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La Storia e le Idee · Jul 25, 2026

Il Nostro Uomo a Berlino

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La Storia e le Idee · La Storia e le Idee

“Lo metterò talmente all’angolo che scoppierà a piangere”

Così Franz von Papen, capo del primo governo con dentro ministri nazisti, si vantava di poter trattare Hitler parlando con Ewald von Kleist-Schmenzin (membro del Dnvp, Partito popolare nazionale tedesco).

In questa frase c’è tutto il percorso, presuntuoso ai limiti della follia, che ha portato un’intera classe dirigente tedesca, sia economica che politica, a creare le condizioni per la presa del potere da parte dei nazisti.

Tutto nacque all’inizio degli anni Trenta quando la politica tedesca affrontò una crisi di legittimità che coinvolse i partiti di centro e liberali, i circoli conservatori e le grandi élite industriali. Questo raggruppamento, descritto dallo storico Johann Chapoutot come una coalizione di “centro estremista”, si riteneva per propria natura destinato a governare in modo permanente, considerandosi l’unico depositario della razionalità necessaria alla guida dello Stato.

La loro percezione della realtà era dominata da un’inquietudine profonda per lo spettro del comunismo e per la crescente pressione delle classe popolari, che apparivano ormai ingestibili attraverso i consueti canali del parlamentarismo. Al fine di preservare la struttura del proprio dominio e i privilegi economici minacciati dalla crisi, questa piccola oligarchia egoista maturò la decisione di abbandonare progressivamente le regole della democrazia rappresentativa.

La ricerca di una nuova stabilità portò i vertici di questo centro moderato a individuare nell’alleanza con l’estrema destra lo strumento necessario per neutralizzare il conflitto sociale e sradicare il marxismo. Tale strategia si basò su un calcolo di fredda razionalità, in cui la forza d’urto del movimento nazionalsocialista doveva essere messa al servizio di una difesa risoluta dell’ordine costituito. Gli attori di questo smantellamento della democrazia, convinti di poter addomesticare Hitler per i propri fini, compirono una scelta che segnò la fine definitiva dell’esperienza di Weimar.

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Nel marzo del 1930, l’ascesa alla cancelleria di Heinrich Brüning segnò l’inizio della trasformazione autoritaria della Repubblica di Weimar. Il nuovo capo del governo, un conservatore monarchico formatosi come economista, applicò alla guida dello Stato una visione normativa e statica delle finanze pubbliche. Egli concepiva il bilancio nazionale secondo i ristretti criteri di un buon padre di famiglia, ritenendo che il pareggio tra entrate e uscite costituisse un totem inviolabile per scongiurare la rovina dell’indebitamento, ma che si tradusse in una terapia d’urto deflazionistica.

Heinrich Brüning | The Kaiserreich Wiki | Fandom
Heinrich Brüning

Di fronte alla virulenza della Grande Depressione, Brüning decise di praticare un salasso sistematico sulla società tedesca. Il suo programma, spesso presentato sotto l’etichetta delle “riforme”, prevedeva la riduzione degli stipendi dei dipendenti pubblici, il taglio drastico della previdenza sociale e un costante aumento della pressione fiscale. In particolare, l’incremento delle imposte indirette sui consumi finì per colpire le fasce più deboli della popolazione in una fase di contrazione dei redditi. Il cancelliere ipotizzava che l’abbassamento dei salari avrebbe ridotto i costi di produzione, garantendo una maggiore competitività internazionale alle esportazioni tedesche. Allo stesso tempo, la riduzione della massa monetaria in circolazione doveva indurre un abbassamento dei tassi d’interesse per incoraggiare gli investimenti. Tuttavia, questa strategia si rivelò un insuccesso poiché i partner commerciali della Germania adottarono misure analoghe o svalutarono le proprie valute, come accadde nel Regno Unito nel settembre del 1931.

La svolta politica decisiva verso l’autoritarismo avvenne nel luglio del 1930. Quando il Reichstag respinse il disegno di legge finanziaria, Brüning convinse il presidente Hindenburg a imporre le misure attraverso un’ordinanza di necessità e urgenza basata sull’articolo 48 della Costituzione. Sebbene il Parlamento avesse approvato a maggioranza una mozione di revoca di tale decreto, il presidente rispose sciogliendo l’assemblea e ripubblicando l’ordinanza pochi giorni dopo. Questa forzatura istituzionale segnò l’instaurazione di un regime presidenziale in cui il decreto sostituì definitivamente le deliberazioni parlamentari. Le elezioni anticipate del settembre 1930 certificarono il naufragio della tattica governativa, portando il partito nazionalsocialista dal 2,8% al 18,3% dei consensi.

