiloh, che sembrava destinato a congiungersi con una strada più grande attraverso la quale avremmo potuto tornare verso i villaggi.
Pochi metri prima del punto in cui le due strade avrebbero dovuto incontrarsi, però, è comparso un altro insidioso cumulo di terra, scaricato quasi per tutta la larghezza del sentiero. In un attimo di impazienza e scarsa lucidità abbiamo cercato di aggirarlo passando sul piccolo margine rimasto libero, finendo troppo vicini al fossato laterale. Il veicolo si è inclinato pericolosamente e siamo rimasti bloccati.
Abbiamo trascorso mezz’ora sotto il sole chiedendo umilmente ai coloni di passaggio di aiutarci, finché un uomo con la barba corta, una kippah nera e una pistola ha agganciato una catena al suo piccolo trattore e ci ha tirati fuori.
Erano bastate appena due ore di guida attraverso quel territorio soffocante per esasperarci e indurci a commettere quella sciocchezza al volante — accompagnati, in fondo, dalla consapevolezza inconscia che degli ebrei israeliani di lingua ebraica possono sempre ricevere aiuto.
I palestinesi vivono quelle nostre due ore ogni giorno, per tutto il giorno, continuamente. Se sfondano una barriera o anche soltanto accelerano, potrebbero non sopravvivere abbastanza da poter scrivere un articolo sull’accaduto.
Nella foto - Israeli soldiers and Border Police officers standing in front of the besieged home in Qusra, in front of water and food that Israeli solidarity activists attempted to deliver, on Friday. Credit: Itai Ron
Alla fine abbiamo raggiunto la casa assediata sulle colline fuori Qusra, nel cuore dell’Area B, dove teoricamente l’Autorità Palestinese dovrebbe avere il controllo degli affari civili. Il lungo viaggio, tuttavia, è terminato prima ancora che la visita potesse cominciare: tre soldati mascherati e due minuti di conversazione.
I soldati erano seduti sotto una piccola tenda bianca accanto alla casa. Appena ci siamo avvicinati con l’auto si sono alzati di scatto, con le armi strette tra le mani, e si sono diretti verso di noi. Le maschere lasciavano intravedere soltanto piccoli scorci di guance giovanissime e acne.
«Come state?», abbiamo chiesto.
Tutti e tre hanno risposto automaticamente: «Baruch Hashem» — sia benedetto Dio.
Anche le parole successive sono state automatiche:
«Questa è una zona militare chiusa. Dovete andarvene subito».
Nella foto - One of the Palestinians currently besieged by Israeli settlers and soldiers in Qusra, in the northern West Bank, on Friday. Credit: Itai Ron
Questi incontri seguono sempre lo stesso rituale. I soldati avevano dato la stessa risposta alcuni mesi prima, alla vigilia della nuova inaugurazione dell’insediamento di Sa-Nur, respingendo i giornalisti che tentavano di avvicinarsi.
Non c’è alcuna discussione possibile; è quasi impossibile ottenere da loro parole diverse da «andatevene, subito» e «zona militare chiusa».
Mentre tornavamo indietro passando davanti alla casa, ho visto un uomo palestinese sul balcone che guardava nella nostra direzione. Abbiamo rallentato; ancora una volta mi ha colpito la delusione di trovarci lì senza alcun modo di comunicare. Prima ancora di rendermene conto, gli stavo facendo un cenno con la mano. Il suo volto sembrò illuminarsi e ricambiò il saluto.
I soldati erano dietro di noi, infastiditi. La cordialità era scomparsa e correvano verso il veicolo, agitati dietro quei volti privi di lineamenti, chiedendoci perché ci fossimo fermati. Abbiamo maldestramente cercato di convincerli che avevamo avuto un problema con la cintura di sicurezza e ce ne siamo andati.
La casa ci era preclusa, e proprio questo rendeva più chiaro il quadro generale.
Anzitutto, le autorità israeliane vorrebbero che la loro politica in Cisgiordania assomigliasse a quella adottata a Gaza: inaccessibile ai testimoni oculari. Quelle strade sbarrate della regione servono a qualcosa che va oltre l’ostacolo agli spostamenti dei palestinesi per ragioni di sicurezza. Sigillare le case sottraendole agli occhi di chi vuole vedere serve a qualcosa che va oltre la separazione tra coloni e palestinesi.
