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Invidiosa · Aug 17, 2025

Diventare una persona invidiabile

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Angela Cannavò · Invidiosa

Ciao ❤️ Questo è il nuovo episodio di Invidiosa, la newsletter sulle cose che fanno gli altri mentre io sto a guardare.

In tre anni di Invidiosa, non ho mai parlato in modo diretto di soldi. Piuttosto, ci ho girato attorno: ho cercato di capire perché, quando si parla di ridistribuire le risorse, il fan club del merito urla che “è tutta invidia”; mi sono chiesta se, dietro a una certa “intransigenza” progressista, non ci fosse anche un pizzico di rosicamento; o addirittura, ho parlato del fatto che dietro la necessità di essere invidiate, per molte persone si nasconda un desiderio di sicurezza economica. Sono tutte discussioni che hanno sicuramente a che fare con i soldi, ma tirano dentro anche la politica, la sociologia, i social e l’attualità. Insomma, i soldi stanno dentro così tante questioni che affrontarli in modo diretto sembra quasi riduttivo. Allo stesso tempo, come dice la redazione di Rame, in Italia facciamo molta fatica a parlarne: chi ha una busta paga spesso non sa come leggerla; chi lavora a partita IVA spesso non sa quanto chiedere; per molte famiglie, discutere di soldi è l’anticamera del litigio; chi deve affrontare grosse spese o è in difficoltà si vergogna della propria condizione. Generalizzando con l’accetta, infatti, tendiamo a legare il valore delle persone ai soldi che fanno o possiedono. La nostra stessa autonomia è, in larga parte, legata ai soldi. E c’è anche un altro aspetto della questione da considerare, retaggio a metà tra la superstizione e la Rivoluzione francese: se le cose con i soldi vanno bene te lo devi tenere per te, altrimenti la tua fortuna potrebbe attirare le malelingue e qualche occhio invidioso. Dopotutto, come scrive Eugenia Nicolosi su Al Femminile, quando c’è aria di recessione economica:

il lusso si mimetizza, altro che "Old Money", altro che ostentazione: forse perché il privilegio ha paura di essere visto, criticato, aggredito, depredato e accusato di essere fuori luogo.

Insomma, i soldi - tuoi e degli altri - sono un argomento così pieno di tensioni che ho preferito evitarlo fin qui. Scavano nelle nostre contraddizioni, puntano un faretto sulle nostre ambizioni e sono un motore perpetuo di ingiustizia sociale e frustrazioni. Allo stesso tempo sono uno strumento di riscatto o emancipazione: le donne, in Italia, hanno potuto intestarsi un conto in banca senza il consenso di un padre o di un marito solo nel 1975. E oggi, sempre in Italia, 4 donne su 10 non hanno un conto tutto loro.

Un punto di vista interessante sulla questione soldi, però, me l’ha dato Alice Fadda due mesi fa, prima su IG e poi nella sua newsletter Qualcosa. La sua domanda era abbastanza semplice: se tu avessi una rendita fissa, smetteresti di lavorare? Le risposte che ha ricevuto Alice raccontano molto sul rapporto delle persone col lavoro e con i desideri e di come i soldi siano legati alla necessità di lavorare fino a un certo punto. Quello che mi ha colpita di più, però, è stato vedere dove si incrociano i pensieri miei e di Alice quando si parla di soldi: poter comprare una casa. La stramaledetta, irraggiungibile, costosissima casa. Come ho detto a Stefania Pecere durante la prima live di Controra, la casa è la prima cosa che comprerei se mi svegliassi milionaria, senza ombra di dubbio. Per me è un’ossessione di vecchia data che, come avevo spiegato in una vecchia puntata di Invidiosa, va di pari passo con la mia idea di sicurezza e indipendenza. Sotto molti punti di vista, tante preoccupazioni che avrei potuto riservare ai soldi si sono concretizzate nella casa: riuscire a comprarla e a sostenere un mutuo vorrebbe dire che i soldi ci sono, che posso continuare a vivere e lavorare nella città che ho scelto, che posso mettere radici, che non dovrò rendere conto a nessun’altra persona della mia serenità.