L’austerità punitiva alimentò un circolo vizioso di povertà e risentimento che colpì duramente la popolazione. Brüning, soprannominato il “cancelliere della fame” per la sua ostinata freddezza, apparì agli occhi della popolazione come il becchino della nazione. C’era anche un calcolo di politica estera dietro la sua ossessione per l’ortodossia finanziaria: egli riteneva che il deterioramento della congiuntura interna potesse dimostrare l’insolvibilità della Germania, portando all’abolizione delle riparazioni di guerra. Tale obiettivo fu però perseguito con una determinazione che trascurò i costi sociali, provocando infine il collasso del sistema bancario nel maggio del 1931.

La fiducia dei cittadini nelle istituzioni democratiche svanì man mano che i decreti di emergenza smantellavano lo Stato assistenziale. La “politica di tolleranza” inaugurata dai socialdemocratici dell’Spd finì per legare il destino della Repubblica alle misure punitive del cancelliere. Temendo che un nuovo scioglimento del Reichstag avrebbe favorito gli estremismi, i socialisti sostennero indirettamente una politica che impoveriva la loro stessa base elettorale.

La conseguenza fu che invece proprio gli estremismi raccolsero i frutti del malcontento popolare.

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(*) comprende il BVP (Partito popolare bavarese) nato nel 1919 dal Zentrum, di orientamento cattolico-conservatore

A partire dal luglio del 1930, l’articolo 48 della Costituzione della Repubblica di Weimar, inizialmente concepito dai padri costituenti come uno strumento per gestire emergenze eccezionali e temporanee, si trasformò nel pilastro di un sistema di governo basato sul decreto presidenziale, spostando il baricentro del potere dal Reichstag al palazzo presidenziale della Wilhelmstrasse.

Questa torsione autoritaria trovò un supporto teorico nelle tesi del giurista Carl Schmitt, il quale individuò nel Presidente del Reich il solo “custode della Costituzione”, l’unico attore capace di incarnare l’unità politica del popolo contro la frammentazione dei partiti. L’esercizio della sovranità si incarnava così nella figura di Paul von Hindenburg, un anziano feldmaresciallo che interpretava il proprio ruolo secondo i criteri di un monarca sostitutivo (Ersatzkaiser).

File:President Hindenburg.jpg - Wikipedia
Paul von Hindenburg

La sua cultura politica era intrisa di un conservatorismo prussiano che mal tollerava le dinamiche della democrazia rappresentativa e nutriva una profonda sfiducia verso il partito socialdemocratico. Il Presidente leggeva il testo costituzionale annotando con una matita rossa i poteri del Parlamento, percepito come un nemico, e con una matita blu le prerogative del capo dello Stato. Questa iper-personalizzazione del potere rese la sopravvivenza dei governi dipendente non più dalla fiducia delle maggioranze parlamentari, ma dal rapporto personale e fiduciario con il vecchio soldato.

Attorno alla figura del Presidente si consolidò una “camarilla”, un entourage ristretto e influente che agiva nell’ombra per condizionare le scelte politiche della nazione. Questo gruppo includeva il generale Kurt von Schleicher, un ufficiale dotato di una notevole propensione per l’intrigo politico, e il colonnello Oskar von Hindenburg, figlio del Presidente. Oskar, descritto dai contemporanei come un personaggio mediocre, svolgeva una funzione di filtro per le informazioni che raggiungevano il padre, curando con particolare solerzia gli interessi patrimoniali della famiglia. A loro si aggiunse il segretario di Stato Otto Meissner, un tecnico dell’amministrazione che garantiva la continuità della burocrazia presidenziale.
La vicinanza fisica al Presidente e la capacità di blandirne gli sbalzi d’umore divennero i veri motori della politica tedesca, alimentando fenomeni di cortigianeria e manovre di corridoio.