Israele vuole nascondere le proprie azioni, per poi lamentarsi del fatto che vengano rappresentate in modo scorretto.
Esiste però un quadro ancora più ampio. E, paradossalmente, questo viene esibito lungo le strade attraverso giganteschi cartelloni a caratteri cubitali:
Nella foto - The billboard, spotted in the West Bank, reads: "Making history! Redeeming Areas A and B!" Credit: Dahlia Scheindlin.
«FACCIAMO LA STORIA! RISCATTIAMO LE AREE A E B»
e
«Abbracciamo gli eroi del ranch Tzofnat [anch’esso nella regione della Samaria] — liberate gli allevatori!»
Quest’ultima espressione è il più recente eufemismo utilizzato per indicare gli israeliani più violenti che stanno distruggendo vite, terre e proprietà palestinesi nella zona.
A ciò si aggiunge una pubblicità elettorale del Partito del Sionismo Religioso, esposta lungo l’autostrada:
«Sono entrate in vigore le agevolazioni fiscali per i residenti di Giudea e Samaria — Sì. Smotrich».
Nel manifesto compare una fotografia di Bezalel Smotrich, di fatto il ministro dell’annessione, insieme a un altro membro del partito, Tzvi Succot, residente a Yitzhar, uno degli insediamenti consolidati più estremisti della Cisgiordania.
Nessuno sta nascondendo la politica generale di questo governo israeliano: impadronirsi della terra, attraverso la forza bruta oppure attraverso agevolazioni e burocrazia, e spingere fuori i palestinesi.
Questa realtà dovrebbe inoltre dissipare ogni dubbio riguardo a una tesi che si è recentemente diffusa, secondo cui l’IDF, lo Stato israeliano o le sue istituzioni starebbero in qualche modo perdendo il controllo su quei turbolenti «giovani problematici». Coltivare gruppi di milizie di coloni potrebbe certamente significare giocare con un incendio futuro e incontrollabile. Quel momento è ancora lontano.
Nella foto - An Israel Police car driving past a newly established Israeli outpost in the Palestinian town of Beit Sahour, near Bethlehem, in the West Bank on Friday. Credit: Ahmad Gharabli/AFP
Per ora si può essere certi che le istituzioni militari, di sicurezza e di intelligence israeliane siano solide e pienamente capaci di eseguire le direttive provenienti dall’alto. Qui non si profila alcuna anarchia né alcun collasso dello Stato: accade l’opposto.
La settimana scorsa alle autorità israeliane, insieme all’Interpol, sono bastati pochi giorni per localizzare una madre e una figlia dall’altra parte del mondo. Le due donne avevano cercato di scomparire in un altro continente una settimana prima, però le autorità ne hanno individuato la posizione e le hanno fermate su un autobus che attraversava l’Argentina.
Fermare almeno la maggior parte dei cosiddetti «giovani delinquenti» — ammesso che sia questo ciò che sono — sarebbe un gioco da ragazzi: coloro che commettono atti di terrore si trovano proprio qui, nel cortile di casa del Paese. I nomi dei più importanti o dei più letali sono già noti a tutti.
La maggior parte dei soldati, invece, ha pienamente il controllo della situazione ed è pienamente allineata. Questo vale per gli episodi nei quali alcuni militari si uniscono agli attacchi dei coloni, così come per il compito quotidiano di sottrarre ai palestinesi case e terre.
Malgrado il sole rovente, gli strati di protezioni e le maschere, quei soldati sembrano soddisfatti di svolgere il proprio compito: respingere palestinesi, israeliani e internazionali — chiunque costituisca una minaccia per quel feudo fondamentalista, anche soltanto attraverso il fatto di esserne testimone.
Quell’entusiasmo proveniente dal basso viene alimentato e accolto ai vertici della piramide politica israeliana.
La maggior parte degli israeliani forse non percorre queste colline della Cisgiordania.
Eppure ciò che sta accadendo è ormai impossibile da nascondere a noi stessi.
