L’analisi storiografica della violenza antisemita nazista che portò all’Olocausto ha oscillato fra derive interpretative opposte. Da una parte lo “shoahcentrismo”, una postura che trasforma il genocidio ebraico in un'entità metafisica affrancata dalla storia e protetta dal dogma dell'impenetrabilità, che rischia di rendere l'evento incomprensibile in un vuoto di intelligibilità razionale. Dall’altra il “funzionalismo” che riduce l’Olocausto a una mera conseguenza di dinamiche amministrative e radicalizzazioni cumulative interne al regime e in cui l'enfasi esclusiva sulle strutture corre il rischio di dissolverlo in una sequenza burocratica priva di soggetti responsabili.
Ernst Nolte descrisse il genocidio degli ebrei come l'esito estremo di una guerra civile europea iniziata nel 1917 dove i crimini nazisti erano una copia della barbarie asiatica introdotta dal bolscevismo e una reazione preventiva ai massacri di classe perpetrati in Russia. Per François Furet nazismo e comunismo furono brevi parentesi antiliberali esterne al cammino naturale della democrazia, una malattia intellettuale dell’Europa. Daniel Goldhagen presentò il genocidio come una patologia esclusivamente tedesca, derivata da un percorso storico speciale denominato Sonderweg, un progetto nazionale autoritario e militarista condiviso dall'intera società che portò inevitabilmente all’antisemitismo eliminazionista.
Nel saggio La violenza nazista: una genealogia, pubblicato nel 2002, lo storico Enzo Traverso propone invece una lettura storica fondata sulla lunga durata, secondo cui la violenza nazista rappresentò l'esito di processi e tecniche maturati nella storia dell'Europa occidentale durante il lungo Ottocento, interpretando così l'Olocausto come una sintesi di elementi accumulati fin dalla rivoluzione industriale: il colonialismo, i modi moderni di produzione e di gestione della violenza, l'eugenetica e la razionalizzazione burocratica.
La violenza nazista è vista quindi come una sintesi patologica delle pratiche generate dalla civiltà europea nel corso del secolo precedente e in cui si realizzò la fusione tra la figura dell'ebreo, percepito come l'altro del mondo occidentale, e quella del sub-uomo, l'altro del mondo colonizzato, a cui applicare i principi industriali e burocratici in una finalità di annientamento biologico.
La Rivoluzione francese, attraverso l’introduzione della ghigliottina inventata pochi anni prima, sancì l’avvento della modernità nelle pratiche della morte attraverso la sostituzione dei supplizi dell’Ancien Régime con un congegno meccanico e infallibile.
Alphonse de Lamartine osservò che la macchina soppresse il dolore e il tempo nella sensazione della fine, rendendo l’atto finale un istante rapido e standardizzato. Sotto l’Ancien Régime l’esecuzione consisteva in un rito pubblico fondato sulla sofferenza prolungata del corpo che serviva come sacrificio necessario per la legittimazione della sovranità reale stessa. La ghigliottina trasformò la pena capitale in una procedura tecnica e impersonale, che eliminava sì gran parte del dolore, ma privava il condannato della sacralità del supplizio imponendo un principio egualitario davanti alla morte, fossero regnanti o criminali ordinari.
L’esecuzione capitale abbandonò così la liturgia della sofferenza e divenne un processo di uccisione serializzato, efficace e silenzioso che portò alla spersonalizzazione della figura del boia, il quale perse il suo antico ruolo rituale di pilastro dell’ordine sociale, diventando un semplice operatore tecnico addetto ad azionare un meccanismo, un’operazione quasi automatica che sollevava il carnefice da ogni responsabilità individuale.
La razionalizzazione dei macelli durante il diciannovesimo secolo rappresentò una tappa intermedia fondamentale verso lo sterminio di massa. Le autorità allontanarono questi luoghi dai centri urbani per motivi igienici e resero la violenza della macellazione invisibile alla società civile. Gli abattoirs iniziarono a funzionare come vere fabbriche dove gli animali venivano uccisi in modo seriale e tecnico, in spazi dove l’uccisione seguiva una logica di produzione industriale che rimuoveva ogni dimensione festiva o sacrificale dall’atto della soppressione. Noélie Vialles rilevò che l’uccisione industriale mirava a essere indolore e idealmente inesistente per la percezione pubblica. Upton Sinclair descrisse i macelli di Chicago come l’incarnazione dell’ossessione capitalistica per l’efficienza produttiva. Siegfried Kracauer individuò un’analogia tra questi dispositivi metodici e l’organizzazione geometrica dello spazio nei futuri campi di sterminio. Henry Friedländer definì i campi nazisti come macelli per esseri umani, evidenziando il processo di reificazione della vita. Gli esseri umani iniziarono a essere abbattuti con la stessa metodicità tecnica riservata in precedenza agli animali.
La nascita della prigione moderna impose il principio di chiusura per il disciplinamento sistematico dei corpi.
Il Panopticon, il modello di carcere ideale progettato nel 1791 dal filosofo inglese Jeremy Bentham, funse da modello per un sistema di sorveglianza continua applicabile a prigioni, scuole e fabbriche. Questo progetto architettonico permetteva un controllo totale dei movimenti degli individui e una disciplina rigorosa del tempo e delle membra. Tale sistema abituò la civiltà occidentale alla razionalizzazione e all’inquadramento delle masse all’interno di istituzioni totalizzanti, con la prigione che si trasformò in un laboratorio per tecniche di coercizione fondate sulla gerarchia e sull’uniformazione dei reclusi.
La gestione di questi apparati richiese una razionalizzazione burocratica fondata su principi di calcolo e specializzazione. Max Weber colse nell’indifferenza morale il carattere costitutivo della burocrazia moderna, governata dal principio dell’obiettività rigorosa. Lo storico Raul Hilberg parlò della nascita del burocrate da scrivania (Schreibtischtäter), una figura capace di organizzare processi distruttivi rimanendo seduta al proprio tavolo: uno specialista indifferente alle conseguenze umane delle sue azioni amministrative. La segmentazione dei compiti inoltre impediva ai funzionari di percepire la totalità delle azioni che stavano coordinando.
Auschwitz costituì l’epilogo industriale di questa genealogia della morte meccanizzata nell’era del capitalismo fordista. I campi di sterminio adottarono la struttura e i metodi della fabbrica, sostituendo la produzione di merci con l’eliminazione dei corpi in serie.

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