Un peso determinante in questa struttura di potere fu esercitato dai grandi proprietari terrieri dell’Est (Junker), rappresentati da figure come il politico conservatore Elard von Oldenburg-Januschau. Questo gruppo sociale, a cui lo stesso Hindenburg apparteneva per lignaggio, esercitava una pressione costante per preservare i propri privilegi economici attraverso il programma di aiuti statali noto come Osthilfe, nato per sostenere l’agricoltura nelle province orientali della Prussia. Quando il cancelliere Brüning propose una riforma agraria che prevedeva la spartizione delle terre nobiliari gravate dai debiti per favorire la colonizzazione interna, i latifondisti denunciarono il progetto come “bolscevismo agrario”. La solidarietà di casta e il timore di vedere intaccate le proprie proprietà fondiarie spinsero il Presidente a ritirare la fiducia a Brüning, nonostante quest’ultimo fosse riuscito a garantire una relativa stabilità legislativa grazie alla tolleranza dei socialdemocratici.

Le crisi di governo e le dimissioni ministeriali smisero di essere l’esito di dibattiti d’aula per diventare il risultato di congiure extraparlamentari. Il licenziamento di Brüning nel maggio del 1932 e la successiva nomina di Franz von Papen furono orchestrati da Schleicher con il consenso di Oskar von Hindenburg, escludendo completamente i rappresentanti eletti dal processo decisionale.

In questo clima di decadenza democratica, le sorti del paese vennero affidate a un circolo di “irresponsabili” che anteponevano gli interessi di clan e di classe alla salvaguardia dello Stato di diritto. La Repubblica si trasformò in una sorta di corte monarchica in cui l’analisi politica e la percezione sociale sparirono, lasciando spazio a una gestione affaristica e nepotistica della cosa pubblica che spianò la strada al collasso definitivo delle istituzioni.

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Alfred Hugenberg rappresentò la figura del “Führer dimenticato” della destra tedesca, un imprenditore ideologizzato che utilizzò il proprio potere economico per trasformare lo spazio pubblico in un’incubatrice di sentimenti reazionari.

LeMO Biografie - Alfred Hugenberg
Alfred Hugenberg

Nato nel 1865 e formatosi nei circoli del pangermanesimo più radicale, egli coltivò per tutta la vita la nostalgia per la potenza guglielmina e una visione del mondo intrisa di razzismo e darwinismo sociale. Dopo una carriera ai vertici dell’amministrazione prussiana e della Krupp, Hugenberg decise di abbandonare l’industria pesante per costruire un impero mediatico senza precedenti, concepito come uno strumento di pressione politica permanente contro la Repubblica di Weimar.

Il suo potere era incentrato su un gruppo editoriale integrato, capace di controllare ogni fase della produzione dell’informazione ed esercitare un’influenza asfissiante sulla stampa provinciale tedesca. Lo strumento più efficace di questa penetrazione capillare fu l’agenzia WiPro (Wirtschaftsstelle für die Provinz), una vera e propria fabbrica di testi che forniva articoli e reportage preconfezionati a oltre milleseicento giornali locali. Questi fogli, apparentemente indipendenti, diffusero quotidianamente una linea editoriale nazionalista, antisemita e ferocemente anti-repubblicana, avvelenando il dibattito civile con una tecnica basata sul sensazionalismo e sulla semplificazione polemica.
Hugenberg espanse la propria influenza acquisendo nel 1927 la Ufa, la principale società di produzione cinematografica del paese, e i cinegiornali della Deulig. Grazie a questi mezzi, egli riuscì a imporre i propri temi e slogan anche al pubblico delle sale cinematografiche.
Questa strategia di “post-verità” mirò a orientare la psiche nazionale verso il rifiuto della democrazia parlamentare, percepita come un sistema estraneo all’essenza tedesca.

Assunto il controllo del Partito Popolare Nazionale Tedesco (DNVP) nel 1928, Hugenberg radicalizzò la linea politica del movimento, escludendo ogni collaborazione con le istituzioni repubblicane. Egli individuò precocemente nel movimento nazionalsocialista la forza d’urto necessaria per rivitalizzare la destra tradizionale. La prima grande operazione congiunta avvenne nel 1929, durante la campagna per il plebiscito contro il piano Young sulle riparazioni di guerra. Sebbene la consultazione fallì, essa garantì a Hitler una visibilità nazionale inedita e l’accesso alle enormi risorse finanziarie e mediatiche del magnate. Hugenberg considerava Hitler un alleato subalterno, un agitatore di talento che avrebbe dovuto preparare il terreno per un governo di “veri” conservatori.