Qusra, tra le strade assediate
dove la destra cerca la spallata
per cancellare la Cisgiordania
di Francesca Mannocchi — Qusra (Cisgiordania) [La Repubblica 18 agosto 2026]
Da nove giorni Abdel Karim Hassan dorme in macchina, sulla collina che guarda Ras al-Ain. Davanti a lui, sul crinale, ci sono tre case, e in una ci sono le sue figlie. Le sorveglia perché nessuno ci arrivi senza che lui l’abbia visto per primo: se i coloni si muovono, il telefono squilla prima che attacchino di nuovo. Ieri mattina ha chiamato sua figlia Aisha, dice che a Qusra il cibo c’è, una delegazione dell’Unicef è riuscita a farlo arrivare, i soldati li hanno fatti passare e hanno lasciato alla famiglia una sola disposizione: non affacciarsi alle finestre, per nessun motivo. Aisha è chiusa in casa dal 9 agosto, da quando, nove giorni fa i coloni sono scesi da Tel Talpiot, l’avamposto sul versante ovest del villaggio, illegale anche per la legge israeliana: lo hanno fondato sei mesi fa occupando cinque case palestinesi incompiute, portandoci tende, cisterne e greggi.
Da dicembre hanno ripetutamente tagliato l’acqua e la luce alle case di Qusra, e ogni volta il comune le ha ripristinate, poi il nove agosto sono tornati, hanno piantato una tenda, sbarrato i cancelli e la strada, hanno reciso di nuovo le linee di acqua e luce, e da quel momento le quindici persone delle famiglie Hassan e Abu Rida, non hanno potuto lasciare il villaggio. Due sono bambine piccole.
Pochi chilometri più a nord c’è Esh Kodesh, che vent’anni fa era quello che Tel Talpiot è oggi, baracche e caravan piantati senza permesso su terra palestinese, e che nel 2025 il governo israeliano ha legalizzato retroattivamente. Da lì vengono molti dei ragazzi delle colline, sempre con lo stesso metodo. Prima si pianta la tenda, poi arrivano le baracche, poi l’allaccio all’acqua, poi i fondi pubblici, e alla fine il decreto che sana quello che è nato illegale.
Il sindaco Abdul Azim al-Wadi dice che Qusra è chiusa da est, da sud, da ovest e da nord, e non parla di questi nove giorni, parla di Migdalim e Shilo, costruite sulla terra del villaggio, dei tre avamposti aggiunti negli ultimi vent’anni, dei posti di blocco, delle strade sbarrate. L’assedio della collina è arrivato dentro un assedio più antico, e chi vive qui lo misura in caravan comparsi una notte e mai più rimossi.
Il 9 agosto, all’inizio dell’assedio, le famiglie hanno chiesto protezione all’esercito. Le telecamere di sicurezza mostrano i soldati arrivare, salutare con familiarità i coloni e unirsi alla loro preghiera; nei giorni successivi, però, l’esercito è tornato insieme alla polizia di frontiera e ha smontato la tenda che i coloni avevano piantato. A quel punto dagli avamposti circostanti ne sono arrivati altri a decine, hanno trascinato massi sulla strada e lanciato pietre fino a costringere i militari a ritirarsi. La risposta è arrivata la mattina seguente, quando Ras al-Ain è stata dichiarata zona militare chiusa: da allora nessuno può raggiungere le tre case da Qusra e nessuno può lasciarle. L’assedio imposto per nove giorni dai coloni è finito così dentro un altro isolamento, questa volta stabilito dall’esercito.
Anche Washington è intervenuta. Mike Huckabee, l’ambasciatore americano che per anni ha difeso gli insediamenti e rifiutato perfino la parola “occupazione” per definire la presenza israeliana in Cisgiordania, ha chiesto pubblicamente che l’assedio finisse. È un intervento che pesa proprio per chi lo pronuncia: se a denunciare ciò che accade a Qusra è uno dei più solidi alleati politici del movimento dei coloni negli Stati Uniti, significa che quella vicenda ha oltrepassato anche i margini molto larghi entro cui Washington ha finora tollerato l’espansione degli insediamenti e la violenza che l’accompagna. L’assedio, però, continua. E continua mentre Israele entra nella campagna elettorale per il voto del 27 ottobre, il primo dopo il 7 ottobre 2023 e quasi tre anni di guerra, in un Paese nel quale nel frattempo è cambiato profondamente anche il posto che la questione palestinese occupa dentro la destra.
