Sotto la cappa di caldo di questo agosto, perdonatemi, ma continuo a parlare di argomenti “apparentemente” più leggeri: viaggi, pellegrinaggi, omicidi.
Oggi è il turno di un personaggio di cui forse avete sentito parlare, più che altro perché ha dato il suo nome ad una famosa pianta ornamentale, ma che è stato uno dei protagonisti del “Secolo dei Lumi” quasi al pari di Voltaire o Rousseau: l’ammiraglio Louis Antoine de Bougainville.
Il diario dei suoi viaggi, pubblicato nel 1771, diventa un “best seller” nei salotti intellettuali di Parigi e viene ripreso pure da un pensatore come Diderot per un suo scritto sulla morale.
Bougainville è un membro della cosiddetta “nobiltà di toga”, un personaggio che è veramente un perfetto trait d’union fra l’Ancien Régime e la nuova borghesia illuminista che, nemmeno un paio di decenni dopo, prenderà il potere in Francia, con una rivoluzione che cambierà il mondo. Lo stesso mondo che Bougainville ha contribuito a rendere più piccolo con i suoi viaggi.
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Raramente la storia delle esplorazioni ha incrociato una figura eclettica come quella di Louis-Antoine de Bougainville. Nato a Parigi nel 1729 in una famiglia della nobiltà di toga giudiziaria, il giovane Bougainville si muove con naturalezza tra contesti all’apparenza inconciliabili: è un abile avvocato presso il Parlamento, un frequentatore dei salotti dell’Ancien Régime, un protetto della Marchesa de Pompadour (la favorita del re Luigi XV e la donna più potente di Francia) e, al contempo, un matematico valente. A soli venticinque anni pubblica un Traité de calcul intégral che gli vale l’ammissione alla prestigiosa Royal Society di Londra. Eppure la certezza di una carriera burocratica non basta a placare una fame d’azione che lo spinge presto a dismettere la toga per vestire la divisa da ufficiale.
Entra nei Moschettieri Neri, dove impara l’arte della spada, per poi essere nominato segretario d’ambasciata a Londra, grazie alla protezione dello zio materno Jean Potentien d’Arboulin. La vera prova del fuoco arriva nel 1756 sul fronte nordamericano della Guerra dei Setti Anni. Inviato in Nuova Francia come aiutante di campo del marchese di Montcalm, Bougainville scopre una realtà coloniale logorata dalla corruzione dei funzionari locali che speculano persino sui rifornimenti di munizioni. Nelle foreste canadesi entra in contatto con i guerrieri Irochesi e le altre nazioni indiane, venendo anche adottato con il nome di Garoniatsigoa (”Il Grande Cielo in collera”). È una scuola di vita fondamentale: l’ufficiale parigino comprende che il mondo non si esaurisce nella cultura europea e sviluppa un’elasticità mentale e una capacità di osservazione che segneranno per sempre la sua personalità.
La sconfitta francese e la conseguente perdita del Canada nel 1763 lasciano un vuoto profondo. La Francia è umiliata, privata del suo impero coloniale atlantico. Bougainville, lungi dal rassegnarsi al declino, intuisce che il riscatto nazionale deve passare per il mare. A sue spese, sostenuto dallo zio d’Arboulin e dal cugino Nerville, organizza un’impresa coloniale del tutto inedita: creare una “nuova Acadia” nell’Atlantico meridionale, occupando terre ancora vergini che possano servire da scalo per la ricerca del leggendario continente australe. Il luogo prescelto sono le Isole Malouines (le attuali Falkland), esplorate in precedenza dai navigatori bretoni di Saint-Malo, da cui il nome che diventerà poi Malvinas in spagnolo.
Il 17 febbraio 1764, sbarcato su quelle terre fredde e battute da venti incessanti, fissa la sede dell’insediamento. L’intraprendenza di Bougainville trasforma una landa inospitale: i suoi uomini abbattono la vegetazione, sacrificano il sartiame delle navi e utilizzano il legname portato dalla Francia per innalzare una struttura di trenta metri per dodici, adibita ad alloggio e magazzino. A difesa del nuovo insediamento, battezzato Port-Saint-Louis, viene eretto un forte dotato di una batteria con quattordici cannoni.