Il culmine di questa strategia di coalizione fu la nascita del Fronte di Harzburg nell’ottobre del 1931. In quell’occasione, diecimila esponenti della destra nazionalista, dello Stahlhelm e della Nsdap si riunirono per chiedere le dimissioni del cancelliere Brüning e l’instaurazione di un governo patriottico. La manifestazione sancì l’integrazione dei nazisti nell’establishment economico e militare, grazie anche al sostegno di figure come il banchiere Hjalmar Schacht. Hugenberg sognava di porsi alla guida dell’unione delle destre, sottovalutando l’ambizione del leader nazista, che già allora considerava i propri alleati come semplici trampolini di lancio da abbandonare alla prima opportunità.

L’illusione di poter addomesticare il movimento nazionalsocialista portò i conservatori a sdoganare le milizie paramilitari e a legittimare la violenza politica come strumento di lotta contro il marxismo, come era del resto già successo subito dopo la guerra durante la Rivoluzione di Novembre. Hugenberg e i circoli industriali a lui vicini rimasero convinti che lo squadrismo delle SA potesse essere incanalato verso la difesa della proprietà privata e dell’ordine gerarchico. Tale cecità tattica trasformò Hugenberg in uno dei principali architetti dello smantellamento della Repubblica di Weimar, convinto di aver asservito Hitler ai propri fini proprio mentre gli stava invece consegnando la leadership della destra politica. Il magnate scoprì troppo tardi che il suo immenso impero mediatico e il suo prestigio sociale non lo avrebbero protetto dall’essere annientato politicamente in meno di sei mesi una volta che il nazismo ebbe occupato il potere.

Nel giugno del 1932, il licenziamento di Brüning e la nomina di Franz von Papen segnarono il passaggio a una fase di autoritarismo ancora più marcata, gestita da un esecutivo del tutto privo di base parlamentare.

Franz von Papen - Wikipedia
Franz von Papen

Il quotidiano socialdemocratico Vorwärts ribattezzò prontamente questa squadra come il “governo dei baroni”, poiché essa riuniva una compagine di ministri scelti tra le élite patrimoniali, aristocratiche e militari più conservatrici. La composizione del gabinetto rifletteva un isolamento sociale estremo rispetto alla realtà della nazione: sei membri su otto appartenevano alla nobiltà titolata, come il barone Konstantin von Neurath agli Affari Esteri e il conte Lutz Schwerin von Krosigk alle Finanze. Per la prima volta dal 1918, le organizzazioni operaie e i sindacati si trovarono privi di qualsiasi rappresentanza o interlocuzione con il potere centrale, mentre l’esecutivo agiva come un procuratore degli interessi del grande capitale industriale e dei latifondisti.

L’ambizione di Papen e del suo entourage andava oltre la semplice gestione dell’emergenza e mirava alla costruzione di un “Nuovo Stato” (Der neue Staat), i cui principî teorici vennero delineati dal giornalista Walther Schotte. Questo progetto si basava su un modello di liberalismo autoritario che intendeva subordinare l’intera vita politica alle necessità dell’economia privata. Il programma prevedeva una decisa “destatalizzazione” della società tedesca, invocando il ritorno a un capitalismo puro e alla libera iniziativa individuale. I sostenitori del “Nuovo Stato” condannavano con ferocia il principio dello Stato assistenziale, descrivendolo come una forma di “socialismo statalista” che aveva trasformato le istituzioni in un’opera di beneficenza, indebolendo le energie morali del popolo.

In questa visione di matrice darwinista, la disoccupazione non era considerata una responsabilità del sistema economico, bensì un problema di adattamento individuale: lo Stato doveva abdicare al proprio ruolo di regolatore sociale per lasciare che la “lotta per la sopravvivenza” facesse il suo corso. Papen sostenne apertamente che l’unica politica sociale legittima risiedeva nel rendere nuovamente redditizio il lavoro per le imprese, giustificando così il taglio drastico della previdenza e la limitazione dei diritti sindacali. L’autoritarismo politico era considerato il presupposto necessario per garantire questa stabilità pro-business, sottraendo il governo alle “maggioranze parlamentari fortuite” per ancorarlo esclusivamente all’autorità del Presidente del Reich.

