Qualche giorno fa ho partecipato alla presentazione dell’ultimo romanzo di Simona Lo Iacono, Joanna degli incanti, ma non è del libro che voglio parlarti, anche se te lo consiglio come altri suoi, specialmente Virdimura: le storie delle donne che ripesca dall’oblio sono straordinarie.
Durante la conversazione è venuto fuori cosa significa, secondo lei, scrivere. Qualcosa che prescinde la vista, la anticipa. Prima che la storia venga alla luce, chi scrive affonda le mani nel pozzo, pesca nel torbido, non vede cosa sta maneggiando finché non riemerge dal buio.
Il motivo per cui è venuto fuori lo spunto è che nel libro specifico, ma anche nella sua storia personale, la privazione della vista ha un ruolo importante. Poi ha aggiunto che che anche chi legge sta facendo la stessa cosa. Sono d’accordo. Paradossalmente, pur esercitandosi la lettura per il tramite della vista (nella maggior parte dei casi), mentre percorriamo una storia anche noi stiamo pescando nell’informe.
Rispondiamo a un libro attingendo alle nostre risorse interiori e confrontandolo con chi siamo. Ci colpisce una situazione, o un’emozione, perché ci appartiene e non ce ne eravamo accorti, o perché ne facciamo esperienza leggendo, senza averla esperita in prima persona. Lì si realizza una trasformazione. Quando finiamo il libro non siamo le stesse persone che eravamo prima.
Le storie non possono e non devono essere consolatorie ma metterci nella scomodità per farci scoprire qualcosa, aprirci gli occhi su quello che se ne stava acquattato nel buio. Per me e a me i libri fanno proprio questo ed è questo il motivo per cui mi sono vitali. Espandono la mia esperienza in orizzontale ma anche in profondità. Ed è un po’ la stessa cosa che avviene correndo.
Quando corro mi metto volontariamente in posizione di scomodità, succede ad ogni allenamento. Se risulta comodo non è allenante. Se non è scomodo, non sta facendo il suo lavoro. Quando mi alleno, oltre a migliorare tempo o resistenza, affiora spesso qualcosa che non avevo previsto o scopro di poter spostare un limite più in là.
Lasciare andare il controllo è la chiave per la scoperta. Sembra in contraddizione con la corsa, fatta di pianificazione, tabelle, dati rilevati dal Garmin. Ma esiste un piano diverso, un affidarsi all’incertezza. Non so mai, prima di partire, chi sarò all'arrivo.

Comments
Nothing yet. Say the first thing.
Sign in to join the conversation.