Al centro della colonia, Bougainville fa innalzare un obelisco con un’iscrizione tratta dalle Georgiche di Virgilio: Tibi serviat Ultima Thule (”Che l’Ultima Thule ti sia sottoposta”). Il gesto, intriso dell’erudizione classica tipica dell’epoca, racchiude un omaggio intimo e commovente al fratello Jean-Pierre, accademico ed erudito morto poco prima della partenza, il quale aveva legato il suo nome agli studi sul navigatore greco Pitea, il primo ad aver raggiunto la mitica Thule.
L’esperimento delle Malouines dimostra il talento organizzativo di Bougainville. In breve tempo la colonia prospera, attrae persino famiglie di indios sfuggite al crollo delle missioni gesuite del Paraguay e si struttura come un avamposto strategico fondamentale. Tuttavia, la politica diplomatica reale spezza il suo sogno. La Spagna rivendica la sovranità sull’arcipelago e Luigi XV, non volendo incrinare il “Patto di Famiglia” antibritannico tra le due dinastie dei Borbone per alcune isolette sperdute nell’Atlantico del Sud, decide di cederle alla corona spagnola.
Bougainville negozia personalmente la cessione ad Aranjuez nel 1766, ottenendo un rimborso per le spese sostenute e, soprattutto, ricevendo l’autorizzazione di proseguire la rotta verso occidente dopo la consegna ufficiale del territorio alle autorità spagnole a Rio de la Plata.
Ha già preso forma infatti un progetto molto più vasto.
La restituzione delle Malouines diventerà la rampa di lancio per una spedizione mai tentata prima da un esploratore francese: la circumnavigazione del globo.
La cessione delle Malouines alla corona spagnola rischierebbe di trasformarsi in una resa ma il ministro Choiseul e Luigi XV scelgono di capovolgerla in un’operazione di prestigio. Una volta completato il passaggio di consegne nell’Atlantico meridionale, Bougainville non tornerà a Parigi: traverserà il Pacifico con rotta verso la Cina e le Molucche.
Mentre i britannici Anson e Byron ridefiniscono i confini del mondo conosciuto, la Francia post-Guerra dei Sette Anni cerca così nel Pacifico una compensazione per le perdite subite in Canada e in India.
La missione ufficiale prevede tre obiettivi strategici: cercare terre colonizzabili per rimpiazzare le perdite della Guerra dei Sette Anni; tracciare una nuova via di navigazione per le Indie orientali; prelevare piante da spezie da acclimatare in Francia. Un compito imponente quello che viene assegnato a Bougainville, completato da un’ordine del Re elastico fino all’ambiguità, riassunto nella parole “quanto e nel modo che gli sarà possibile”.
All’impresa vengono destinate due navi dalle caratteristiche diametralmente opposte. L’ammiraglia è La Boudeuse, una fregata di circa quarantuno metri. Veloce, armata con 26 cannoni e maneggevole, rappresenta l’eccellenza della nautica bellica francese. Per una lunga circumnavigazione, tuttavia, presenta dei problemi. La carena affilata e l’alto pescaggio limitano enormemente lo spazio in stiva, a fronte di un equipaggio di oltre duecento uomini che consuma tonnellate di viveri e acqua dolce ogni mese. A Nantes, il navigatore Duclos-Guyot tenta in ogni modo di ottimizzare gli spazi, ma riesce a immagazzinare nelle stive della fregata provviste per appena nove mesi di autonomia.
