A cura di Chiara Personeni, con la collaborazione di Giovanna Errore
Ogni 25 novembre il mondo si tinge di rosso. Scarpe, piazze, post, slogan.
Eppure, dietro quella tinta comune, ci sono vite molto diverse — e non tutte trovano spazio nei racconti dominanti sulla violenza di genere. Quando parliamo di violenza sulle donne, di chi stiamo davvero parlando? Della donna bianca, eterosessuale, cisgender, cittadina, abile, con un lavoro stabile? E le altre — le donne migranti, trans, quelle con disabilità1, le sex worker, le donne povere, le detenute — dove finiscono nelle narrazioni e nelle politiche di contrasto alla violenza?
La violenza non colpisce tutte nello stesso modo e non tutte hanno gli stessi strumenti per reagire o farsi ascoltare. Chi vive ai margini spesso incontra una violenza ulteriore: quella istituzionale. È un sistema che non riconosce, che giudica, che esclude dai percorsi di protezione e giustizia. Parlare di violenza di genere, oggi, significa allora complicare la narrazione, intrecciare le lotte, allargare lo sguardo. Significa riconoscere che il genere non è mai l’unica variabile in gioco: il reddito, la salute, la cittadinanza, la lingua, la provenienza e l’accessibilità modellano l’esperienza di ogni donna e di ogni soggettività femminilizzata.
I numeri aiutano a capire la portata di questo fenomeno. A livello globale, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, quasi una donna su tre ha subito violenza fisica o sessuale da un partner, o violenza sessuale da parte di un non partner, nel corso della propria vita2. I dati delle Nazioni Unite mostrano che ogni giorno, nel mondo, più di 100 donne vengono uccise da un partner o da un familiare: il luogo della violenza resta, ancora troppo spesso, la casa. Anche in Europa, le indagini condotte dall’Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali rivelano percentuali significative di donne che dichiarano esperienze di violenza fisica, sessuale o psicologica, insieme a disuguaglianze profonde nell’accesso ai servizi di protezione.
In Italia, l’ISTAT conferma che milioni di donne hanno subito una o più forme di violenza3, e che le risposte istituzionali restano frammentarie e diseguali sul territorio. Questi numeri non sono solo statistiche: sono la mappa di bisogni concreti — protezione, rifugi, sostegno psicologico, assistenza legale — e indicano la direzione in cui è necessario agire. E dietro le cifre ci sono differenze che non si contano, si ascoltano.
Le donne con disabilità, ad esempio, sperimentano forme specifiche di abuso4: il controllo sui dispositivi di assistenza, la negazione di cure, la violenza da parte di caregiver o familiari. Per molte, i centri antiviolenza non sono fisicamente accessibili, o il personale non è formato per riconoscere e gestire bisogni complessi. Le donne migranti e senza documenti vivono invece il doppio vincolo della vulnerabilità economica e legale. Le barriere linguistiche, la paura di essere denunciate o espulse, la difficoltà di accedere a servizi pubblici rendono la denuncia un rischio, non una via di salvezza.
Per le donne LGBTQIAPK+ la violenza si moltiplica nei livelli: di genere, di categorie identitarie, di orientamento. Le aggressioni possono assumere la forma del disprezzo5, dell’outing forzato, della negazione di accesso a spazi sicuri. In molti servizi antiviolenza, le persone trans non trovano ancora accoglienza o riconoscimento. E poi ci sono le donne in povertà, quelle senza una rete sociale, quelle detenute: chi non ha un reddito, un luogo dove andare, o un contesto di fiducia, difficilmente può sottrarsi alla violenza. La precarietà economica e di stabilità diventa così una gabbia che trattiene, isola, punisce due volte.
Tutte queste esperienze mostrano che la violenza di genere è un fenomeno strutturale e intersezionale. Le barriere non sono solo materiali, ma anche culturali: la mancanza di informazioni accessibili in più lingue o in formati comprensibili, la scarsa formazione del personale sui temi della disabilità e delle identità non binarie, l’assenza di rifugi attrezzati o di interpretə culturali. A tutto questo si aggiunge la paura delle istituzioni — per chi ha già sperimentato discriminazioni da parte dello Stato o della polizia6 — e la sovrapposizione di stigma: essere sex worker, trans, con una disabilità o migrante significa spesso essere considerate non credibili, non meritevoli, non prioritarie.
Lottare contro la violenza sulle donne, allora, non è un giorno rosso sul calendario.
È un lavoro quotidiano di redistribuzione del potere, di cura collettiva, di alleanze tra soggettività diverse. È un impegno a costruire servizi inclusivi, a formare chi accoglie, a raccontare storie che non si somigliano ma che si intrecciano, perché la libertà di una non esiste senza la libertà di tutte.
Quest’anno, il nostro invito è semplice e radicale: non scegliere una sola storia, ascoltale tutte. Ogni esperienza di violenza è anche una storia di resistenza.
E la libertà che immaginiamo per una, deve poter valere per tutte.
https://www.who.int/news/item/27-03-2024-who-calls-for-greater-attention-to-violence-against-women-with-disabilities-and-older-women
https://www.who.int/news-room/fact-sheets/detail/violence-against-women
https://www.istat.it/comunicato-stampa/violenza-sulle-donne-nuovi-dati-istat/
https://www.unwomen.org/en/articles/facts-and-figures/facts-and-figures-ending-violence-against-women
https://fra.europa.eu/sites/default/files/fra_uploads/fra-2025-fundamental-rights-report-2025_en.pdf
https://fra.europa.eu/en/news/2024/harassment-and-violence-against-lgbtiq-people-rise
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