A pensarci bene, non mi è mai fregato granché di avere più o meno soldi delle altre persone. Quando vedo che quei soldi hanno preso la forma di una casa, però, sono lì a sciogliermi d’invidia. Sono stata educata a mattone e solidità mentre i soldi sono una cosa che scivola via, uno stupido numero astratto su uno schermo. La casa no, la casa è reale ed è rifugio, è l’illusione e la speranza che avrò sempre me stessa su cui contare. L’idea del “grande acquisto futuro” faceva capolino anche quando non avevo uno stipendio: meno urgente ma comunque un ottimo motivo per tenere il portafoglio chiuso. Da quando ho lasciato Catania nel 2012 per studiare e vivere a Milano, spendere mi ha sempre generato un enorme senso di colpa. Senza entrare nei dettagli, volevo pesare il meno possibile sulla mia famiglia. Ero così attenta agli sprechi e alle spese che il ragazzo dell’epoca mi chiamava “formichina”. Hai presente la favola di La Fontaine, no? La formica che passa tutta l’estate a mettere da parte il raccolto mentre la cicala canta, ecc.

Nel 2020 ho iniziato a mettere da parte seriamente qualcosa per comprarla, questa casa. Dopo aver passato mesi chiusa in un appartamento e dopo 10 anni a condividere bagni, lavatrici, topi e caffettiere saldate con la fiamma ossidrica, avevo deciso che era il momento di iniziare a cercare qualcosa a Milano. Due anni dopo, però, non avevo davvero fatto i conti con la pandemia e con i prezzi delle case. Non potevo sapere che la Russia avrebbe deciso di invadere l’Ucraina, che le bollette sarebbero esplose, i tassi d’interesse pure e che l’impiegato della banca mi avrebbe guardata quasi preoccupato mentre mi diceva “Ma non ce l’hai una base di partenza un po’ di alta di così?”. Ho messo tutto in stand-by per aspettare un momento più adatto e ho continuato a fare la formichina. Poi è arrivato novembre 2024.

Quando ho provato a spiegare cosa mi aveva sconfortata di più della vittoria di Trump, mi ero concentrata sui macro-motivi: Gaza, l’Ucraina, il cambiamento climatico e la consapevolezza di stare in un mondo più spaventato e impaurito di quanto immaginassi. Avevo preferito lasciare da parte le previsioni che avevano a che fare con i soldi, i nostri soldi, pensando fosse troppo presto per disperarsi. Non è durata molto: la “guerra economica più stupida di sempre” a colpi di dazi, bluff ed estorsioni più o meno velate è stata una costante. Così ho ripensato a quella formichina che, dopo aver cacciato in malo modo la cicala, si è ritrovata il grano andato a male e la riserva per l’inverno a gambe all’aria. Ho realizzato di aver fatto piani sulle regole di un mondo che non esiste più, di aver puntato tutte le mie fiches sul futuro facendo finta che il presente non esistesse. Ho pensato che forse dovevo smettere di tenere la vita in pausa e viverla un po’. Ho deciso che il 2025 sarebbe stato l’anno dello YOLO.

YOLO è un acronimo che sta per “You Only Live Once”, cioè “Si vive una volta sola”. Anche se può sembrare molto simile al buon vecchio “Carpe diem” - che non sarebbe del tutto sbagliato adottare in questo contesto -, YOLO porta con sé un’idea di sfida, di irresponsabilità e impulsività che io, formica, non ho mai avuto. Se Carpe diem è l’invito del buon Orazio a stare nel presente e smettere di arrovellarsi su un futuro che non possiamo controllare, lo YOLO di Drake è un modo strafottente per convincersi a fare una cosa che la nostra testa ci sta dicendo sarebbe meglio non fare. Ecco, io la mia testa la conosco e so dove va: pianifica, studia, fa previsioni, butta giù i pro e i contro. Non c’è niente di male a ragionare così ma, quando il paradigma cambia, questo atteggiamento trasforma i pensieri in una palude. Concedermi un po’ di YOLO è stato il modo migliore per forzare questo meccanismo e iniziare a stare nel presente, o almeno spostare i piani a un traguardo più vicino. Così mi sono data il permesso di spostare i soldi per la casa-miraggio da un’altra parte: sono diventati musica dal vivo; sono diventati un viaggio con quei due cuori di Giulia Ceirano, Maria Laura Gionfriddo e altre persone meravigliose da Alice Brusadelli in Sri Lanka per scrivere, fotografare, montare video e realizzare che non abbiamo abbastanza parole per dire “verde”; sono diventati cornici per stampe che mi rifiutavo di appendere. Ho detto tantissimi “Sì” alle persone, alla pigrizia, al cibo, alla passeggiata fino all’area cani, alle manifestazioni, ai club del libro.