Per ovviare a questi problemi si decide di farla affiancare da L’Étoile, un fluyt da trasporto di trentatré metri. Lo scafo capiente e il pescaggio ridotto lo rendono ideale per i grandi carichi e i bassi fondali, richiedendo soltanto centoventi uomini di equipaggio. Sulla carta, L’Étoile deve servire da magazzino galleggiante per La Boudeuse. Il piano salta quasi subito. Il fluyt dovrà caricare a bordo ben centoquaranta coloni da ripatriare dalle Malouines, saturando lo spazio disponibile. Peggio ancora, durante i lavori di manutenzione all’arsenale di Rochefort, gli operai compiono un errore grossolano nel calafataggio dell’imbarcazione che provoca pericolose infiltrazioni d’acqua nello scafo. Il difetto causa ritardi a catena e la perdita imprevista di preziose scorte alimentari prima ancora di affrontare l’oceano.
La vera novità della missione risiede però nella sua componente umana: per la prima volta nella storia navale francese una flotta d’esplorazione imbarca un’équipe scientifica multidisciplinare. L’astronomo Pierre-Antoine Véron riceve l’incarico di calcolare la longitudine esatta delle nuove terre mediante il metodo avanzato delle distanze lunari, in modo da correggere le mappe dell'epoca. L’ingegnere cartografo Charles Routier de Romainville, già in servizio alle Malouines, rifiuta l’offerta di un grado nell’esercito spagnolo pur di aggregarsi al progetto di Bougainville. Si uniscono al gruppo anche figure imprevedibili come il principe avventuriero Charles de Nassau-Siegen e quattro musicisti d’orchestra, voluti a bordo per sostenere il morale dei marinai nei momenti di calmo piatta o tempesta.
Il personaggio più singolare del gruppo è Philibert Commerson, naturalista e botanico nominato per ordine ministeriale. Eccentrico ma brillante, Commerson accetta l’ingaggio con estrema apprensione: prima di salpare stende un testamento a favore della propria governante, prevedendo di non tornare vivo. Con lui viaggia un giovane servitore, Jean Baré. Sotto gli abiti da garzone si nasconde in realtà Jeanne Barret, compagna del botanico che si traveste da uomo per aggirare i severi regolamenti della Marina Reale che vietano le donne a bordo. Descritta dai compagni come una "bête de somme" (bestia da soma) per la sua instancabile forza nel trasportare armi e campioni botanici tra le nevi o le montagne, Jeanne Barret diventerà la prima donna a circumnavigare il globo
Tra il novembre 1766 e il febbraio 1767 le due navi lasciano i porti francesi. La Boudeuse salpa dalla rada di Brest in dicembre; L’Étoile la seguirà da Rochefort settimane dopo. I ritardi accumulati e i difetti strutturali prefigurano una rotta irta di incognite. La rigidità dei monsoni asiatici impone un calendario stringente: la flotta dovrà trovarsi fuori dalle acque cinesi entro la fine del gennaio 1768. Con stive insufficienti, un’ammiraglia troppo pesante per la costa e l’altra nave separata da centinaia di miglia di oceano, Bougainville punta la prua verso l’America del Sud.
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Il 31 gennaio 1767 La Boudeuse getta l’ancora nella baia di Montevideo per poi risalire il Rio de la Plata fino a Buenos Aires dove incontra il governatore spagnolo Francisco Bucarelli, a cui deve cedere formalmente la sovranità sulle isole Malouines con un atto che sarà ratificato però solo il 1° aprile.
Già in ritardo sulla sua tabella di marcia e con la stiva de La Boudeuse oramai quasi vuota, Bougainville aspetta un mese presso le isole Malouines la sua nave di supporto, carica dei viveri di scorta e dei materiali indispensabili per affrontare la traversata del Pacifico, ma L’Étoile non compare all’orizzonte. Decide quindi di andarle incontro facendo rotta a nord verso Rio de Janeiro, dove giunge il 21 giugno trovando per sua fortuna lì ancorato proprio il suo fluyt, già salpato in ritardo di mesi e ritardato ulteriormente da gravi falle nello scafo che si erano aperte durante il viaggio oceanico.
l’Étoile, pur portandomi provviste di carne salata e bevande sufficienti per tredici mesi, aveva a malapena pane e verdura per cinquanta giorni. La mancanza di questi beni essenziali mi costrinse a tornare al Río de la Plata per cercarli, dato che a Rio de Janeiro non trovammo né biscotti, né grano, né farina.