L’episodio del Preussenschlag, avvenuto il 20 luglio 1932, rappresentò la traduzione pratica di questa logica eversiva condotta dall’alto. Utilizzando come pretesto gli scontri di piazza di Altona, Papen ottenne da Hindenburg un’ordinanza di emergenza basata sull’articolo 48 per destituire il governo socialdemocratico della Prussia. Attraverso un vero e proprio colpo di Stato, l’esecutivo del Land più grande della Germania venne messo in amministrazione fiduciaria e lo stesso Papen ne assunse la guida come commissario del Reich. Contemporaneamente, fu proclamata la legge marziale nella Grande Berlino e i reparti della Reichswehr guidati dal generale von Rundstedt presero il controllo dei posti di polizia e arrestarono gli alti funzionari repubblicani.

Questa operazione eliminò l’ultima “cittadella” della democrazia weimariana, privando la sinistra del controllo sulla potente polizia prussiana e dimostrando la totale disponibilità delle classi dirigenti a calpestare la legalità costituzionale. Il governo dei baroni giustificò l’azione come una necessità per ristabilire l’ordine contro la “minaccia rossa”, ma in realtà essa servì a sdoganare le forze di estrema destra, che da quel momento godettero di una sostanziale immunità e di un accesso privilegiato agli apparati di potere.

Le elezioni legislative del 31 luglio 1932 certificarono il definitivo collasso del consenso per le forze moderate e l’isolamento del governo guidato da Franz von Papen.

Sebbene il Partito nazionalsocialista fosse diventato il primo gruppo parlamentare con il 37,3 per cento dei voti, il cancelliere e il suo entourage decisero di ignorare il verdetto delle urne, rimanendo arroccati nel palazzo della Wilhelmstrasse nonostante la propria base elettorale si fosse ridotta a uno scarso 10 per cento.

La condotta di Papen durante la seduta parlamentare del 12 settembre 1932 palesò la determinazione eversiva delle élite. Quando comprese che il Parlamento si apprestava a votare una mozione di censura, egli cercò di sciogliere l’assemblea prima che il voto avesse luogo. Il tentativo fallì a causa della sua stessa imperizia tattica, e il governo subì una sconfitta senza precedenti, venendo sfiduciato dal 92,5 per cento dei deputati. Eppure, la sera stessa, il cancelliere si rivolse alla nazione via radio per dichiarare che il sistema della democrazia liberale aveva fallito e che il governo intendeva proseguire la propria missione di ricostruzione economica e politica.

In questa fase, i circoli industriali e finanziari iniziarono a premere con forza affinché il movimento nazionalsocialista venisse integrato nelle strutture del potere. Molti grandi imprenditori, preoccupati per l’instabilità permanente e per l’avanzata dei comunisti, videro in Hitler lo strumento ideale per ristabilire l’ordine sociale e attuare una politica economica favorevole ai propri interessi. Già nel gennaio del 1932, durante un discorso al Club degli industriali di Düsseldorf, Hitler aveva rassicurato i magnati della Ruhr difendendo il principio della proprietà privata e la necessità di una gerarchia rigida all’interno delle aziende. I rappresentanti del grande capitale, tra cui figure come Hjalmar Schacht, Fritz Thyssen e il banchiere Kurt von Schröder, firmarono nel novembre del 1932 una petizione indirizzata a Hindenburg per chiedere la nomina di Hitler alla cancelleria.
L’illusione di poter addomesticare Hitler, riducendo la sua partecipazione ministeriale allo stretto necessario, accomunò anche Papen e Schleicher, convinti che le “persone serie” dell’industria e dell’esercito avrebbero tenuto salde le redini del comando. Invece di salvaguardare lo Stato di diritto, questi dirigenti scelsero di smantellarlo meticolosamente, preferendo l’alleanza con l’estrema destra alla collaborazione con la sinistra socialdemocratica.

Quando le elezioni del 6 novembre 1932 mostrarono un primo netto declino elettorale dei nazisti, le élite non videro in questo dato un’opportunità per salvare la Repubblica, bensì un’occasione per coinvolgere un Hitler indebolito in un governo di coalizione alle proprie condizioni. Tale cecità politica consegnò infine la Germania al potere totale del nazismo, realizzando proprio l’esito che quegli stessi attori, con il loro dilettantismo, avevano presunto di poter evitare.

