70 anni dalla nascita di Andrea Pazienza, una mostra a Roma di cui troverete ampio resoconto nel prossimo articolo, ma intanto , se potete, andate a vederla… il biglietto vi permette di vederla e tornarci giorni dopo!
Ma passiamo a questo mio articolo, datato 2018, uscito sul volume ANDREA PAZIENZA - TRENTANNI SENZA (Coconino Fandango).
L’articolo esamina le tavole di Andrea nei suoi originali, dove oltre l’opera rivolta al lettore, si distinguono i vari passaggi, pensieri e correzioni… qualcosa che stiamo perdendo da anni, in letteratura e disegno, nella smemoria creativa del computer… cancella.
Cerchiamo di non cancellare.
Bisognerebbe scrivere dei disegni e delle opere cartacee, pittoriche o altro, seduti in mezzo ai fogli, come fossero un tappeto in cui rotolarsi, affondare, da toccare, annusare e leccare.
Se ci sono disegni che chiamano questo approccio sono proprio gli originali di Andrea Pazienza, per come li ha fatti lui, e per come il tempo ha infierito su questi reperti, non cancellandone le caratteristiche, come ha cancellato il colore nelle stature antiche che ci arrivano bianche, essenziali nella struttura, ma private di una loro parte significativa.
Nei lavori di Andrea il tempo a volte impallidisce, ingiallisce e cancella i segni, ma più spesso evidenzia nella sua trasformazione, quello che era il lavoro, i materiali, la stratificazione di tecniche e sudore.
Non tutti gli originali, anche di grandissimi autori, rivelano così tanto e oltre alla loro faccia pulita della stampa ben fatta.
Disegnatori nitidi, ordinati, anche se forti e graffianti, danno un brivido più intellettuale che carnale davanti all’esposizione di tavole originali.
Davanti alle tavole di Pazienza invece si può, armandosi della passione e della cura degli archeologi, riconoscere i segni del lavoro, dell’invenzione, del dolore e del divertimento, della sperimentazione e della velocità, della nonchalance e della fatica, e della cura ostinata (benedette pecette!). E poi riconoscere quanti anni sono passati (30, 40) da quelle tavole che ci apparirebbero vivissime e contemporanee, se non fosse per quel nero che non è più, e per la carta ingiallita, dove colla e scotch lasciano aloni bruni.
Allora, l’altro modo di parlarne, è sfogliarle rievocando le nostre letture e le volte che le abbiamo viste (o le avremmo voluto vedere) appena fatte, ancora puzzolenti di quei pennarelli che avvelenavano, o degli altri (forse) atossici, per bambini, da due lire.
Appena sfogliate tutte le immagini del catalogo, ho scritto di getto un elenco di parole. Ma questo elenco istintivo, disordinato e – infine – sentimentale credo sia un buon metodo per affrontare un autore come Pazienza e dunque lo ripiglio qua, dalla prima parola.
Le tavole di un disegnatore così abile e istintivo, le penseremmo sporche, ma solo di disordine, di qualche macchia sbianchettata, non di correzioni, cambiamenti, rielaborazioni.
Invece tantissime tavole sono collage di pecette, piccoli ritocchi, stratificazioni di nero e bianco a creare la giusta immagine, densa del pensiero.
Alla generazione di Andrea (la mia generazione) l’oblio era lento a venire e doloroso.
Con la mancanza di oblio, senza la leggerezza di un command mela zeta, l’insoddisfazione aveva tempo di radicarsi. Ma al tempo stesso l’indecisione (e l’insoddisfazione assieme) avevano dei limiti, il foglio ha una certa resistenza, che arriva fino a un certo punto. Poi la carta cede, si rompe.
Devi gettare e andare oltre o fermarti un momento prima che accada, e accettare l’imperfezione.
Stratificando in te anche l’insoddisfazione, non solo bianchetto e pecette, ma il nostro essere imperfetti e a strati, a livelli.
E se magari io avrei previsto nei suoi lavori molto bianchetto per il gusto del pasticcio e della materia, invece è un Pazienza ordinato e preciso che riscopro, incontentabile finché non si arriva alla giusta definizione, al dettaglio “bello”, che completa con piccoli francobolli che servono dal cambiare la curva di un pezzo di naso, a un intero personaggino che pesca sul molo.