Bougainville approfitta della sosta a Rio de Janeiro per valutare le ricchezze che la colonia brasiliana porta al re di Portogallo, specialmente grazie alle miniere di oro e ai diamanti che vengono raccolti in uno dei fiumi vicini alla città.
Riepilogo e importo delle singole voci delle entrate del re, calcolate in dollari spagnoli.
Centocinquanta arrobas (
unità di misura di peso e capacità usata in Spagna, Portogallo e America Latina, pari a circa 11-15 kg) d'oro, di cui negli anni comuni tutte le quinte ammontano a 1.125.000
Dazio sui diamanti 240.000
Dazio sulla monetazione 400.000
Dieci per cento della dogana 350.000
Due e mezzo per cento dono gratuito 87.000
Tassa pro capite, vendita di impieghi, uffici e altri prodotti delle miniere 225.000
Dazio sui neri 110.000
Dazio su olio motore, sale, sapone e la decima sui generi alimentari del paese 130.000
Totale in dollari o piastre 2.667.000
Da ciò, se si deducono le spese sopra menzionate, risulterà che le entrate del re del Portogallo da Rio de Janeiro ammontano a oltre dieci milioni della nostra moneta (livres).
Tornato a Montevideo assiste all’espulsione dei Gesuiti dal Paraguay e lo smantellamento delle loro missioni, vere e proprie comunità autosufficienti dove convivono religiosi e indios, secondo gli ordini della corona spagnola. La spiegazione dei motivi assomiglia alla propaganda anti-socialista che si poteva leggere nei nostri anni ‘50:
In effetti, se si osserva con distacco questo governo magico, fondato unicamente su strumenti spirituali e unito solo dal fascino della persuasione, quale istituzione potrebbe essere più onorevole per la natura umana?
(…)
Ma la teoria è ben diversa dall’attuazione di questo piano di governo. Di ciò mi hanno convinto le seguenti testimonianze, che più di cento testimoni oculari mi hanno unanimemente fornito.
(…)
Dalle otto del mattino, il tempo della gente era impiegato nella coltivazione dei campi o nelle botteghe, e i corregidor si assicuravano che impiegassero bene il loro tempo; le donne filavano il cotone; ne ricevevano una quantità ogni lunedì, che erano obbligate a riportare trasformata in filato alla fine della settimana; alle cinque e mezza di sera si riunivano per recitare le preghiere del rosario e baciare ancora una volta le mani del loro parroco, poi veniva distribuita un’oncia di maté e quattro libbre di manzo a ogni famiglia, che si supponeva fosse composta da otto persone; allo stesso tempo ricevevano anche del mais. La domenica non lavoravano; il culto divino occupava più tempo; dopodiché era loro concesso di svagarsi con commedie noiose come il resto della loro vita.
(…)
sembra che gli indiani non possedessero nulla e che fossero soggetti a una miserabile e tediosa uniformità di lavoro e riposo. Questa monotonia, che a ragione può essere definita mortale o estrema, è sufficiente a spiegare quanto ci è stato raccontato, ovvero che abbandonavano la vita senza rimpianti e morivano senza averla mai vissuta appieno né goduta.
(…)
I gesuiti rappresentavano gli indiani, nel complesso, come uomini incapaci di raggiungere un livello di conoscenza superiore a quello dei bambini; ma la vita che conducevano impediva a questi adulti-bambini di avere la vivacità dei più piccoli.
Volete mettere con la vivace vita piena di stimoli e interessi che potevano avere gli schiavi dei grandi latifondisti coloniali, i veri beneficiari dell’espulsione dei Gesuiti?
Va beh, lasciamo perdere e torniamo al nostro viaggio.
Solo il 14 novembre 1767, con otto mesi di ritardo sul piano e dopo il riapprovvigionamento e le riparazioni a Montevideo, le due navi di Bougainville prendono finalmente la via verso il Sud australe.