Nel dicembre del 1932, l’ascesa alla cancelleria del generale Kurt von Schleicher rappresentò l’ultimo tentativo delle classi dirigenti tradizionali di stabilizzare la situazione politica senza cedere il comando totale al nazionalsocialismo. Schleicher, che aveva agito per anni come il vero regista dei governi presidenziali, perseguì una strategia ambiziosa definita di “trasversalità sociale” (Querfront). Egli intendeva frammentare i blocchi elettorali esistenti per isolare l’ala massimalista di Hitler e costruire una nuova maggioranza nazionale fondata sull’alleanza tra l’esercito, i sindacati e la fazione “di destra sociale” del partito nazista.

Kurt von Schleicher | Histor-Fiction Wiki | Fandom
generale Kurt von Schleicher

Il perno di questa operazione risiedeva nel dialogo con Theodor Leipart, presidente della Confederazione generale dei sindacati (Adgb), al quale Schleicher propose un programma di rilancio dell’occupazione basato su investimenti pubblici massicci. Il generale dichiarò la propria disponibilità a ritirare le misure antisociali introdotte da Papen, definendo la precedente politica di tagli ai salari come un errore che minacciava la pace pubblica. Contemporaneamente, Schleicher trattò segretamente con Gregor Strasser, il numero due della Nsdap, offrendogli la carica di vicecancelliere e quella di commissario per la Prussia. Strasser incarnava per il generale la parte ragionevole del movimento nazista, un partner con cui era possibile governare per indurre una scissione nel partito hitleriano, allora in forte declino elettorale e finanziario.

Tuttavia, questa scommessa tattica si scontrò con una duplice resistenza che paralizzò l’azione del governo. Da un lato, la dirigenza della Spd, guidata da Otto Wels, impose una linea di opposizione radicale a Schleicher, impedendo ai sindacati di formalizzare l’accordo e denunciando il generale come l’ennesima espressione del militarismo prussiano. Dall’altro lato, i grandi proprietari terrieri dell’Est e i circoli industriali videro nei progetti di riforma agraria e di colonizzazione interna una minaccia diretta ai propri privilegi patrimoniali. Quando il cancelliere confermò l’intenzione di statalizzare le terre nobiliari gravate dai debiti per favorire i disoccupati, in pratica la ripresa del piano di riforma agraria di Brüning, i latifondisti del Reichslandbund denunciarono il progetto e intensificarono le pressioni sul presidente Hindenburg per far cadere il governo.

Mentre Schleicher perdeva il sostegno del palazzo presidenziale, Franz von Papen, animato da un profondo risentimento personale, orchestrò l’intrigo finale. Egli utilizzò l’influenza del banchiere Kurt von Schröder per riavvicinare Hitler presso la villa di Joachim von Ribbentrop, convincendosi che un governo di coalizione tra la destra autoritaria e i nazisti fosse l’unica via per conservare il potere.
Un ruolo determinante fu svolto da Oskar von Hindenburg, figlio del Presidente. Hitler riuscì a conquistarlo durante un colloquio riservato il 22 gennaio 1933, probabilmente sfruttando lo spettro dello scandalo finanziario legato all’Osthilfe per ricattare la famiglia presidenziale, colpevole di malversazioni fiscali sulla tenuta di Neudeck.

Oskar von Hindenburg | Hitler Archive | A Biography in Pictures
Oskar von Hindenburg

Il 28 gennaio 1933, Hindenburg rifiutò a Schleicher la richiesta di sciogliere il Reichstag, portando il generale alle dimissioni. In un clima di totale decadenza della dialettica democratica, il Presidente si arrese alle insistenze di Papen e degli ambienti economici, i quali garantirono che Hitler sarebbe stato addomesticato dalla presenza di ministri conservatori esperti.

Il 30 gennaio 1933, il giuramento di Adolf Hitler come cancelliere segnò la conclusione di un processo di smantellamento istituzionale avviato anni prima dalle stesse élite liberali e conservatrici.

La strategia del “centro estremista” di poter usare senza conseguenze i nazionalsocialisti si rivelò fin dall’inizio illusoria.

Certo, i nazisti nel governo di von Papen avevano un solo ministro, ma era il giurista Wilhelm Frick, ministro dell’Interno, così come in tutti gli altri governi di coalizione di destra nei vari Länder avevano chiesto sempre quel dicastero. E i motivi furono ben chiari, perché era il dicastero che controllava la polizia, l’istruzione (dagli asili fino all’università) e soprattutto sovraintendeva al processo elettorale. Ma alla nostra elite quello che importava era mantenere in pugno i dicasteri economici e delle finanze.

