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Lavinia Marchetti · Aug 13, 2026

Fenomenologia di Bruno Barbieri

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Lavinia Marchetti · Lavinia Marchetti

So che potrebbe sembrare che tutto ciò esuli da ciò che scrivo di solito, ma solo in apparenza. E spero che Umberto Eco non se la prenda troppo.

Devo necessariamente fare un incipit delle mie vicissitudini, noiosissime, di vita. Sono tornata in Italia da poco e, avendo momentaneamente lasciato la mia casa, dove vivevo senza televisione, mi sono appoggiata da alcuni parenti nella rovente Toscana. Da loro la televisione c’è eccome. Anzi ce ne sono molte, fanno arredamento e sono costantemente accese, quasi come fossero termosifoni a Mosca durante un rigido gennaio. Non ci avevo mai fatto caso prima, ma la TV possiede la qualità di incorporarsi all’ambiente, come una pianta rampicante a Wimbledon, fino a rendersi inevitabile, lo spazio sembra progettato per lei. Anzi lo è. Comunque, mentre studiavo su una scrivania di fortuna, dal silenzio emergeva una stridula voce con accento emiliano, la voce, mi hanno detto, possedeva l’identità di tale Bruno Barbieri, uno degli chef di Masterchef, che stava conducendo (da anni) un programma intitolato 4 Hotel. Questa voce irritante, promanava dalla stanza accanto e penetrava nella mia concentrazione, accendeva neuroni che distraevano altri neuroni. L’insistenza del noise, può produrre un apprendimento parassitario, tanto che a metà puntata mi sono messa a guardarlo. Dopo una mezz’ora circa, sapevo già che c’era una tenda stirata male ed era un vero abominio, e anche che una macchia sul rubinetto poteva compromettere il destino di un’impresa familiare. Insomma ho finito la puntata seduta sul divano accanto a mia zia.

Il programma, per chi non lo sapesse, segue lo chef Barbieri attraverso alberghi costosi, spesso di lusso, dove trascorre una notte nelle 4 camere in gara. La struttura gli offre anche qualche attività, qualcosa che prevede, leggo cercando in giro, un panorama molto bello e l’aria soddisfatta, anche perché divertirsi per lavoro non è affatto male. Non ho niente contro Barbieri in quanto tale. Gli albergatori si giudicano a vicenda, poi arriva Barbieri con il suo cipiglio da commissario tecnico della federa, somiglia molto all’Unione Europea quando dà le misure dei formaggi giuste e le quote latte. La tensione del programma cresce soprattutto attorno al prezzo, che viene rivelato verso la fine e sembra contenere la verità ultima dell’esperienza. Lo vedevo negli occhi di mia zia. Voleva sapere quanto costava. Quella cifra era la cosa che più la motivava a finire la puntata, perché così poteva commentare: “800 euro e c’era la polvere sulla finestra!” (al che io mi sono chiesta: “ma se sai che verrà un’intera troupe televisiva nella tua struttura, non paghi qualcuno per una pulizia radicale 10 volte?”)

Nel programma il prezzo serve a collocare l’oggetto (causa di desiderio, direbbe Lacan) in una precisa gerarchia sociale, permettendo allo spettatore la misurazione della distanza che lo separa da esso. Nello stesso momento, e qui sta la trappola di quello che Mark Fisher definiva “il realismo capitalista”, gli concede una partecipazione provvisoria, “ti faccio vedere le camere, il mare dalla finestra, le rifiniture di lusso, la colazione pantagruelica” (che non avrai, ma avresti potuto avere se non fossi povero! Impegnati!). Conoscere il costo di una cosa significa già poterla confrontare con il proprio reddito. Lo spettatore, e qui sta tutto il senso del programma, può pronunciare la formula sovrana: «Per quella cifra, io pretenderei molto di meglio».

IL DESIDERIO E LA LEGGE O LA LEGGE DEL DESIDERIO

Il desiderio, lo sappiamo da tempo, da Spinoza e da Hegel, prende quasi sempre la strada indicata da qualcun altro. Un oggetto acquista più luminosità soltanto attraverso lo sguardo della posizione occupata da chi mostra di poterlo avere. Barbieri svolge appunto la funzione del mediatore. La sua ispezione scorbutica, ai limiti del disturbo ossessivo-compulsivo, insegna al pubblico quali siano i dettagli che rendono desiderabile un soggiorno. Ma ha una funzione ancora più importante: incarna l’uomo che può entrare nelle strutture di lusso senza dover compiere il calcolo economico che governa la vita comune. Così, quando fa scorrere le dita sulle lenzuola e ne decanta le proprietà di morbidezza del tessuto, l’oggetto profondo del desiderio è la sua posizione. L’albergo offre solo il palcoscenico sul quale si manifesta la libertà di chi può godere in piena libertà, senza problemi di costi e, subito dopo, attribuire anche un voto al proprio godimento, Lacan lo chiamerebbe il plusgodimento. Lo spettatore riceve una quota di quel più-di-piacere, ma solo per procura, la mancanza (ma anche l’Ἀνάγκη) conserva intatta la propria forza e si ingolfa di immagini. Mia zia ricorda quell’alberghetto a Cortina meraviglioso dove Barbieri abbracciava gli alberi per poche centinaia di euro… Il capitale, il discorso del capitalista, può ricavare valore da questa mancanza originaria, strutturale, ben prima dell’acquisto. Non scordiamoci mai che l’attenzione del pubblico è già una merce e il desiderio lavora incessantemente, anche quando le serrande sono chiuse.