L'ingresso nello Stretto di Magellano, il 5 dicembre 1767, è accompagnato da fitta nebbia e forti raffiche di vento.
Le giornate furono orribili; pioggia, neve, un freddo molto vivo, il vento in tormenta; era un tempo simile a quello che descriveva il Salmista dicendo: nix, grando, glacies, spiritus procellarum (neve, grandine, ghiaccio, spirito delle tempeste).
Se Magellano aveva impiegato trentotto giorni per varcare il passaggio a Bougainville ne occorrono cinquantadue, navigando continuamente a vista fra i canali a rischio continuo di sfracellarsi contro le scogliere. Qui la spedizione incontra anche i primi indigeni del luogo, i Patagoni, di stazza e statura notevoli e che sono molto meno “selvaggi” di come erano stati descritti nelle esagerazioni fantastiche diffuse dai racconti degli inglesi come John Byron. Grazie ai contatti pregressi con gli spagnoli, usano parole come mañana, muchacho o capitan pronunciate con sorprendente disinvoltura. Con ironia sottile, l’esploratore francese non risparmia una stoccata ai filosofi da salotto:
Urinano accovacciati; potrebbe essere questo quindi il modo più naturale di urinare? Se così fosse, Jean-Jacques Rousseau, che urina molto male col nostro metodo, avrebbe dovuto adottare il loro.
Ben diverso è invece l’incontro successivo con un altra tribù indigena, i Pécherais, nomadi che sopravvivono a stento nell’estremità meridionale della Terra del Fuoco.
Questi selvaggi sono bassi, brutti, magri e emanano un fetore insopportabile. Sono quasi nudi; non hanno altro vestito che misere pelli di foca, troppo piccole per avvolgerli completamente; queste pelli servono loro tanto come tetti per le loro capanne, quanto come vele per le loro piroghe.
L’incontro con i Pécherais è funestato da un incidente: uno dei più giovani ingerisce dei vetri colorati regalati dagli europei, pensando siano talismani, e ne rimane gravemente ferito. La sua morte porta gli indigeni a scappare nottetempo e Bougainville si immagina che abbiano voluto fuggire dai malvagi stranieri che avevano portato morte e che forse erano venuti a distruggerli, aggiungendo che è difficile biasimarli.
Il 26 gennaio 1768, dopo aver fatto intonare a bordo un solenne Te Deum di ringraziamento per essere scampati agli scogli, le due navi doppiano l’ultimo promontorio ed emergono finalmente nel Pacifico. Davanti a loro si spalanca un oceano sconosciuto, dove le carte geografiche dell’epoca sfumano nell’ipotesi e dove l’acqua dolce diventerà presto la merce più preziosa.
La navigazione nel Pacifico procede quasi “a tentoni”, cercando isole riportate da altri esploratori che però non si riescono a ritrovare. Solo il 22 marzo 1768 vengono avvistate quattro isole, l’attuale atollo di Vahitahi, e lì vicino un’isola più grande, l’atollo di Akiaki, che l’eploratore francese nomina Isle des Lanciers a causa dei suoi abitanti:
Vedemmo il mare infrangersi da ogni lato con uguale forza, senza un solo porto o insenatura che potesse offrire riparo o arginare la violenza delle onde. Perdendo così ogni speranza di sbarcare, a meno di correre il rischio concreto che le nostre imbarcazioni venissero distrutte, riprendemmo la rotta, quando alcuni dei nostri gridarono di aver visto tre uomini correre verso la riva. Non avremmo mai immaginato che un’isola così piccola potesse essere abitata; la mia prima ipotesi fu che qualche europeo fosse di sicuro naufragato. Diedi subito ordine di attraccare, determinato a fare tutto il possibile per salvarli. Questi uomini tornarono nel bosco; ma poco dopo ne uscirono di nuovo, quindici o venti in tutto, e avanzarono molto velocemente; erano nudi e portavano lunghe picche, che brandivano contro le navi, in segno di minaccia; dopo questa dimostrazione di coraggio, si ritirarono nel bosco, dove potemmo distinguere le loro capanne con i binocoli.