Era la seconda parola dell’elenco, e colloquia con stratificazione, ma non coincide. Stratificazione e insoddisfazione fanno parte della ricerca. E anche di una chiarezza di idee. Se cerchi sai, grossomodo, dove devi andare. E magari cogli al volo l’idea balzana, che pare improvvisa e irrazionale, ma perché in fondo sai che è quella nella giusta direzione, verso la meta.
Guardiamo qualche tavola rivelatrice. In questa di Pompeo (Prima vignetta in apertura articolo) ci sono di 3 tipi di correzioni o varianti completamente diversi.
1) Estetico, tecnico, le gocce sul fondo, il riflesso laterale del volto. Sono più che correzioni un metodo di lavoro, il bianco sul nero, come il nero sul bianco. Un ripensamento, certo, così viene da pensare per quei raggi-ciglia che danno un eccessiva luce allo sguardo e lo esaltano, forse rielaborazione, o solo rifinitura. È un bianchetto candido quello, che prova anche per il materiale, la differenza con l’altro
2) quello più ingiallito, sul volto, le parti ingiallite sono vere e proprie correzioni. Pennellate di bianchetto di marca diversa, a corregge il nero, non ad aggiungere segni. Pupille spostate, area dell’occhio diversa, ombra più corta.
3) Infine, ma fondamentale, la correzione a pecetta. Che vuol dire non “ritocco” o “correggo”, ma “cancello e rifaccio”. Annullo. Mela zeta. Cerco anche di dimenticare, ma so che non ci riuscirò. Il foglio della correzione, quello classico da pecetta, non spesso, è leggero. Il disegno traspare e si lascia intuire dall’occhio umano, la macchina che lo porterà alla stampa leggerà solo la superficie del foglio e non sa che cosa c’era sotto.
Noi oggi sì lo capiamo, a fatica perché la pecetta trasparente, con ampie zone nere, a sua volta ha un doppio (triplo) livello.
Il volto originale, sul foglio, era di 3/4, piegato verso il basso a sinistra (posizione di chiusura, di blocco) e sofferto, digrignante o urlante. Sofferenza dichiarata (lo si vede dai melodrammatici tratti delle occhiaie), lo si vede anche dal segno non “bello” e poco controllato, una serpentina lungo la mascella, che non è tipica dell’autore.
La pecetta, che con la vecchia faccia ha in comune solo tre ricci, stranamente coincidenti, visto il cambio di angolazione. È un volto essenziale e drammatico, per metà morte, con le cavità vuote e nere, per metà l’uomo che ne resta colpito e tira le labbra sui denti in una smorfia dolorosa, ma controllata. Il naso, col gioco d’ombre, sta mezzo tra quello carnoso umano, e quello cavo d’osso del teschio. Ma a un attento esame capiamo quanto questa soluzione sia stata pensata e sofferta. Arrivarci è stato un gesto di essenzialità, definitivo.
Sotto al nero Pantone, infatti, traspaiono due occhi grandi, dalle palpebre appena abbassate, scettici o stoici davanti al dolore. Ma no, Pompeo è molto oltre, è inutile che reciti lo stoico, e così gli occhi vengono coperti e due cerchi neri chiudono la tavola.
La chiudono così bene, che se dalla pecetta esce un piccolo pezzo nero del mento cancellato, Andrea la lascia là. Bianchetto dovrebbe averne, ma quel segnetto, così isolato non dice più nulla, dunque non c’è e può restare.
La terza parola annotata era:
La lascio qua.
Quanto ci mette un autore a disegnare una tavola? Si chiedono i giovani disegnatori. Non si tratta solo di quante piastrelle, quante finestre o tratteggi. O di quanto sia difficile disegnare un cavallo che cade. A volte una piccola faccia in basso a sinistra può richiedere giorni. E fatica.
La quarta parola (sto seguendo proprio il mio flusso e – stranamente – coincide ora con quello che mi passa davanti), è:
E sto guardando proprio una tavola a matita lasciata a mezzo.
I disegnatori, gli autori, sanno cosa significa lasciare incompleta un’opera o portarla a termine. La vita di tutti, credo, è costellata di progetti non completati. Nel mollare c’è una grande sconfitta, o una grande forza. Se si lascia qualcosa che avevamo iniziato male è coraggio.
Andrea, credo, perché solo lui e pochi amici può saperlo, mi sembra abbia fatto molte cose nel fumetto e che ne abbia – in proporzione – mollate poche. Quando lo ha fatto c’erano senz’altro grandi motivazioni.