FAR ENTRARE LO SPETTATORE NEL GIOCO DEI RICCHI

La gara aggiunge un elemento psicologico importantissimo. La semplice esposizione del lusso sarebbe barbara, rischierebbe di umiliare chi guarda, ci vuole tatto nei confronti del pubblico. La possibilità di giudicare il lusso converte l’impotenza economica dello spettatore in qualcosa di illusorio, ma soddisfacente: la competenza del critico. Barbieri giudica e mia zia con lui. La rinuncia imposta dall’economia spesso si trasmuta in una specie di scelta di gusto. «Io in un posto simile non ci andrei neanche se mi pagassero loro», dice volentieri chi ha appena scoperto il prezzo di una notte e sa perfettamente che il problema della partenza difficilmente si porrà. Il voto permette allo spettatore medio di collocarsi sopra l’oggetto che, sul piano materiale, sta sopra di lui. Il risentimento delle classi subalterne trova, in questo modo, una via socialmente elegante di sfogo.

LA POLVERE DELLA DISCORDIA

Nella mezza puntata che ho guardato il problema vero era il granello di polvere, autentico centro focale psichico della puntata. Il lusso è tale perché esclude, e promette una separazione dalla contingenza e dalle tracce lasciate dagli altri esseri umani. La stanza deve apparire intonsa, come se fosse stata costruita in quel momento, solo per quell’ospite, anche il bagno deve presentarsi privo di storia. La polvere incrina la fantasia secondo cui il denaro possa acquistare un ambiente liberato dalla dipendenza verso gli altri. Il cliente facoltoso ha pagato per essere esentato dalle tracce del lavoro, mentre lo spettatore si identifica con il suo diritto all’esenzione e assume il disgusto di classe come criterio universale di qualità.

La tariffa della camera viene annunciata con grande suspense, si nasconde per qualche istante il prezzo. In tutto ciò il salario della cameriera, della donna delle pulizie non viene mai soppesato rispetto al voto finale. Il pubblico viene spinto a identificarsi verso l’alto, con chi riceve il servizio. Il capitalismo chiede anche a coloro che vendono il proprio tempo di pensarsi anzitutto come consumatori esigenti, poco importa se dormiranno in una camerata di un ostello. Le condizioni di chi presta il servizio scompaiono, mentre una particella atomica di polvere sul comodino merita un processo all’intera struttura. Accade così che persone costrette a fare i conti con affitti sempre più alti possano provare un’indignazione sincera per l’imperfetta esperienza alberghiera di qualcuno capace di spendere in una notte la cifra che loro destinano a più di un mese di vita. La scena è comica, benché riveli un successo politico notevole. Fatemelo esprimere in senso marxista. Qui l’identificazione (e l’alienazione) ha già superato il conflitto di classe (che non si pone proprio) e ha preso posto nel letto del cliente, dormiamo con Barbieri. Chissà se russa.

IL PREZZO CREA IL DESIDERIO E IL DESIDERIO CREA IL PREZZO

Il prezzo, banalizzando un po’, esercita una funzione erotica. La cifra proibitiva accresce l’attrazione in quanto va a certificare che l’oggetto appartiene a un mondo selettivo ed esclusivo, si basa sull’esclusione. Il capitalismo fa questo, vuole vendere a tutti, anche al povero. E il povero cosa può fare? Risparmiare un anno, privarsi anche di beni elementari e dissipare, come in un potlatch, in pochi giorni tutto il risparmio per mostrare a se stessi e agli altri che anche lui è Barbieri e quando entrerà in quella camera pagata un suo stipendio mensile ripeterà le movenze dello chef Bruno, non vedeva l’ora di poterlo fare anche lui. Ha rinunciato per due anni a molte cose, solo per toccare un lenzuolo COME Barbieri. Il valore d’uso della camera conta molto relativamente; ciò che si consuma davvero è la differenza sociale incorporata in lenzuola e stoviglie, che sembrano avere frequentato scuole migliori delle nostre. Sapere quanto costa permette di avvicinarsi a quella differenza attraverso il pensiero.