Nel mentre lo scorbuto colpisce 8-10 membri dell’equipaggio, un numero assai basso rispetto agli standard dell’epoca grazie alle precauzioni prese da Bougainville: limonata in polvere e l’uso di un innovativo apparato di desalinizzazione che permette di usare l’acqua di mare per la cottura dei cibi.
Il 2 aprile finalmente riescono a fare visita ad un gruppo di isole più grandi, con una baia abbastanza fonda e protetta dove possono gettare ancora. Sono subito circondati da un centinaio di canoe di indigeni che offrono in dono frutta, banane, noci di cocco e persino un maialino. I polinesiani sembrano completamente a loro agio con gli stranieri, anche le donne, che ovviamente interessano molto ai membri dell’equipaggio:
In mezzo a tale spettacolo, era molto difficile tenere al lavoro quattrocento giovani marinai francesi che non vedevano donne da sei mesi. Nonostante tutte le precauzioni, una ragazzina salì a bordo e si posizionò sul ponte di poppa, vicino a uno dei boccaporti aperti, per dare aria a coloro che si affannavano al verricello sottostante. La ragazza lasciò cadere con noncuranza un telo che la copriva e apparve agli occhi di tutti i presenti come Venere si mostrò al pastore frigio, avendo, in effetti, le sembianze celestiali di quella dea. Marinai e soldati si affrettarono a raggiungere il boccaporto; e il verricello non fu mai azionato con tanta prontezza come in quell’occasione.
Ancora più esaltante fu l’apparizione dell’isola di Tahiti, un picco montuoso avvolto dalle nubi, una piramide naturale che sembrava decorata da ghirlande di fogliame, circondata da una pianura costiera di un verde lussureggiante. Ancorato sulla sua costa orientale, Bougainville la battezza come La Nouvelle-Cythère, in omaggio all’isola mitologica sacra a Venere. Il contatto visivo e sensoriale è travolgente e l’esploratore cede a una rara commozione nelle sue note, con una descrizione destinata a segnare la letteratura utopica dell’Illuminismo:
Mi sentivo come se fossi stato trasportato nel Giardino dell’Eden: camminavamo attraverso una pianura erbosa, ricoperta di splendidi alberi da frutto e attraversata da piccoli ruscelli che mantenevano una deliziosa frescura [...] Ovunque vedevamo ospitalità, riposo, gioia delicata e tutte le apparenze della felicità
L’accoglienza calorosa e la disinvolta libertà dei costumi indigeni scatenano nei marinai un vero cortocircuito culturale. Questa prima impressione sembra la conferma del mito del “buon selvaggio” per gli intellettuali francesi che, formati sui testi di Rousseau, vedono i tahitiani come esseri che vivono secondo le leggi di una Natura benevola, esenti dai pregiudizi culturali e la repressione della vecchia Europa.
A Parigi, gli scritti entusiastici del botanico Philibert Commerson, ulteriormente enfatizzati da pubblicisti mai usciti dalla capitale come Nicolas Bricaire de La Dixmerie nel suo Le Sauvage de Taïti aux Français, dipingeranno Tahiti come un santuario privo di inibizioni e di vincoli morali, un’utopia anarchica dove “tutto è di tutti”.
I diari personali degli ufficiali della spedizione restituiscono invece una realtà assai più complessa. Il cronista di bordo, Louis-Antoine de Saint-Germain, osserva che il modo di fare licenzioso degli indigeni polinesiani non è affatto privo di regole: le donne dei capi rimangono inaccessibili, la gelosia esiste e la libertà sessuale riguarda solo le giovani senza marito. Al contempo, il chirurgo François Vivez annota con sincerità il disagio degli europei di fronte all’assenza di privacy, confessando come la maggior parte dei marinai faticasse a superare i propri freni inibitori in pubblico sotto gli sguardi incuriositi di decine di isolani.