È verso la fine che abbandona di più. O definitivamente,
Astarte è forse la storia che sembra più assurdo mollare eppure lo fa, inevitabilmente. “Eravamo a questo destinati io e mio fratello”, una storia che inizia con un destino, imposto da qualcuno, da quell’uomo-padrone, e non pare illogico con concluda il percorso destinato all’uomo creatore di quella storia.
Mollare è cedere, ma anche agire contro.
In Pazienza la tavola troncata assume spesso un altro sapore. Altrimenti perché avrei scritto Mollare, nel mio elenco?
Anche quando è una scelta giusta, oculata. Mollare ha dentro il sapore di sconfitta e cedimento anche se fatto da con forza.
D’altra parte non possiamo dimenticare una storia dal titolo emblematico Il segno di una resa invincibile.
Cedere, mollare, arrendersi, non sono solo gesti deboli, non lo sono nella vita e non lo sono per Pazienza, e ha lottato perché non lo fossero.
Ma torniamo a questa tavola che tanto ha senso con la parola “mollare”:
È una pagina in cui l’aspetto autobiografico, il disegnatore al suo tavolo con fogli sparsi, è evidente. È inedita, e non so la datarla con precisione.
Il tavolo sembra quasi da studente, la scena è malinconica, il disegnatore riflette su qualcosa, o semplicemente non sa come andare avanti col disegno e guarda il tavolo, come probabilmente fa il disegnatore in carne ed ossa in quel momento. Il segno è quello basato sulla linea che senza quasi interrompersi, serpeggia e crea le forme.
La stanza è certo facilmente identificabile, il modello di lampada, il temperamatite con Topolino, piccolo ma perfettamente definito, la macchina da scrivere tipo Olivetti 32, la posizione del tavolo davanti alla finestra (con termosifone), al muro l’arco e una piccola balestra, poi una candela, forse una radio. Stringe il cuore quella stanza un poco sproporzionata rispetto al ragazzo seduto.
La matita è precisa, ma non definita. L’inchiostrazione a pennarello è iniziata, precisa, ma nel momento in cui la linea del tavolo passa davanti al personaggio e gli blocca il gesto che potrebbe fare verso il tavolo, il disegno si blocca. Anche la prospettiva è andata un poco troppo in su. La matita era più precisa. Ma non è quello, per correggere lo sappiamo, c’è il bianco. Se il pennarello si interrompe è perché la vignetta rispecchia troppo l’incertezza del suo autore in quel momento.
Quanto la prima vignetta si cura delle forme tutte e cerca la sintesi, la seconda (dove la stilizzazione fisica cambia, aldilà della tecnica.
Non sappiamo che cosa sia successo tra l’una e l’altra immagine, quando la linea che inchiostrava si è interrotta, il pennarello (a occhio il tipo graduato come un rapidograph) è stato usato in modo tra l’ossessivo e l’annoiato e fare puntini in forma
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d’angolo, a disturbare il foglio inutile.
Ha distrutto il volto già disegnato? O piuttosto il volto poi si è sovrapposto cercando di vincere quella noia angosciata, quel martellare di punti?
Credo che quel volto così troppo realistico nel suo naso e lineamenti arricciati, appartenga a un momento separato, ma sequenziale e legato alla frase nata con il primo disegno: Ecco – Non ho più nulla a cui appellarmi
L’interruzione viene dall’insoddisfazione del segno. Ma anche dal non avere l’appiglio del significato che sostiene ogni immagine.
è la quinta parola.
Potete non vederla così vicina alla precedente, mollare, ma interrompere è lasciare una traccia di percorso e poi aiutare a ricordarlo. La scena precedente è intrisa di memoria, sia lontana che prossima. È al tempo stesso memoria e smarrimento di infanzia, e memoria di quei sentimenti che hanno segnato il foglio, con disegni e tracce.
La memoria cambia con i tempi. Con i tempi, non con l’ età.
Oggi la nostra memoria sembra non servire più, la affidiamo ad aggeggi che la perdono tutta d’un colpo e che al tempo stesso fungono da cervelloni. Memoria è anche trasformare le notizie, modificarle o contestare il passato, negare la storia o semplicemente tacerla.
Perderla non è più una questione personale, ma un normale incidente di percorso.