Senza grandi giri di parole, il motivo per cui sono stata meno su Substack e dentro Invidiosa è stato anche questo: la coperta del tempo è corta e mettere il culo su una sedia per scrivere è - a modo suo - faticoso. Per diversi mesi di quest’anno la scrittura mi è sembrata una partner esigente ed egoista, che mi chiedeva attenzione e cura quando “là fuori” c’era così tanto da fare. Non volevo più sentirmi in colpa o responsabile, così l’ho trascurata finché non ho trovato un po’ di equilibrio incorniciato dalle parole di vicky iovinella:

in ogni caso quel che mi appare disarmante è una sottintesa regola che le unisce, queste visioni discordanti: non dare il tempo alla scrittura cancella anche quel poco di vita che s’è vissuta.

A modo suo, anche Invidiosa è un progetto nato da un forte bisogno di stare nel presente. Non solo perché mi aiuta mettere in fila pezzi di pensieri e a parlarne con persone che hanno voglia di leggermi, cosa per la quale sono immensamente grata. Il punto è che Invidiosa ha una sua piccola parte di YOLO. È una sfida verso me stessa, il tentativo di dare concretezza alle cose che amo e al tipo di persona che vorrei essere, senza rimandare tutto a un ipotetico futuro. Anche questo fa parte dell’anno dello YOLO: trovare un modo per far convivere i pezzi senza ingaggiare una lotta di priorità.

Diventare una persona invidiabile, almeno per me, non ha solo a che fare con la paura del futuro, dei soldi che non ci sono, del non riuscire a realizzare le cose che desidero o del mondo che collassa. Per diventare una persona che potrei invidiare mi basterebbe, in questo momento, smettere farmi incastrare dai “se”, dal rancore di un passato idealizzato e da un futuro a lenta cancellazione. Sbraitare contro le nuvole perché mi hanno cambiato le regole sotto il naso non riparerà il futuro. Cercare la vita da qualche parte, anche solo per poterla raccontare, quello sì che sarebbe un riscatto.

Un po’ di tempo fa ho cercato di definire cos’è la felicità con Alessia Ragno. Abbiamo parlato della trappola della “vocazione” e di come accettare che non sempre lavoro, passione e talento ci indicheranno la strada per la realizzazione, personale e professionale. Nonostante questa consapevolezza, però, guardo sempre con gli occhi dell’amore chi trova una passione pura, quella rara combinazione di ossessione totalizzante, bravura innata e disciplina. Ho come la sensazione che queste persone abbiano trovato un senso nello stare al mondo, mentre io sono spalmata su così tanti fronti che non riesco a tenere il filo. Per la loro bussola c’è un nord, qualcosa per cui valgono la pena i calli, le ore alla scrivania, fare una o tante rinunce, immergersi completamente e dimenticarsi che ora è. Ecco a cosa pensavo quando ho visto Shilpa Bertuletti danzare. Mentre eravamo in Sri Lanka, per il suo compleanno, Shilpa ci ha regalato una performance di Odissi, una delle danze classiche indiane che lei studia da anni in India e che insegna e racconta in Italia. L’Odissi è una danza recitata, dove il volto e le mani aiutano il corpo della danzatrice a raccontare storie della mitologia induista. È tradizione e studio continuo, allenamento e ricerca sul campo, usare il proprio corpo per un racconto antico. La cura con cui Shilpa ci ha spiegato e mostrato tutto questo sono stati, per me, uno di quei rari incontri con una passione pura. Guardandola, ho avuto la sensazione che l’incontro tra Shilpa e la danza Odissi fosse inevitabile: si sarebbero trovate in qualsiasi modo o circostanza, unite in un’innamorata certezza. Non si può non invidiare un amore così.

L’immagine di copertina è una mia foto al tempio di Yatagala, in Sri Lanka.

© 2025 Angela Cannavò.
Le illustrazioni della newsletter sono di Giovanni Nava.

Se vuoi leggere i vecchi numeri di Invidiosa, trovi tutto in questa pagina.

Grazie aver dedicato un po’ di tempo a me e a questa newsletter. E visto che sei qui, abbiamo qualcosa da invidiarci?
Fammelo sapere con un cuore, un commento o parlando di questa newsletter con chi ti va.

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