Bougainville stesso nota strutture di potere rigide con una società divisa in ranghi ed una «disproporzione crudele» tra i capi e il popolo comune, con diritti di vita e di morte che smentiscono l'immagine di un'uguaglianza primordiale. Scopre inoltre che la guerra tra le varie isole è feroce, con trofei composti dalle pelli del mento dei nemici sconfitti e che persino la cleptomania dei tahitiani, che sottraevano panni, strumenti e pistole con destrezza sorprendente, non era "innocenza", ma un conflitto tra due diverse concezioni di proprietà.
L’unico inconveniente che avevamo era che dovevamo tenere costantemente d’occhio tutto ciò che portavamo a terra, persino le nostre tasche; perché non ci sono ladri più abili in Europa della gente di questo paese. Tuttavia, non sembra che il furto sia comune tra loro. Nulla è chiuso a chiave nelle loro case; Tutto era a terra o appeso, senza serrature né guardie. Senza dubbio la curiosità per gli oggetti nuovi aveva suscitato in loro desideri violenti, e inoltre, i mascalzoni erano ovunque. I furti si erano verificati le prime due notti, nonostante le sentinelle e le pattuglie, alle quali erano state persino lanciate alcune pietre.
La mattina del 15 aprile è il giorno designato per la partenza. Il capo locale Ereti sale a bordo per un ultimo saluto. Accanto a lui c’è un giovane di nome Ahutoru (riportato anche come Aotourou). Con il benestare della sua gente e dopo un struggente addio alla compagna, a cui regala tre perle staccate dai propri orecchini, Ahutoru decide volontariamente di imbarcarsi sulla Boudeuse. Bougainville lo accoglie sotto la sua diretta protezione, facendosi carico di ogni spesa per il suo futuro soggiorno parigino e promettendogli un ritorno in patria quando desidererà. Il giovane tahitiano diventerà una celebrità nei salotti parigini, presentato al re Luigi XV, studiato da linguisti come Pereire e dall’anatomista La Condamine. Sarà proprio l’eco di questo incontro e la pubblicazione del resoconto di Bougainville a ispirare a Denis Diderot il celebre Supplément au Voyage de Bougainville, formidabile requisitoria filosofica contro il colonialismo e le ipocrisie della morale europea.
La spedizione salpa da Tahiti a metà aprile 1768 e l’incanto bucolico cede il passo alla sfida di sopravvivenza che l’oceano, Pacifico di nome ma non di fatto, riserva ai nostri viaggiatori: labirinti di barriere coralline, secche invisibili, correnti sconosciute rischiano continuamente di affondare o portare fuori rotta le due navi, e solo l’organizzazione, l’osservazione scientifica e i precisi calcoli nautici evitano il peggio. Per coprire uno spazio di mare il più ampio possibile in totale sicurezza, le due navi adottano una tattica ingegnosa: la mattina L’Étoile si allontana fino ai limiti della visibilità per perlustrare l’orizzonte, mentre la sera si riavvicina mantenendosi nella scia della Boudeuse per prestarle immediato soccorso in caso di secca improvvisa.
Bougainville naviga dove altri avevano scorto soltanto profili incerti: supera l’arcipelago delle Tuamotu , incrocia le Samoa, che battezza "Archipel des Navigateurs" per la straordinaria abilità degli indigeni nel manovrare le piroghe a vela e si addentra nelle acque delle Isole del Santo Spirito, già avvistate da Pedro Fernández de Quirós oltre un secolo prima, ridenominandole Grandes Cyclades (l’odierno Vanuatu). Spingendosi ancora a ovest, la Boudeuse e l'Étoile sfiorarono il disastro presso la Grande Barriera Corallina australiana, salvandosi solo grazie a una vedetta attenta. La rotta vira allora verso nord costeggiando l’arcipelago delle Louisiades, battezzato così in onore di Luigi XV, per poi arrivare il 30 giugno 1768 davanti ad un’isola imponente che sarà poi chiamata con il nome del nostro esploratore: Bougainville, al limite meridionale dell’arcipelago delle Salomone. Qui gli indigeni sono molto meno amichevoli che i tahitiani:
La nostra scialuppa fu seguita da tre o quattro piroghe, che sembravano intenzionate ad attaccarla. Un isolano si alzò più volte per lanciare la sua lancia (sagaye); tuttavia, non la lanciò e la barca tornò a bordo senza scontri.