Per questo si trovano altri mezzi, non tanto per ricordare fatti o cose, ma per lasciare dei segni. I tatuaggi sono un chiaro esempio di lavoro sulla memoria, sull’incancellabilità delle cose. Una lotta contro l’oblio digitale e l’impalpabile. Il dolore legato al tatuaggio fa parte della sua essenza. Non cambiare idea, ma se per caso la cambierai, te ne resterà il segno.
Nella memoria il corpo entra in gioco.
“Se almeno il destino gli avesse concesso di lasciare dietro di se una traccia, un segno, se si fosse imbattuto in un animo affine d’artista che ritraendolo gli potesse sgravare il fardello... Invece niente! Niente!” è il Michele sempre da Il segno di una resa invincibile.
Quello che combatte la perdita di memoria è il segno. Lo sappiamo, non solo il tatuaggio, ma il taglio fondo nella pelle, la scritta sul muro, una ferita, un gesto inscordabile.
Poi c’è la memoria che ci ritroviamo addosso. La ragazza che non dimentichiamo, l’amore o l’amicizia che tradiscono, i momenti intensi, i dolori (che si ricordano più intensamente), ricordi che proviamo a esorcizzare, o piuttosto non vogliamo dimenticare e riviviamo all’infinito ripetendoli, magari su carta
Giorno
O in Campofame: “Posso vivere senza di te, non c’è dubbio, amaramente e bene.
Il ricordo è tormento. Sempre, anche quando ha il sorriso della ragazza, anche quando è un ricordo bello.
È tormento IN QUANTO e ricordo, se è ricordo è passato. Tanto più dunque il tormento è dato dal ricordo bello.
I ricordi dell’infanzia sono i ricordi per antonomasia. La memoria varia da persona a persona, ma i ricordi dell’infanzia e adolescenza hanno una forza particolare, sono stati vissuti con tutto il corpo.
Per questo per me resta potente il racconto di un’estate in Sogno (con l’acqua pettina le dita), perché il sogno diventa la vera memoria, in quanto ingovernato, agisce direttamente sulla sfera dell’emozione e del pensiero.
Queste tavole evidenziano la memoria attraverso il bianco, i vuoti.
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Non è slegata dalla memoria. Anzi, è la memoria più forte. Ma qui mi interrompo, ricordando solo l’uso dei pennarelli da bambini, da poche lire, e i fogli dei quaderni a quadretti, nei fumetti di Andrea.
Ma compare in Paz nell’atteggiamento di molti personaggi nel rifiuto di crescere, nelle paure abissali negli scherzi crudeli di bambini cresciuti.
Infanzia è il continuare a convivere con Topolino, con Pippo –ma induriti e sballati – che Paz priva della loro infanzia.
L’infanzia è anche nei suoi pupazzetti comici che escono a sorpresa dai suoi fogli, e sembrano quelli fatti a scuola sul bordo dei quaderni.
erano le parole 8 e 9.
Si disegna con cervello e occhi, lo sguardo prevale.
Forse non tutti saranno d’accordo, ma nel disegno su carta lo sguardo è solo una parte del controllo, la mano “tasta” il disegno e il colore.
Sui pasticci di nero e bianco e sulle tavole a colori, col tempo sempre più raffinate, pittoriche e ricche (e direi quasi più classiche), si può vedere la differenza del piacere a diversità di opera di Andrea Pazienza.
Dove prima esplode la voglia di mostrare abilità, ma anche di fottersene, subentra a periodi, e forse sempre di più, una raffinatezza tecnica che torna ad aspirare all’arte.
Quanto più cresce la sicurezza pittorica, sembra quasi crescere un’insicurezza, che è la crescita e l’abbandono dall’adolescenza, che tutto può e pensa che potrà, senza un domani.
Ordine e disordine, pasticciacci belli e precisione convivono però sempre.
(foglio esposto alla mostra al MAXXI estate 2026)
Stampate e ripulite queste tavole raccontano l’esito, non il travaglio, e sembrano fatte i getto, che è stato il primo movimento nel crearle (e qui è la radice del piacere), ma poi quello che ne esce è proprio la limatura, la ricerca di una perfezione narrativa che, ancora più dell’abilità del disegno, ha reso Pazienza quello che è.
Andrea aveva, nella sua modernità, anche l’animo di un amanuense.
La precisione certosina di chi fa del disegno preghiera, che veniva dopo l’artista che esplode, e usa il suo sangue per disegnare.
Dopo il sangue, le lacrime e la saliva, si chinava sul manoscritto, prendeva un pennellino, prendeva la foglia d’oro e cercava la perfezione.
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