Il magnate dell’editoria Alfred Hugenberg entrò nel primo governo di Hitler come ministro dell’Agricoltura e dell’Alimentazione. Sei mesi dopo dovette dare le dimissioni e costretto via via a vendere tutte le sue aziende editoriali a esponenti nazisti.
Hjalmar Schacht, un altro esponente dell’elite economica centrale nell’ascesa di Hitler, riuscì a rimanere ministro dell’Economia fino al 1937, quando dopo uno scontro con Göring venne fatto dimettere e rimesso alla guida della Reichsbank, che aveva già guidato negli anni dal 1923 al 1930. Ma ebbe vita breve anche lì e nel 1939 fu rimpiazzato dall’esponente nazista Walther Funk, già diventato ministro al suo posto. Rimasto solo come ministro senza portafoglio e assolutamente senza alcun potere, fu comunque condannato a Norimberga a 8 anni di lavori forzati, per essere poi liberato nel 1948.
Franz von Papen fu vice-cancelliere nel primo governo di Hitler, ma anche lui fu ben presto esautorato. Messo in pratica agli arresti domiciliari dalle SS (ufficialmente per la sua protezione) durante la Notte dei Lunghi Coltelli il 30 giugno 1934, giorni dopo fu convocato dal capo nazista e rassegnò le sue dimissioni. Servì in seguito come ambasciatore in Austria e Turchia e, alla fine della guerra, fu anche lui imputato a Norimberga, dove però venne assolto nonostante i sovietici premessero per la sua esecuzione.
Il banchiere Kurt von Schröder invece fu ricompensato per i suoi sforzi e divenne presidente di varie grosse aziende tedesche e della Camera di Commercio del Reno di Colonia. Dopo la guerra fu processato e condannato a tre mesi di prigione.
Oskar von Hindenburg si ritirò a vita privata nel 1934 dopo aver affermato in un suo discorso che “Lo stesso mio padre, ormai eterno, vedeva Adolf Hitler come suo immediato successore alla guida del Reich tedesco”, lanciando in questo modo il plebiscito per l’unificazione della carica di cancelliere con quella di presidente nella persona di Hitler. Dopo la guerra fu testimone a Norimberga contro Papen.
Il generale Kurt von Schleicher, infine anche lui convinto a dare il suo assenso al governo di Hitler, continuò però i suoi intrighi politici, questa volta nel campo nazista, appoggiando il capo delle SA Ernst Röhm, e assieme a lui fu uno dei primi ad essere ucciso durante la Notte dei Lunghi Coltelli.
Heinrich Brüning, dopo la cancelleria, tornò a fare politica nel Partito di Centro, diventandone anche presidente poco prima della messa al bando di tutti i partiti politici, ad eccezione del nazista. Avvertito da amici del pericolo che correva, riuscì a scappare all’estero appena prima della Notte dei Lunghi Coltelli per infine stabilirsi negli USA nel 1935, paese dove visse anche nel dopoguerra dopo un breve ritorno in patria.

Per concludere il miglior commento rimane quello di Albert Brecht, giurista e alto funzionario pubblico della Repubblica di Weimar, che, destituito dal suo incarico dopo l’ascesa al potere dei nazisti, emigrò negli USA:

Hindenburg, Papen e Schleicher non possono essere criticati per aver volontariamente dato il potere a Hitler – non l’hanno fatto – ma per avere assicurato il successo ai nazisti, lo stesso successo che intendevano evitare, con il loro dilettantismo. Più che la presenza di intenzioni maligne, è una profonda stupidità politica che può essergli rimproverata – la leggerezza dei dilettanti politici che agiscono a spese della Germania e lasciano il conto da pagare, unita alla violazione della Costituzione, e unita pure, ahimè, a una mancanza di carattere nelle situazioni decisive, compensata però da una fiducia in sé stessi al di sopra della media.

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Bibliografia

Johann Chapoutot (1978) è uno storico francese, professore di Storia contemporanea all’Università Sorbonne Nouvelle, le cui ricerche vertono soprattutto sulla storia della Germania in età contemporanea e sulle origini culturali del Nazionalsocialismo.

Johann Chapoutot
Gli irresponsabili
Chi ha portato Hitler al potere?
Einaudi, 2025

Read the original on lastoriaeleidee.substack.com

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