Il nemico più spietato tuttavia era la stiva che si stava svuotando: «Le plus cruel de nos ennemis était à bord, la faim», annota l’esploratore. Ignorando l'esistenza dello Stretto di Torres, che era stata tenuta segreta dagli inglesi, Bougainville fu costretto a circumnavigare attorno alla Nuova Guinea, perdendo settimane preziose tra bonacce e venti contrari. Le razioni di pane e legumi devono essere drasticamente ridotte. I marinai per la fame si riducono a rosicchiare le strisce di cuoio che avvolgono i pennoni.
Ci restava una capra, fedele compagna delle nostre avventure fin dalle Isole Malouines... Gli stomaci affamati la condannarono a morte; non ho potuto che compiangerla, e il macellaio che la nutriva da tanto tempo ha bagnato di lacrime la vittima che immolava alla nostra fame.
Pochi giorni dopo, identica sorte spetta a un cagnolino preso nello Stretto di Magellano.
Il 1° settembre 1768, stremati e ridotti quasi a spettri dalla fame, i marinai francesi toccano terra a Boeroe (Buru), nelle Molucche olandesi, dove possono finalmente rifornirsi di cibi freschi. Da lì risalgono verso Batavia (Jakarta), gettando l’ancora nella sua rada il 28 settembre. Nel grande emporio coloniale olandese Bougainville apprende che la nave britannica Dolphin, comandata da Samuel Wallis, ha lasciato il porto appena dodici giorni prima, scoprendo così di essere stato preceduto a Tahiti di soli dieci mesi.
Nella capitale delle Indie Orientali olandesi l’equipaggio francese viene colpito da febbri violente e dissenteria, a causa del cima insalubre e del cibo, che portano alla morte diversi marinai, compreso l’astronomo Pierre-Antoine Véron. Bougainville vuole cercare di raggiungere e superare la spedizione inglese e le navi riprendono il mare il prima possibile il 16 ottobre. Attraversano l’Oceano Indiano, fanno scalo all’Île de France (Mauritius) e doppiano il Capo di Buona Speranza. A gennaio nell’Atlantico meridionale, nei pressi dell’isola di Ascensione, la Boudeuse affianca un veliero battente bandiera britannica: è lo Swallow di Philip Carteret, partito insieme a Wallis, ma rimasto indietro isolato da mesi. È un incontro fugace tra due esploratori stanchi che si scambiano informazioni prima di puntare entrambi verso l’Europa.
Il 16 marzo 1769 La Boudeuse entra nel porto bretone di Saint-Malo, seguita a breve distanza da L’Étoile. Il resoconto di Bougainville, pubblicato poco dopo dal Mercure de France, evidenzierà un fatto che lascia sbalordite le marine di tutta Europa: in oltre due anni e mezzo di traversata attorno al mondo, esposta a privazioni inaudite e al deterioramento di quasi tutti i viveri, la spedizione ha registrato soltanto sette morti fra l’equipaggio, un record per l’epoca. È un grande successo nautico e organizzativo, ma anche scientifico: i rilievi di Romainville e le correzioni della longitudine di Véron hanno finalmente dato una forma definita all’Oceano Pacifico, ma soprattutto è la prova che la tecnica moderna può domare gli oceani più vasti del globo.
Anche per oggi è tutto.
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Bibliografia
Louis-Antoine De Bougainville
Viaggio intorno al mondo
La prima esplorazione dell’Oceania, di Tahiti e del ritorno in Francia
M2 Edizioni, 2024

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