CI SERVE A QUALCOSA SAPERE COME LAVORA DENTRO DI NOI IL CAPITALISMO?

La consapevolezza del meccanismo offre scarsa protezione. Si può ridere del programma e riconoscere la sua assurdità, come ho fatto io. Però mi sono seduta sul divano e gli occhi si sono diretti sullo schermo quando quando sono comparsi il prezzo e i voti distruttivi messi per strategia. Il realismo capitalistico opera in questo cono d’ombra, è un’evidenza capace di sopravvivere alla derisione. Non richiede nessun atto di fede. Gli basta organizzare ciò che appare desiderabile e assegnarci una posizione davanti allo schermo. Anche la nostra ironia viene assorbita, nessuno ci crede davvero, poiché sappiamo tutto e restiamo seduti. La televisione accesa nella stanza dei parenti rendeva il processo quasi un romanzo d’appendice (come questo articoletto post-puntata). Avevo scelto il silenzio per studiare, e il mercato mi raggiungeva sotto forma di noise, insinuando una gerarchia dei piaceri dentro un pomeriggio che gli avevo sottratto. Non solo nel programma si faceva pubblicità a 4 alberghi e a vari prodotti messi “casualmente” in giro, ma era anche pieno di altra pubblicità. Un’ora di pubblicità e pubblicità nella pubblicità (la metapubblicità).

Bruno Barbieri simboleggia questo: un capitalismo che ci concede di sdraiarci, attraverso le immagini, nel letto del padrone, purché continuiamo a rifarglielo nella realtà.

FENOMENOLOGIA (O BOUTADE?) DI BARBIERI

Bruno Barbieri, a mio modesto (mica tanto) avviso, occupa il posto lacaniano del soggetto supposto godere, ovvero colui che sa come si dorme su un “vero letto”, un “vero materasso”, non come quello a molle del 1982 che mia zia tiene in camera sua, e sa anche quanto debba costare il piacere. Il godimento necessita del suo giudizio perché lui lo sa e avalla. Barbieri gode su mandato del pubblico e impartisce anche la maniera corretta di farlo, lui sa come si comporta il cliente esigente, l’uomo di mondo che paga e pretende. Sotto il suo sguardo a volte sorridente, a volte irato, ci indica un modello medio di pretenziosità. Si può essere stronzi e divertirsi se si paga abbastanza.

Fuori dalla proprietà dell’albergo e dal lavoro che lo rende abitabile, occupa il posto del cliente ideale, quello al quale il mondo lavorativo deve presentarsi già preparato. Al capitalismo basta che milioni di persone desiderino da quel punto-di-sguardo, pur continuando a vendere il proprio tempo e a sudare i propri risparmi. Lo spettacolo, in senso debordiano, è precisamente il rapporto che si stabilisce fra mia zia e la camera irraggiungibile, con Barbieri incaricato di mediare. L’esclusione le viene ripagata sotto forma di partecipazione. Per un’ora può consumare la distanza che la separa dalla merce e chiamarla intrattenimento o divertissment.

Il feticismo della merce raggiunge così un livello di perfezione che rasenta l’assoluto. Il lenzuolo acquisisce quasi una personalità propria, ma il lavoro alienato che lo ha disteso senza neanche una pieghetta è espulso dalla scena. La reificazione del lavoro ci viene sottratta, o meglio, la relazione sociale e il lavoro umano da cui la merce deriva vengono occultati, sarebbe brutto da mostrare. La stanza deve sembrare essersi preparata da sola e il suo prezzo, così, appare naturale quanto il panorama. La donna delle pulizie rientra nell’inquadratura se e solo se ha avuto qualche mancanza, finché c’è perfezione non esiste, torna ad esistere nell’errore (orrore) delle invisibili classi subalterne che non si impegnano affinché chi paga non debba neanche sapere che esistono.

Il realismo capitalista risiede anche in questa sorta di migrazione intima dello sguardo. Quando, dopo una giornata trascorsa a lavorare per qualcuno, ci si siede davanti alla televisione e si giudica il lavoro altrui dalla posizione ipotetica del ricco. Il circuito del desiderio può così ricominciare ad libitum. La soddisfazione piena rimane sempre altrove, nel luogo dell’Altro, della domanda, o in un’altra camera con una tariffa diversa, e il capitale monetizza il suo rinvio, sa bene che si desidera finché si è mancanti. Barbieri è il funzionario di questa premessa che si fa promessa. La sua severità la protegge da ogni fallimento, un cuscino sgualcito attribuisce la delusione tutta all’albergatore e salva il lusso come idea. Il prossimo letto manterrà finalmente ciò che il prezzo promette e mia zia aspetta la camera perfetta, perché, forse, un giorno chissà, anche lei potrà criticare dal vivo come Barbieri.

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