L’estrema destra arriva a queste elezioni con un paradosso, perché Smotrich rischia di non superare la soglia di sbarramento e Ben-Gvir tenta di consolidare e ampliare il proprio consenso attraverso una radicalizzazione ulteriore del linguaggio. Proprio ieri ha parlato della necessità di uccidere ogni notte decine di persone a Gaza, ha rilanciato il ritorno degli insediamenti israeliani nella Striscia e l’idea di favorire l’emigrazione dei palestinesi. Smotrich e Ben-Gvir possono perdere seggi dopo avere spostato il terreno sul quale si svolge la competizione, possono indebolirsi elettoralmente mentre alcune delle idee che li rendevano marginali dieci anni fa sono diventate patrimonio di una parte molto più larga della destra. La nascita di uno Stato palestinese, che per decenni aveva costituito almeno formalmente uno degli esiti possibili del conflitto, è oggi respinta dalla quasi totalità della coalizione di governo, l’annessione della Cisgiordania viene discussa apertamente, l’espansione degli insediamenti non viene più presentata soltanto come una realtà da amministrare, ma viene rivendicata come strumento per impedire una futura sovranità palestinese. E per Netanyahu il problema elettorale nasce precisamente qui, perché deve provare a recuperare gli israeliani che dopo il 7 ottobre hanno abbandonato il Likud, contenere l’opposizione e contemporaneamente impedire che Ben-Gvir trasformi ogni esitazione del primo ministro in una prova della propria superiorità ideologica. È dentro questa competizione che la Cisgiordania diventa qualcosa di più di uno dei dossier della campagna elettorale. È il luogo nel quale la destra può mostrare ai propri elettori risultati già ottenuti e l’estrema destra può sostenere che occorre andare oltre.
Nelle stesse ore in cui le famiglie di Qusra entravano nel nono giorno di assedio, Jared Kushner incontrava Netanyahu a Gerusalemme, in arrivo dal Cairo, dove ha incontrato Khalil al-Hayya, il capo negoziatore di Hamas. Hanno parlato del futuro di Gaza, del disarmo di Hamas, del ritiro israeliano e di ricostruzione. È difficile separare quel negoziato dalla campagna elettorale che sta cominciando. Ogni ipotesi di ritiro, ogni concessione sulla futura amministrazione palestinese, ogni passaggio del piano americano può essere utilizzato da Ben-Gvir per accusare Netanyahu di restituire attraverso la diplomazia ciò che Israele ha conquistato con la guerra e Netanyahu sa che deve negoziare con Washington guardando contemporaneamente alla propria destra.
A Gerusalemme e al Cairo si negozia il futuro politico dei palestinesi. In Cisgiordania, intanto, quel futuro viene ristretto sul terreno: dagli insediamenti, dagli avamposti, dalle terre che diventano inaccessibili, dalle comunità che si svuotano. Qusra racconta precisamente questo scarto: mentre la diplomazia discute di ciò che potrebbe esistere domani, la geografia sulla quale dovrebbe esistere cambia ogni giorno. Quando cala la sera a Qusra i soldati israeliani sono ancora intorno alle tre case assediate, nella zona ormai dichiarata militare. Abdel Karim Hassan sa che sua figlia Aisha passerà un’altra notte lì dentro. Il cibo consegnato dall’Unicef è servito a guadagnare qualche giorno. Le case sono ancora lì e appartengono ancora alle famiglie palestinesi che le abitano. Nessun provvedimento ne ha cambiato la proprietà, nessuna legge ha cancellato i diritti dei loro proprietari, nessuna nuova linea è comparsa sulle mappe. Da nove giorni quelle case continuano ad appartenere a chi le abita, ma abitarle non è più un diritto che possono esercitare liberamente.
Nessun post

Comments
Nothing yet. Say the first thing.
Sign in to join the conversation.