Eccoci qua, care amiche di Ladynomics, belle fresche e reduci da un Novembre..impegnativo! Voi come avete vissuto quest’anno il 25 Novembre?
Occupandoci di parità e di economia di genere tutto l’anno, nel nostro lavoro e su Ladynomics, ci sta crescendo un’allergia sempre più forte per questo momenti ad alta intensità emotiva, che poi, passata la ricorrenza, si sgonfiano con un soufflè.
La sensibilizzazione, per carità, è sacrosanta, ma solo se poi dopo c’è un programma, un’idea, una proposta. Voi direte: quest’anno però c’è stata la legge sul femminicidio, anche se un po’ offuscata da tutta la disastrata questione sul consenso.
Abbiamo abbastanza contezza di queste situazioni per sapere quanto contano i dettagli. Una legge sul femminicidio parrebbe davvero cosa buona al primo sguardo, ma se ascoltate un’avvocata vi può dire che nella dinamica processuale lo è meno di quello che sembra, e quindi vedremo. Sul consenso siamo ancora più in alto mare, dacché non è detto che il testo già concordato sia quello che poi verrà approvato alla fine (sempre che lo facciano veramente), e quindi vai a sapere.
Provvisori, siccome devono ancora finire di intervistare le donne straniere e quindi limitati solo alle italiane. I dati ci confermano quello che sapevamo già: siamo sempre intorno al 30% di donne tra i 16 e i 75 anni che hanno subito violenza fisica o sessuale nell’arco della propria vita (31,9%, ad essere precise), più o meno la stessa percentuale rilevata a livello europeo e globale.
I cambiamenti in negativo riguardano i dati sul peggioramento della violenza subita dalle più giovani tra i 16 e i 24 anni e dalle studentesse che però “non modificano il dato medio” (avete anche voi un brivido a leggerlo, sì?).
Pare invece di scorgere una maggiore consapevolezza nella diminuzione delle violenze subite dal partner attuale, nell’aumento del numero di donne che considerano la violenza un reato, anche se le denunce rimangono stabili, e nel maggiore ricorso ai centri antiviolenza e ai servizi specializzati.
svolto non solo dai centri antiviolenza e dalle associazioni ma anche da un impegno mediatico davvero massivo, sia servito a qualcosa. I social, però, come sappiamo, fanno e disfano: non c’è dubbio che alimentino spirali di violenza a diversa intensità, ma ci sono anche moltissime campagne di sensibilizzazione e di influencer impegnate nella prevenzione. Conosceremo mai il risultato netto tra queste opposte spinte? Considerati i risultati dell’Indagine sulle più giovani, forse sì, lo sappiamo.
Un altro fatto reale, però, è che la precedente rilevazione Istat sulla violenza era datata 2014, con i dati diffusi nel 2015.
Certo, ci sono state altre preziose indagini Istat nel frattempo, sul 1522, sui centri antiviolenza, sul Covid, sulle molestie sul lavoro, sugli omicidi ecc, ma la convenzione del Dipartimento per le Pari Opportunità che assegnava soldi e incarico all’Istat era del 2017, quindi ci sono voluti otto anni e cinque governi di ogni colore per arrivare a fare sei mesi di interviste telefoniche tra marzo e agosto 2025. È stata una ricerca travagliata, come ammesso nella stessa Relazione Annuale del SISTAN al Parlamento del 2023: a causa di “problemi di tipo amministrativo e legale, connessi alla gara di appalto che avrebbe dovuto individuare la società incaricata della rilevazione dei dati. Più in dettaglio, le tempistiche di avvio sono ancora in corso di definizione, a causa di un ricorso pendente contro l’aggiudicazione della gara pubblica indetta da Consip SpA per l’affidamento del servizio di conduzione delle interviste.” Ora si spera comunque che, avendo messo la legge 53/2022 l’obbligo di fare questa rilevazione ogni tre anni, le cose possano andare meglio in futuro.
Due strateghi americani di gestione aziendale dicevano, rispetto a come ottenere risultati concreti: “«Non si può gestire ciò che non si può misurare e non si può misurare ciò che non si può descrivere»-R. Kaplan e D.Norton
Quindi definire con cifre e numeri la violenza contro le donne è fondamentale per costruire strategie mirate e puntuali che sappiano affrontare il fenomeno con precisione. Misurandolo magari anche a livello provinciale, cosa al momento non possibile per la scarsa numerosità delle donne intervistate. Il confronto con la disponibilità di dati su altri temi che riscuotono invece interesse di carattere economico e produttivo è impietoso: ad esempio, a fronte delle 17.500 italiane intervistate per la violenza in dieci anni (che con le straniere arriveranno a qualcosa più di 20.000), la rilevazione trimestrale forza lavoro intervista 600.000 persone quattro volte ogni anno.
sentiamo davvero la necessità di fare qualcosa di più, di fare un salto di qualità collettivo, che ci permetta di affrontare anche la violenza con un approccio diverso, più pratico e concreto, in modo diffuso, senza delegare la parte del “come si fa” ad altri. Anche se c’è una legge, magari ottima, va poi seguita passo passo nel quotidiano, soprattutto in quella dimensione tecnica estenuante, precisa, anche micragnosa, se volete, che in molte, troppe, trovano poco interessante o complicata.
È proprio lì, nel dettaglio, come si dice, che si nasconde il diavolo.
Chi lo dice che l’elettricità è roba da uomini: In Zanzibar una No-profit ha formato un gruppo di donne locali per diventare tecnici solari e installare impianti domestici in villaggi privi di elettricità, affumicati dalle lampade a olio. Finora hanno illuminato 1.845 case con pannelli solari, sostituendo lampade a cherosene, riducendo l’inquinamento domestico e migliorando le condizioni di salute e di studio dei giovani.
No, non ci siamo dimenticate di voi: resistete! In Afghanistan nuovo decreto del Taliban, entrato in vigore il 5 novembre 2025 nella provincia di Herat (Afghanistan), impone che le donne indossino la burqa per entrare negli ospedali pubblici — pazienti, visitatrici e persino personale medico. La misura ha già causato un calo del 28 % degli accessi ai servizi sanitari urgenti da parte di donne.
La battaglia delle trecce con i fiocchi: molte donne latine negli Stati Uniti stanno usando, per sé stesse o per le proprie figlie, due trecce con nastri colorati, spesso nei colori della bandiera messicana. Un’acconciatura tradizionale – a volte vissuta con imbarazzo da bambine – si sta trasformando in un simbolo politico e in una forma di protesta pacifica contro i raid e le politiche migratorie aggressive. Si tratta di un modo per riaffermare identità indigene e messicane, ribaltando uno stigma storico. Secondo il Washington Post, sono un modo silenzioso ma visibile per dire “siamo qui e non ce ne andiamo”.
Leggendo: Due libri difficilissimi, di quelli da sottolineare con gli appunti a margine, ma per noi indispensabili in questo momento (nella prossima newsletter capirete):
uno sull’intelligenza collettiva: “The wisdom of crowds – Why the many are smarter than the few “- di James Surowiecki
l’altro sulla negoziazione di genere: “Research Handbook on Gender and Negotiation” di Mara Olekalns e Jessica A. Kennedy.
Guardando: per l’ennesima volta, i film della saga “The Hunger Games”, tutta colpa della piccola del clan di Ladynomics.
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